Mondo Arabo/islamico: criticità geopolitiche e qualche “mito” da sfatare

Mondo Arabo/islamico: criticità geopolitiche e qualche “mito” da sfatare

 In conclusione: questioni di Dio? No, di geopolitica.

Il Mondo Arabo/islamico nella sua totalità, dall’Africa occidentale fino ai confini dell’India, presenta oggi tutte le caratteristiche e i connotati del multipolarismo, costellato da un rilevante numero di quelle che noi definiamo regioni/faglia, dove s’incontrano e si scontrano le attività di potenze locali e players globali. Il nostro intento, attraverso questo focus, era quello di focalizzarci su quelle situazioni che, ad oggi, risultano secondo noi di primaria importanza nell’ambito macro politico, in cui azione diplomatica classica, ingerenze di alto livello e guerre per procura, rappresentano gli strumenti attraverso cui si sviluppano gli eventi e si articolano nei diversi piani e prospettive dei singoli attori.

Dal controllo delle fonti energetiche, leggasi petrolio (ma non solo), alla gestione delle risorse idriche, fattore questo non da poco in aree in cui tale bene risulta prezioso quanto gli idrocarburi, fino ai contrasti relativi al sistema/modello che dovrebbe prevalere quale fattore d’ispirazione politica nella gestione dei popoli, si può ben capire quanto il futuro di quest’area debba interessare l’Europa e l’Occidente in modo serio e lucido.

Il declino del baricentro atlantico, ineluttabile ma non negativo in senso assoluto, e di un desueto ritenere indispensabile l’esportazione della democrazia quale viatico di progresso, dovrebbe far compiere un salto di qualità pragmatico alla nostra visione del Mondo Arabo/islamico, e dei suoi attuali protagonisti.

Russia e Cina, ad esempio, hanno già compreso da tempo quale sia l’approccio da tenere con questa grande ed articolata porzione del pianeta, e si sono andati a scegliere interlocutori differenziati per tipo di modello politico; Siria, Iran e Sudan, ad esempio, che sono realtà molto diverse tra loro, tuttavia garantiscono di non “giocare su più tavoli”, o muovere pedine in modo occulto, cosa che altrettanto non si può dire (e non si è mai potuto dire) per le monarchie del Golfo Persico, in particolare l’Arabia Saudita, i cui obbiettivi non hanno mai smesso di contemplare l’utilizzo dello jihadismo quale pungolo per far muovere l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, a sostegno dei loro progetti egemonici all’interno del Mondo Arabo/islamico.

Soprattutto poi l’Europa sembra sempre più incapace di concepire la politica estera e la geopolitica attraverso un approccio dinamico, scevro da una certa retorica progressista che ne ha di fatto minato la capacità di proiezione o, come per le avventure della Francia in Mali e Libia, ancorati a uno standard retaggio del passato di potenze colonialiste.

Tutte queste mancanze, sommate, hanno creato un cortocircuito che, ad esempio, ha visto le diplomazie occidentali gioire in modo infantile per la sedicente “Primavera Araba”, senza che ci fosse un progetto d’intervento in quel che è avvenuto successivamente, dopo che alcuni rais furono detronizzati. O l’attuale situazione in Iraq, frutto avvelenato di una palese incapacità dell’Occidente di comprendere come l’azzeramento dello Stato/nazione baathista, non sarebbe mai potuto essere colmato dai semplici ludi elettorali.

Le incognite che attualmente pendono nelle crisi interne al Mondo Arabo/islamico sono quindi anche il frutto di questa lunga serie di approcci sbagliati, che poi si riverberano anche nel rapporto che, in particolare in Europa, si ha con la religione coranica, legata a doppio filo con l’immigrazione.

Muoversi in modo troppo accondiscendente (o accogliente), oppure esser preda d’isterismi tanto pittoreschi quanto vacui, frutto il più delle volte di strategie molto più sottili, non porta in nessuno dei due casi ad ottenere né una visione reale delle questioni strategiche, né a trovare delle soluzioni che possano garantire dei benefici nel medio/lungo termine.

 

Gabriele Gruppo

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