Riflessioni politiche: La necessità di uno Stato forte

Riflessioni politiche: La necessità di uno Stato forte

Altro indicatore dell’attacco alla centralità dello Stato, quale garante d’indipendenza dei popoli dall’invasività dei mercati, può anche essere rappresentato dal processo di frammentazione politico/organizzativa perseguito in alcune grandi compagini nazionali dell’Europa meridionale; come l’Italia (di nuovo) e la Spagna.

Il decentramento amministrativo nei due casi, raggiunto con modalità e risultati differenti, ha portato alla creazione di sovrastrutture politiche territoriali, sovente dei veri e propri doppioni dello Stato, che hanno implementato la spesa pubblica nazionale e frammentato la linea di comando e controllo che dovrebbe partire dal potere centrale, ed essere seguita dall’autorità locale.

Aver lasciato spazio ad istanze di decentramento politico effettivo, come in Spagna, o parziale, come in Italia, ha portato nel caso iberico al mancato controllo sugli indebitamenti delle regioni autonome e al formarsi di bolle speculative immobiliari e bancarie, mentre in Italia ha moltiplicato mangiatoie pubbliche a carico dello Stato, in grado di soddisfare pratiche clientelari tra le più disparate, ed aggravando in oltre la qualità dei servizi offerti, già in molti casi non all’altezza di una nazione occidentale.

Ci teniamo a precisare, per questo ultimo punto, che noi non siamo contrari né alle autonomie locali, e nemmeno ad alcuni esempi europei di organizzazione federale dello Stato, come quello tedesco o svizzero. Tuttavia, non possiamo che constatare come l’indebolimento delle prerogative superiori dello Stato in alcune nazioni abbia di fatto favorito l’attacco all’indipendenza dei popoli, e il loro essere posti alla mercé del mercato, e delle sue istanze di sfruttamento speculativo.

Questo voler porre in chiaro tale nostra visione politica, negli intenti che ci siamo posti, serve a far comprendere meglio quanto poco ci interessi il falso “mito” del federalismo, quale panacea di tutti i mali dello Stato/nazione, o altre annose questioni di lana caprina ad esso connesse, che distolgono lo sguardo dall’importanza del fine, il bene comune, rispetto al mezzo, cioè l’articolazione amministrativa dello Stato. Aggiungiamo poi che, in qualsiasi caso, il fattore che determina il buon funzionamento delle istituzioni, centrali o locali che siano, è rappresentato dalla qualità della classe dirigente, dal suo essere all’altezza dei ruoli ricoperti e dei compiti assegnati. I fatti contemporanei ci dimostrano per l’appunto che un mezzo, per quanto affascinante, risulta inutile o addirittura dannoso, se utilizzato da figure incapaci o animate da interessi lesivi del bene comune.

Il fattore umano e la qualità della classe dirigente politica, restano le fondamenta di qualsiasi Stato che possa ambire nell’epoca attuale a resistere al processo di svilimento dei popoli, perpetrato nell’ambito della globalizzazione.

L’Europa in particolare è da decenni posta nella condizione di cedere porzioni sempre più rilevanti della propria identità storica e culturale, a detrimento della propria indipendenza. Non sottovalutiamo tuttavia gli aspetti positivi (che ci sono) nel processo d’integrazione continentale, che deve essere visto in un’ottica nuova, con mezzi e procedure diverse dalle attuali. Solo però a patto che le prerogative degli Stati nazionali siano viste non come un desueto edificio da abbattere progressivamente, quanto una forza motrice dell’intero processo.

Non confligge per noi l’idea di un blocco europeo forte, compatto e organico, che trovi proprio nelle compagini nazionali linfa vitale per la sua esistenza.

Per questo valutiamo con estrema preoccupazione la crisi politica dei singoli Stati europei, aggravata dalla crisi economica e storica dell’Occidente. La dipendenza economica del Vecchio Continente tanto dalla finanza anglosassone, quanto dalle mostruose capacità produttive asiatiche, ha ulteriormente indebolito i principi/cardine su cui si fondavano le azioni e le iniziative degli Stati europei nei riguardi dei loro popoli di riferimento. Il tutto corroborato dall’accoglimento supino e pavido di dettami ideologici “universali” (mondialismo, terzomondismo, pacifismo ecc.), che hanno avvelenato la kultur delle singole nazioni d’Europa e intaccato la civiltà degli europei. La centralità dello Stato oggi in affanno, la sua difficoltà nel trovare sbocchi risolutori concreti all’attuale condizione di sofferenza in cui versa, e la probabile incapacità delle classi dirigenti politiche di reggere il declino dell’Occidente post moderno, sono tematiche collegate ed interdipendenti. Occorre trovare una soluzione che sia contestualizzabile con il presente storico, senza tuttavia ricorrere a pericolosi supporti esterni; così come avvenne per la Gran Bretagna con gli Stati Uniti durante le due grandi guerre del ‘900.

Con questo non intendiamo proporre né la costruzione di nuovi muri, né auspicare un tipo di isolamento sull’esempio nordcoreano. Solamente vorremmo evitare il rischio che progetti di interdipendenza macro continentale, o “miti” in parte mal digeriti circa una fantomatica Eurasia, pongano gli Stati d’Europa da una condizione di debolezza nei confronti del neo liberismo atlantico, a un vassallaggio vero e proprio verso i grandi Stati asiatici. Una prospettiva che, sicuramente, decreterebbe la fine totale della nostra residua indipendenza, e una pericolosa adesione a modelli che già in questi ultimi anni di criticità economica stanno dimostrando una fragilità intrinseca, mascherata dal gigantismo della loro precedente crescita economica.

L’indipendenza dello Stato, e la ricerca di una rinnovata forza dello Stato, sono questioni vitali, che non possono essere trascurate nell’attuale condizione in cui ci troviamo.

(segue)

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