Riflessioni politiche: La necessità di uno Stato forte

Riflessioni politiche: La necessità di uno Stato forte

L’Italia, che per certi aspetti rappresenta una porzione del “ventre molle” d’Europa, rischia più di altre grandi compagini del vecchio Continente di essere alla mercé di forze disgregatrici, in quanto si trova sulla prima linea del fronte di crisi su cui è attualmente posta l’area euro. Per il nostro Stato occorre una soluzione profonda di quelle problematiche che ne stanno minando la solidità rimanete, così da poter evitare di imboccare la via dell’implosione, che certo non avvantaggerebbe nessun italiano, e che minerebbe le fondamenta stesse dell’intero continente, in quanto l’Italia rappresenta una grande realtà storica, seppur in profonda sofferenza.

Nel Giugno di quest’anno il giornalista finanziario Tony Barber, sul Financial Times, metteva lo smembramento dell’Italia nell’ambito delle varie ipotesi riguardanti la creazione di una zona europea economicamente forte (posta a ridosso dell’asse franco/tedesco), di cui il Settentrione d’Italia avrebbe fatto parte, e di una più debole, o mediterranea, includente il nostro Mezzogiorno, e che avrebbe dovuto seguire un processo di allineamento agli standard più competitivi richiesti per mantenere la moneta unica, prima di poter essere riammessa nella nuova area euro. Una soluzione che comunque non avrebbe poggiato su fondamenta solide.

In Italia l’articolo andò subito ad eccitare gli animi dei verdi padanisti, sulla cui credibilità poniamo diverse tonnellate di pietoso velo, e anche di qualche testata giornalistica teoricamente più autorevole (come “Il Sole24Ore”). Infatti, temiamo che non sia stato ben compreso che il giornalista anglosassone, certo non interessato alle beghe politiche italiane, poneva diverse teorie in una sintesi unica. L’articolo in questione, dal titolo “Europe: On to a smaller canvas”, dovrebbe essere letto in italiano o in inglese, così come abbiamo fatto noi, e non in padano, per una più attenta comprensione di quel che c’è scritto; in quanto trattasi non dell’affermazione di una certezza assoluta, quanto il frutto di un’analisi economica di ampio respiro, sulle ripercussioni globali che si andrebbero ad innescare se il percorso d’integrazione continentale dovesse o naufragare o ridimensionarsi.

La domanda che ci poniamo è: perché, anche nel novero delle mere ipotesi, si contempla solamente la possibilità di una fine dell’unità italiana, e non di altri soggetti?

La risposta la troviamo nella debolezza attuale che lo Stato italiano dimostra in ambito continentale e mondiale. Debolezza provocata e aggravata da una classe politica incapace sia di interpretare l’attuale corso storico, sia di imporre soluzioni convincenti per una rinnovata e corretta gestione della res pubblica. L’idea di uno Stato forte, così come noi la intendiamo, trova la sua legittimazione nella necessità di un interventismo positivo della politica per il bene comune, che la classe  dirigente deve saper elaborare per rafforzare l’unità nazionale, e garantire l’indipendenza dell’Italia dalle pressioni esterne, e dalle ripercussioni recate dalla crisi sistemica dell’Occidente. Non possiamo immaginare che l’Italia riesca ancora per molto ad evitare il trauma di ogni sua struttura, se chi è preposto all’integrità organica della nazione resta fedele agli antichi vizi del clientelismo e della partigianeria, tipici di un’epoca ormai tramontata; che se da un lato ha favorito lo sviluppo anomalo di una parte del territorio nazionale, dall’altra ha ingessato il Mezzogiorno, minandone l’evoluzione socio/economica.

Lo Stato non può e non deve essere debole, o essere ritenuto dai più un semplice simulacro, svuotato di ogni superiore sovranità e carente nella capacità d’indirizzo etico e valoriale per il popolo. Così come non è tollerabile che lo Stato sia un’idrovora di risorse economiche, com’è oggi quello italiano, incapace di garantire il buon funzionamento del servizio pubblico, e delle sue articolazioni su tutto il territorio nazionale.

