Il dominio degli iderocarburi nel XXI secolo

Il dominio degli iderocarburi nel XXI secolo

Nell’ambito dell’attuale formula contenutistica del sito “StampAlternativa”, proponiamo una serie di articoli tratti da un nostro studio approfondito dell’anno scorso, sulla questione degli idrocarbuni nell’epoca storica in cui viviamo.

In questo nostro primo articolo del nuovo corso della rivista di Thule-Italia, dedicato al “fuoco”, riteniamo sia di estremo interesse, e di grande utilità, focalizzare l’attenzione su quelli che sono ancora i pilastri su cui poggia l’epoca post-moderna in cui viviamo ed operiamo: gli idrocarburi.

Petrolio (in tutti i suoi sfaccettati utilizzi) e gas naturale, nonostante lo sviluppo tecnologico di cui ormai dispone l’umanità, rappresentano di fatto gli elementi principali della nostra civiltà, senza i quali non potremmo nemmeno tecnicamente far progredire di un passo la scienza, anche quella più sofisticata, l’economia globale, o i diversi modelli sociali, improntati proprio nella rincorsa alla crescita veloce, e all’efficienza produttiva, che solamente gli idrocarburi possono fornire.

Gli idrocarburi sono stati il baricentro dello sviluppo organico e complessivo dell’Occidente per tutto il XX secolo. Gli idrocarburi restano la materia prima più importante, affinché anche altri gruppi umani del pianeta possano raggiungere gli stessi standard dell’Occidente, o addirittura superarli.

Quando eravamo bambini spesso ci veniva prospettato un futuro prossimo a noi, dove la civiltà degli idrocarburi sarebbe stata sostituita velocemente da nuove fonti energetiche (sole, acqua, aria, nuove materie prime, ecc.), e dalle relative tecnologie capaci di svilupparne le potenzialità. Il XXI secolo avrebbe portato ad un passaggio indolore tra il “vecchio” e il “nuovo” mondo, sotto la spinta di una consapevolezza dei limiti del pianeta e delle sue risorse. Questo si favoleggiava.

Tuttavia, sono passati tre decenni da quando vennero fatte certe avveniristiche previsioni, e poco o nulla è sostanzialmente cambiato. Gli idrocarburi sono ancora lì; importanti come sempre, fondamentali come non mai. Addirittura, con l’avvento dell’impetuoso sviluppo delle così dette “economie emergenti” e della globalizzazione, la lotta per il controllo di fonti energetiche non rinnovabili s’è fatta più serrata, e si articola in tutti e cinque i continenti senza esclusione di colpi.

Non ci facciamo perciò illusioni, lo spirito prometeico dell’uomo moderno ama le conquiste che sono a portata di mano, non certo la saggezza di scienziati o di raffinati maître à penser. Il modello occidentale di crescita, intriso di spirito prometeico, si fonda sull’amplificazione dei bisogni e dei consumi, che fanno da volano alla produzione e, di ricaduta, alla diffusione del benessere materiale. Il modello occidentale s’è ormai ampiamente innestato presso altri popoli, che lo hanno applicato a volte in modo acritico, a volte conformandolo alla propria cultura di partenza. E il modello occidentale ha negli idrocarburi il suo sangue prezioso, il fuoco che ne alimenta l’esistenza e la persistenza. Quindi, il connubio non può certo essere spezzato da sedicenti “alternative” futuristiche; in quanto nessuna “alternativa” di sviluppo oggi ipotizzata sarà mai universalmente accettata, visto e considerato che ciò significherebbe per centinaia di milioni di esseri umani, bloccare sul nascere i risultati ottenuti utilizzando il modello occidentale su vasta scala. Pretendere di fermare questo processo economico e sociale di sviluppo, sarebbe come chiedere ad una persona che s’è abituata ad un comodo materasso di sostituirlo con un giaciglio di paglia. Una vera assurdità per chi, con un minimo di pragmatismo e senso della realtà, conosce quanto l’uomo sia poco incline a rinunciare al progresso (alle sue comodità annesse e connesse), rivoluzionando conquiste appena raggiunte, e facendole regredire in nome di una nuova civiltà, magari più lenta ed eco/compatibile ma certamente più povera.

Popoli in via di sviluppo a parte,  siamo poi così sicuri che noi occidentali, che per due/tre generazioni abbiamo goduto di un certo tipo di benessere, portato proprio dalla civiltà degli idrocarburi, siamo diventati così saggi ed illuminati da rinunciare radicalmente alle nostre conquiste consolidate?

