Economia mondiale: crisi, declino e decrescita

Economia mondiale: crisi, declino e decrescita

L’eterna illusione

“La luce in fondo al tunnel è vicina!”

Quante volte, in questi anni di crisi, abbiamo sentito i più diversi attori della politica e dell’economia mondiale ripetere questo mantra?

Eppure c’è sempre stato qualche cosa che ha ritardato tale fatidico evento risolutorio; fattori imprevisti, intoppi, errori di valutazione e quant’altro, sono emersi puntuali, ed hanno reso vani gli effetti delle varie misure adottate per uscire da una palude tanto insidiosa quanto infinita.

Il 2014 sta volgendo al termine, e puntuali arrivano le previsioni di un cambio di rotta, del ritorno alla crescita, seppur timida, che indicherebbe, per l’ennesima volta, l’arrivo della “luce”. Esperti dell’economia globale e governi in affanno, si aggrappano a cifre positive da prefisso telefonico (+0,5; +0,2; +0,3; ecc.) per giustificare speranze, e spargere ottimismo.

I popoli, quelli occidentali in primis, restano lì a guardare tali funambolismi senza capire, forse, il motivo di tanta gioia in numeri che di per sé non valgono nulla sulla vita reale, e che puntualmente vengono ulteriormente sminuiti nel loro valore da nuovi e più potenti contraccolpi.

L’ultimo motivo di speranza, in ordine di tempo, è rappresentato dal calo del prezzo del petrolio voluto dalle nazioni aderenti all’OPEC per contrastare lo sviluppo dello shale gas dello shale oil, perseguito dall’Amministrazione Obama negli USA, e finalizzato al raggiungimento dell’indipendenza energetica della superpotenza americana, rispetto ai soggetti produttori. Il nuovo mantra sembra essere quello che, con la diminuzione dei costi d’importazione di petrolio e gas naturale, si potrebbe innescare un circolo virtuoso nella filiera produzione/commercio/consumo. Con relativo cascame positivo sui tassi di occupazione e di ripresa delle esauste economie occidentali, soprattutto d’Europa.

Il problema però sta nel ritardo cronologico con il quale giunge questo fattore “positivo”. Infatti, dopo anni di drastico ridimensionamento dei ceti medi e medio/bassi, e della loro capacità di essere attori economici forti, il semplice decremento del costo di carburanti ed energie derivate dagli idrocarburi non può essere sufficiente per riportare ai livelli pre-crisi quelle classi sociali che più di tutte hanno pagato il prezzo del collasso partito tra il 2007/2008.

Quelli che dovevano essere poi  i “nuovi” motori dell’economia globalizzata stanno vivendo, a seconda delle specifiche caratteristiche, un rallentamento della loro corsa verso il podio su cui ancora bivaccano Europa occidentale, Nord America e Giappone.

Le famigerate nazioni BRICS, e tutto il codazzo di “miracoli” regionali, come Messico e Sud Africa, hanno dimostrato palesemente la loro incapacità di elaborare delle alternative al declino dei mercati maturi, in quanto, dipendendo da essi, non hanno potuto (o non hanno voluto) assumersi l’onere di modificare i loro modelli di sviluppo che, giocoforza, s’integravano perfettamente con il modello globale e dovevano ad esso le loro fortune.

Quindi, non esistono ad oggi dei fondamentali economici realmente solidi per ritenere imminente una ripresa mondiale. Ma piuttosto una nuova serie di contraccolpi di questa valanga dalla mutevole velocità d’azione, che non rappresenta altro se non il fallimento della civilizzazione postmoderna, così com’è stata voluta ed impostata.

Nel corso di questo nostro lungo articolo analizzeremo dunque i singoli fattori di rischio, che ci portano a ritenere velleitaria qualsiasi ipotetica “uscita dal tunnel”.

In oltre, permane in noi immutata la certezza che il XXI secolo sarà caratterizzato da un severo risveglio dall’utopia del progresso economico senza limiti.

(segue)  

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