Per questo motivo la politica deve radicalmente essere modificata nelle sue forme rappresentative, e la sua classe dirigente aumentare il livello di consapevolezza e di responsabilità del proprio dover essere d’esempio vero per il popolo.

La tecnocrazia pura, sperimentata dall’Italia in frangenti emergenziali, o quella edulcorata da fittizi progetti politici “dal basso”, che probabilmente farà la sua comparsa nella tornata elettorale prossima, sono fenomeni che esautorano di fatto la forza politica dello Stato, elevandosi a strumento gestionale più efficace, e corrispondente alle necessità contingenti. Nella tecnocrazia, in ogni sua manifestazione, troviamo il vero nemico della nazione, in quanto recante in sé i dettami ideologici che hanno livellato i principi identitari, non solamente in Italia, con l’ausilio della globalizzazione. Le spinte di forze tecnocratiche organizzate verso l’omologazione, tanto del singolo quanto dei popoli, ad un’unica figura/tipo di consumatore avanzato, trova in uno Stato debole il proprio cavallo di Troia, mentre in uno Stato forte avrà sempre un formidabile ostacolo contro cui combattere ad armi pari.

Il fallimento attuale della classe dirigente nazionale sta nel cercare di rincorrere o nel voler imitare tali fenomeni, addirittura negando se stessa e il proprio ruolo, pur di intercettare i favori della tecnocrazia e delle sue future manifestazioni politiche.

Per riprendere l’incipit di Ezra Pound, da noi utilizzato in quest’articolo, uno Stato nel pieno delle proprie prerogative, e degno del proprio nome, non può permettere che il popolo di cui è garante e custode sia posto nella condizione di dover patire l’assenza di prospettive per colpa di una crisi che, per quanto grave sia, rappresenta null’altro che il fallimento di un sistema che covava nel profondo della sua natura i prodromi del declino e della rovina. Uno Stato che afferma la propria inferiorità rispetto al mercato, o la sudditanza nei suoi riguardi, per noi non vale più nulla e deve ritrovare la via della forza e dell’autorevolezza che gli è propria. I sistemi e i modelli economici non sono delle divinità immortali, così come il concetto di Stato non è universale ma identitario, essi camminano su gambe umane, non sono eterni, ma possono essere modificati o radicalmente sostituiti. C’è dunque un’alternativa alle strutture che, negli ultimi settant’anni, hanno preso piede prima in Occidente, per poi essere applicate con sfumature diverse in altri contesti umani e geografici.

Per l’Italia e per l’Europa tale alternativa, secondo il nostro giudizio, può essere trovata solamente nel ritorno alla predominanza dei termini popolo e Stato rispetto alle strutture e ai cicli economici, che dovranno rientrare nei ranghi, tornare ad essere mezzo e non fine, e sottostare all’interesse del bene comune, e non dell’accumulo di ricchezza a fini speculativi e predatori.

Il ritorno alla forza dello Stato, e la rinnovata qualità della sua classe dirigente, sono per noi dei sinonimi e devono diventare la base propositiva per un ritorno della comunità nazionale, e delle sue necessità organizzative, al centro di ogni iniziativa politica concreta.

Pur troppo, quel che temiamo, è che non ci sia il tempo materiale per un cambio ideologico e di generazione nella leadership europea entro la cornice di un contesto storico stabile o di tranquillità. Il Vecchio Continente arriverà completamente impreparato al peggio che sta per giungere, di cui fino ad oggi abbiamo visto solo la punta dell’iceberg.

Ma d’altronde uno Stato forte non può sorgere che in condizioni avverse.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

Appendice documentaristica

Vi consigliamo la lettura dell’articolo “Europe: On to a smaller canvas”, del giornalista finanziario Tony Barber, presente nel sito del Financial Times il 13 giugno 2012, e da noi citato. Questo perché voi comprendiate come il compito dell’informazione in Italia dovrebbe essere quello di informare, e non di interpretare fatti e pensieri ad uso e consumo del pollaio politico nazionale.

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