Piove e l’Italia si sbriciola

Piove e l’Italia si sbriciola

I disastri naturali mettono sempre a nudo criticità e mancanze di un sistema umano organizzato che, in tali frangenti, può solamente aver pianificato una politica di prevenzione, ed impostare l’intervento di ripristino della normalità dopo l’emergenza.

Il livello d’impatto su una comunità di un evento naturale distruttivo, è direttamente proporzionale al livello di organizzazione del sistema che governa tale comunità. Un terremoto in Giappone, ad esempio, può fare danni enormi, tuttavia il grado di prevenzione tradizionale e la capacità di reazione del sistema Giappone, possono arginare l’impatto negativo dell’evento naturale e ricondurre tutto entro dei limiti accettabili in termini di perdite umane, e di problematiche relative alla ricostruzione in tempi e modi non eccessivamente lunghi. Il terremoto in Nepal, per contro, ha messo a nudo tutte le inettitudini del sistema organizzativo che lo governa, e gli strascichi sulle comunità colpite da questo fenomeno, avranno un riverbero di diversi anni, se non addirittura di decenni.

Il terremoto resta comunque un evento naturale incontrollabile ed imprevedibile, ed il suo potere distruttivo mette comunque a durissima prova ogni sistema in qualsiasi occasione.

Invece, quando il disastro naturale diventa periodico, se non addirittura “stagionale”, allora il suo carattere d’imprevedibilità viene a mancare, ed è in questo caso che “vizi” e “virtù” di un sistema amplificano i loro effetti. I monsoni che colpiscono l’India sono stagionali e, pur non essendo il territorio governato da un sistema ben organizzato, la risposta è quasi sempre in linea con canoni che, per quella realtà, possono esser definiti accettabili. Discorso diverso per la nostra Italia; in questo frangente assistiamo non a dei problemi storicamente conclamati, bensì da una crescente incuria del territorio, già di per sé diversificato in un ambito geografico non esteso come quello indiano, e dai problemi relativi a tale incuria ogni qual volta un evento naturale si profila in una determinata condizione meteorologica.

Sono anni che l’Italia affronta come delle “emergenze” il frutto del sistematico dissesto idrogeologico del proprio territorio, dando però la colpa al cambiamento climatico, cosa abbastanza risibile visto che il clima muta di secolo in secolo, invece di riflettere su come, tali mutamenti, mettano in crisi un territorio divenuto fragile.

Poco importa dove l’alluvione di turno di manifesti, che ormai si riversa su territori ristretti, non su vaste aree geografiche come in passato, poco importa il colore politico che amministra l’area colpita, e poco importano le giustificazioni tardive o la capacità d’intervento della Protezione Civile e delle Istituzioni locali; tutto risulta chiacchiera superflua, flatus vocis, di fronte ai danni materiali e alle vittime umane ed animali.

Anche l’impatto mediatico sembra sfumare sempre di più. L’ultima alluvione che, a nostra memoria, ha avuto un impatto mediatico di rilievo, anche per via della vastità dell’area interessata, è stata quella dell’Ottobre 2000 che colpì Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia. In questo caso l’evento naturale fu catastrofico, quindi non poteva che ricevere una conseguente attenzione. Tuttavia, negli anni successivi, di alluvioni ce ne sono state almeno una quarantina; tutte in aree circoscritte certo, ultima quella dell’area sannitica giusto pochi giorni fa, ma che sommate avrebbero dovuto innescare un processo di riflessione sull’endemicità di questo tipo di fenomeni che sta caratterizzando l’Italia, invece che sterili dibattiti politici, e distrette agenzie di stampa.

La colpa grave che si dovrebbe imputare per tali disastri ormai “stagionali”, non dovrebbe essere attribuita ad una sorta di casualità o ad un clima in fase di mutamento, bensì ad un sistema incapace di riflettere sulle cause di tali dissesti; cause non imputabili alla natura ma alla cattiva gestione del territorio nazionale.

Piove e l’Italia si sbriciola, e non è un problema circoscritto ed emergenziale, esso ha ormai assunto le caratteristiche di un fattore endemico, cui bisognerebbe porre mane in modo strutturale e non attendendo che gli eventi facciano il loro corso.

Le risorse ci sarebbero, tuttavia esse finiscono per scomparire nel sottobosco dei bilanci delle Istituzioni ad ogni livello, di modo da andare a beneficio di ben altre necessità di alchimia contabile per lo Stato e le amministrazioni locali o di vero e proprio appannaggio politico/affaristico.

Manca una cultura del territorio ad ogni livello delle Istituzioni, ma tale negligenza è corroborata anche da una palese inciviltà del popolo italiano, incapace ormai di avere un rapporto armonico con l’ambiente che lo circonda ed in cui vive. Troviamo in fine paradossale, quale “segno dei tempi”, l’attenzione che spesso riscontriamo in molti connazionali sulle condizioni di qualche lontana foresta tropicale, mentre sotto al proprio naso si compie lo scempio quotidiano del territorio che la storia ci ha affidato.

Temiamo che non sia chiaro a tutti che il patrimonio naturale che abbiamo in gestione non si può sanare né da solo, né tanto meno attraverso degli interventi sporadici e posti “a casaccio”. Occorre un riordino generalizzato che parta dal vertice fino agli enti locali, passando per una nuova educazione verso la gestione di quel che abbiamo, e che non dove essere ritenuto un bene scontato.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

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