Economia: il pericolo arriva dalla Cina

Economia: il pericolo arriva dalla Cina

Torniamo a parlare di Cina e del rischio sistemico insito nelle sue criticità economico/finanziarie, un rischio che si sta palesando per il momento presso la sola cerchia degli addetti del settore, che osservano con malcelata preoccupazione l’evoluzione delle vistose crepe che già da anni anche noi abbiamo analizzato dalle pagine di questo sito, ma che tuttavia non sembra preoccupare il grosso dei media in modo rilevante.

La notizia di questa settimana del fallimento della grande azienda Zhuhai Zhongfu, produttrice di bottiglie, si somma a quella di altri due default di aziende cinesi, di cui una a controllo statele, quotate in borsa, i cui rendimenti ad inizio anno erano volati alle stelle ma che, in poco tempo, hanno posto in luce un problema d’insolvenza grave sui bond emessi. Quindi, nonostante l’euforia sui rendimenti di questi soggetti, la bolla speculativa sui titoli emessi ha logorato la tenuta complessiva di queste aziende. Il problema però non sono tanto i tre casi singoli, di per sé “normali” nell’ambito di un sistema di mercato neo liberista, ma le modalità generali di come si sia arrivato al default, che rivela palesemente lo squilibrio ormai esistente tra economia “reale” e speculazione finanziaria che serpeggia anche tra le spire del Drago asiatico.

In Cina l’indebitamento delle aziende è spaventoso, ed è aumentato non a caso di quasi il 100% dal 2007, segno evidente di come gli investitori internazionali abbiano dirottato da Occidente ad Oriente il loro focus speculativo, ritenendo la Cina, a torto o a ragione, un porto sicuro dalla tempesta finanziaria abbattutasi tra le due sponde dell’Atlantico. Ciò non è una novità per noi; fin dall’inizio della crisi economica del 2007/2008 abbiamo scritto come il vero argine posto a difesa della globalizzazione dal collasso sistemico fosse stato il massiccio esodo di capitali occidentali verso le economie emergenti, e come molti esegeti del libero mercato avessero individuato proprio nella Cina il nuovo baluardo per la loro prosperità. Molti nodi stanno però venendo al pettine.

Pechino in questi anni ha però mantenuto inalterato il suo status quo, rispetto alle attese e alle numerose sollecitazioni provenienti da Stati Uniti, UE, FMI, e Banca Mondiale, che richiedevano una maggior apertura del mercato interno cinese al commercio estero, ed un significativo implemento nella redistribuzione della ricchezza. Ciò tuttavia non ha disincentivato l’afflusso di capitali ed investimenti finanziari verso la Cina, anzi, più l’economia occidentale prosegue nella sua stagnazione, più l’afflusso prosegue.

Ma cosa c’è dietro al fallimento di tre aziende nel giro di poco tempo? E perché ci si dovrebbe preoccupare?

La risposta si trova nello shadow banking, ovvero la rete bancaria “ombra” che ha supportato lo sviluppo vertiginoso delle imprese cinesi, la loro collocazione in borsa ed in generale tutta quella sorta di “economia del fantastico” che Pechino ha rappresentato per finanzieri apolidi, e soggetti economici globalizzati. Con 27.000 miliardi di yuan, pari a 4.400 miliardi di dollari, mette a rischio non solo la stabilità cinese, ma anche quella dell’intera finanza mondiale. Il sistema di credito parallelo, creato per far fronte al vertiginoso sviluppo del dragone, ha assunto proporzioni tali da suscitare preoccupazione nell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, la maggiore agenzia governativa, mentre per Fitch a lei sarebbe da imputare gran parte del debito cinese che si è gonfiato – considerando anche le passività delle famiglie – fino al 251% del PIL. La conseguenza più immediata e visibile del modello bancario ombra sono stati i casi di bancarotta di aziende insolventi che si sono verificate negli ultimi anni.

Si sono create gestioni patrimoniali in cui i risparmiatori investono in fondi che a loro volta prestano alle imprese. Il mercato si disintermedia e viene gestito da operatori terzi, a volte esterni a volte interni alle banche stesse.  Le banche tradizionali sono riuscite a non perdere clienti creando prodotti ad hoc non rappresentati in bilancio ma su cui lucrano forti commissioni. Si vive in quest’ambiguità. Molti istituti di credito hanno cavalcato il fenomeno attraverso strutture interne, facendo sottintendere di fornire insieme al prodotto la garanzia della banca quando in realtà la banca non garantisce niente. Il fenomeno si è ingrandito a dismisura fino a rappresentare il 30% del mercato bancario in un effetto domino. Non esisteva nessuna supervisione, i soldi andavano a soggetti più o meno raccomandabili con forti rischi di insolvibilità.

C’è chi ritiene che un eventuale scoppio dello shadow banking cinese non avrà ripercussioni tali da ripetere il collasso del 2007/2008. Secondo noi è vero il contrario.

Per far fronte ad un simile rischio le autorità politiche di Pechino, che detengono un potere d’influenza e d’ingerenza ancora enorme sull’economia nazionale, potrebbe decidere di “raffreddare” ulteriormente la crescita della Cina attraverso una serie d’iniziative di breve termine. Ciò però comporterebbe un vero e proprio terremoto economico globale, in quanto le numerose imprese occidentali che si sono “internazionalizzate” sarebbero costrette ad accettare il rallentamento del motore manifatturiero mondiale, con conseguente perdita cospicua di denaro in breve tempo.

Va poi aggiunto anche che non è detto che la struttura sociale cinese, che fonda il proprio benessere proprio sugli alti tassi di crescita in punti di PIL, possa reggere il colpo.

In fine, come se non bastasse, il Drago asiatico è a rischio/bolla sia nel settore edile, ipertrofico e sopravvalutato, sia in quello finanziario, con la Borsa di Shanghai che è stata definita una “bomba pronta ad esplodere dagli analisti di Credit Suisse. Un collasso del mercato del mattone cinese, o della stessa piazza finanziaria del Drago, equivarrebbero ad un cataclisma di difficile gestione tanto interna quanto estera. Perciò a nostro giudizio non c’è nulla da sperare di positivo con simili premesse.

Ci stiamo avviando, nell’inconsapevolezza generale, ad un nuovo capitolo della crisi iniziata ad Occidente, ma che non poteva lasciare fuori l’Oriente, in quanto ormai i sistemi/modello delle principali economie planetarie sono TUTTI, e ribadiamo TUTTI, connessi ed interdipendenti tra loro, e quindi il collasso anche di una sola delle criticità dell’economia cinese qui accennate, avrebbe ripercussioni garantite su scala planetaria. Forse addirittura peggiori di quelle sviluppatesi sette anni fa.

Consigliamo perciò a coloro che in Italia parlano di “uscita dal tunnel”, per un anoressico +0,1% di crescita del PIL nazionale, di smetterla di guardare l’ombelico di questa nazione decadente, e cominciare a capire quel che REALMENTE si sta profilando nel futuro prossimo del pianeta.

Un consiglio che, sicuramente, non verrà colto, c’è sempre una tornata elettorale dietro l’angolo del calendario, ed è meglio parlare di “gufismo” contro “ottimismo”, in modo infantile certo, ma mediaticamente più digeribile per la massa italica.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

Share

Lascia un commento