Pensate, voi che state leggendo questo articolo, alla quotidianità che vi circonda e che vivete; la benzina che fa muovere le nostre automobili, la plastica e il suo massiccio utilizzo nelle cose più comuni e banali, il riscaldamento delle nostre case, la luce, le tecnologie industriali, informatiche e comunicative…

Portateci una sola attività umana nel XXI secolo che necessiti di un supporto tecnologico e di una sicura efficienza, e vi diremo quanto peso abbiano il petrolio e il gas naturale nel suo utilizzo, o addirittura nella sua stessa esistenza.

Lo ribadiamo: non esiste ad oggi nessun tipo di alternativa credibile, che possa sostituire la civiltà degli idrocarburi, con una che ne eguagli le prestazioni e la capacità di diffusione capillare. E nessuno, tra coloro che guidano i popoli del pianeta, è ad oggi seriamente intenzionato a trovare delle alternative, in quanto ogni opzione ipoteticamente proponibile (e realistica) comporterebbe la fine dei modelli di sviluppo che si sono affermati all’ombra del petrolio. Ci sarebbe solamente il caos, e il caos non porta consenso, ma solo rivoluzione. Cosa che riteniamo non aggradi a chi ripone nel consenso delle masse, o nella ferrea adesione all’ordine imperante, i fondamentali del proprio potere e della propria legittimazione.

In questo nostro articolo tenteremo di sviscerare un tema tanto vasto quanto complesso, che abbraccia l’esistenza e l’essenza stessa di popoli, nazioni, e di un sistema che, nonostante sia consapevole di quanto non possa durare in eterno, fondandosi in modo ostinato su di una base che si sta assottigliando di decennio in decennio, tenta in tutti i modi di procrastinare decisioni che ne porrebbero in discussione la sopravvivenza.

Riteniamo, quindi, che essere consapevoli di questo “tallone di Achille” della nostra epoca significhi innanzitutto capire quanto le dinamiche della geopolitica e dell’economia resteranno ancora a lungo sostanzialmente fisse entro dettami già di per sé instabili e precari, che non potranno che accentuare la loro natura di durata velleitaria, sotto la spinta di una continua ricerca dell’equilibrio perfetto, che però non sarà mai definitivo, ma dovrà essere perennemente riproposto in forme sempre nuove sotto cui presentarsi e farsi accettare. Cosa impossibile.

La crescita costante dell’economia mondiale, vista come la meta cui tendere nel futuro prossimo, ha già ampiamente dimostrato, con la crisi strutturale che ha colpito l’Occidente e le sue attuali ricadute planetarie, di non poter essere una fattore di garanzia e di stabilità. Se a ciò aggiungiamo l’incognita delle risorse energetiche, ecco che si palesa in tutta la sua inadeguatezza l’intera civilizzazione contemporanea. Da noi ritenuta solamente un castello di carte, che porterà l’umanità non certo verso l’età aurea del progresso senza limiti, ma ad un declino inevitabile.

Siamo consapevoli che gli idrocarburi manterranno tuttavia inalterata la loro importanza almeno per un’altra generazione. Quello di cui dubitiamo è la capacità dell’uomo post-moderno di accettare un mutamento inevitabile del proprio progresso, che sarà sempre più incentrato su risorse in via di esaurimento e, quindi, sempre meno utilizzabili per consumi di massa, così come da noi ipotizzato tanto qui, quanto in altri contesti.

Il destino che attende l’umanità, legata com’è allo sfruttamento di fonti energetiche in modo espansivo e a larga diffusione, sarà quello di una regressione della propria capacità di movimento e di produttività, con una conseguente contrazione del commercio mondiale, oggi fondamentale sia per il tenore di vita dell’Occidente, sia per l’ascesa di nuove realtà.

Si accentueranno con sempre maggior violenza criticità geopolitiche e conflitti tra i principali soggetti nazionali e sovranazionali oggi dominanti. Sarà la fine della globalizzazione così come noi la conosciamo, in quanto essa, a dispetto della sua presunta e sopravvalutata caratura avanguardistica, non potrà mai fare a meno delle fonti energetiche non rinnovabili, quindi della civiltà degli idrocarburi. Il suo destino è perciò segnato, e non crediamo certo che potranno mai profilarsi all’orizzonte della storia dei paracadute d’emergenza, che possano salvare all’ultimo momento la situazione. Nessun ciclo ascendente della storia è mai finito con una diversa e nuova ascesa, ma sempre con un declino inevitabile, che ha poi lasciato spazio ad una lunga transizione.

Il fuoco di Prometo presto si spegnerà, statene certi, e sarà solo questione di tempo, vista la necessità per la nostra civilizzazione di poter disporre di un quantitativo sempre crescente di energia e di materie prime.

(segue)

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