La realtà virtuale della democrazia

La realtà virtuale della democrazia

Un sedicente “grande” personaggio storico del XX secolo la definì “il miglior sistema di governo possibile”. L’Occidente l’ha posta quale massimo tra i suoi vessilli di progresso e l’ha importata con ogni mezzo, quasi sempre in modo discutibile, ritenendola un bene assoluto a prescindere dal luogo, e dal popolo, in cui veniva importata. L’educazione civica, che ormai non s’insegna più nelle scuole italiane, pone il votare come un “diritto/dovere” del buon cittadino.

Al netto di ciò possiamo ben affermare che, in realtà, dietro alla retorica si cela ben altro: ovvero il nulla.

La democrazia rappresentativa non sembra più avere quel fascino che esercitava un tempo, e coloro che ne disertano il rito supremo, il voto appunto, sono ormai ovunque una cospicua fetta degli aventi diritto. Tuttavia questa massa concreta di “non votanti” resta ai margini. O meglio, le percentuali corpose di astensione dai ludi cartacei, proprio in Occidente, pongono spesso talmente in imbarazzo i media da essere appena accennate, volutamente ignorate, oppure palesemente distorte.

Fateci caso, il risalto offerto all’astensionismo è quasi nullo, complice la ridda di dati e di commenti sui risultati ottenuti da partiti e candidati, che vengono spacciati come rappresentativi della volontà popolare maggioritaria.

Dietro tale cortina fumogena però, si cela la paura da parte delle diverse classi dirigenti di dover ammettere che “il miglior sistema di governo possibile” comincia a non convincere più.

In Occidente le percentuali di votanti, specie nell’ultimo decennio, si sono sempre più affievolite. Nelle nazioni in cui la democrazia è stata imposta; Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto, ecc., dopo l’iniziale entusiasmo per la “novità” s’è assistito ad una repentina forte delusione, derivata proprio dagli scarsi risultati che il voto popolare ha sortito sui destini di tali nazioni.

Nelle mature democrazie occidentali la delusione si manifesta in apatia verso la politica, in quelle più acerbe, invece, i popoli si ritrovano alle prese o con il collasso delle loro nazioni, o con gli esponenti delle vecchie oligarchie, che hanno solamente cambiato casacca.

E’ poi paradossale l’atteggiamento di chi ritiene “legittimo” soltanto quel tipo di governo che segua un certo canone di linea culturale, e accusi invece di “autoritarismo” chi, magari proprio attraverso un sostegno elettorale realmente maggioritario, intraprenda vie contrarie alla vulgata imperante. L’esempio dell’Ungheria in Europa è quanto mai esplicativo di una simile distorsione.

Nella sua concretezza la democrazia rappresentativa non ha più valore, è ormai solo puro formalismo. Per questo motivo non suscita più né passioni né interesse, colpendo seriamente quegli emisferi del globo da cui s’è propagata come il raffreddore in un asilo. Mentre in altri settori del pianeta la democrazia rappresentativa è vista come un qualche cosa di modellabile a seconda delle necessità, per via del fatto che il potere decisionale o sta altrove, o s’è frantumato tra milizie e potentati antagonisti.

In un film a sfondo giudiziario di qualche anno fa, “La Giuria”, il cattivo di turno interpretato da un magistrale Gene Hackman, descrivendo un’assise popolare composta da uno spaccato dell’americano/medio, sosteneva che alcune decisioni sono troppo importanti per lasciarle all’arbitrio di chi pensa solo alla propria mediocre quotidianità. Evidentemente un fondo di verità esiste, visto e considerato quanto poco ormai contino i risultati elettorali nel concreto, e quanto, invece, essi siano semplicemente ad uso e consumo della legittimazione di un sistema/modello che sta mostrando tutti i suoi limiti, e che per sopravvivere ai propri fallimenti preferisce rifugiarsi nella nebbia mediatica, in un’illusoria realtà virtuale, ben protetta e custodita da un muro di grandi menzogne.

Gabriele Gruppo

 

 

 

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