Mondo Arabo/islamico: criticità geopolitiche e qualche “mito” da sfatare

Mondo Arabo/islamico: criticità geopolitiche e qualche “mito” da sfatare

Attualmente sono due le direttrici d’attacco dello Stato Islamico; in Iraq, verso la capitale Baghdad, e a Nord/Ovest lungo il confine tra Turchia e Siria controllato dai Curdi siriani, in cui la città di Kobane ha assurto al ruolo di “battaglia decisiva” in quest’area.

La pressione dell’IS su Baghdad ha un duplice scopo: indebolire il già fragile Governo iracheno, che non è stato capace di reagire in modo efficace quando, nell’Estate di quest’anno, le milizie jihadiste lanciarono un’offensiva tanto efficace quanto non proprio inattesa, viste le premesse che l’accompagnarono fin dai suoi esordi, e saggiare quanto gli Stati Uniti siano intenzionati ad impegnarsi di nuovo in Iraq, dopo il frettoloso ritiro delle truppe d’occupazione tra il 2011 e il 2012.

Da settimane le forze dell’IS si trovano a pochi chilometri dalla capitale, e non sembrano sortire gli effetti sperati i bombardamenti dell’aviazione USA, intervenuta per puntellare la non eccelsa difesa dell’esercito regolare iracheno, che pur riuscendo a fermare l’avanzata dei miliziani nell’area di Falluja, a 40 chilometri da Baghdad, non sembra però in grado di elaborare un’eventuale controffensiva.

Oltretutto, da un punto di vista strettamente politico, l’Iraq è di fatto acefalo, senza una guida concreta, dove a prevalere sembrano essere gli equilibrismi istituzionali, atti a garantire la rappresentatività delle tre “anime” della nazione (sunniti, sciiti e curdi), ed in cui latita la consapevolezza di quanto la situazione militare si stia deteriorando.

Il nuovo Primo Ministro Haider al-Abadi, sciita, che recentemente ha preso il posto del discusso (e discutibile) Nouri al-Maliki, sembra a molti una figura più di compromesso che di reale forza politica.

Questa situazione, caratterizzata dal temporeggiamento degli Stati Uniti e dal bizantinismo del potere iracheno, gioca molto a favore dell’IS, che potrebbe saper attendere un peggioramento del quadro politico a Baghdad, ed agire in un contesto che ben padroneggia: il caos.

Resta però da capire in che misura l’Iran intenderà muoversi nel caso in cui l’Iraq dovesse collassare, visto che la minacciata portata dallo Stato Islamico è diretta proprio verso l’area d’influenza di Teheran.

Molto più complessa la situazione a Kobane. La città curdo/siriana è l’omphalos di una situazione articolata che vede fondersi un’impressionate serie di fattori.

La regione in cui si trova Kobane è abitata in maggioranza da curdi, il cui rapporto con Damasco è sempre stato sostanzialmente leale. Non per nulla, durante tutto l’arco della guerra civile in Siria, le forze del Presidente Assad non sono mai intervenute contro i curdi che, pur richiedendo un nuovo status politico finalizzato ad una maggior autonomia, si sono ben guardate dal sostenere il sedicente “esercito” di liberazione o di prestare il fianco alle varie fazioni jihadiste, come l’IS e al-Nusra, anche in ragione di una profonda laicità che caratterizza un po’ tutti i curdi, non propensi ai richiami alla “guerra santa”.

Questa presa di posizione dei curdi siriani li ha resi sia bersaglio delle milizie integraliste, sia dell’inimicizia turca.

Ankara, infatti, dopo un’iniziale ambiguità nella guerra civile in Siria, prese con chiarezza posizione contro il regime di Damasco, su pressione occidentale, diventando col tempo il principale alleato della composita (e scomposta) opposizione siriana. Mentre l’Amministrazione Obama, ed alleati al seguito, perdeva interesse nella “liberazione” della Siria, valutando più pericolosa l’ascesa dell’IS, solo la Turchia di Erdoğan valuta ancora oggi come imprescindibile un rovesciamento di Assad quale viatico per un suo intervento diretto a contrastare lo Stato Islamico. Erdoğan, pur vedendo come una minaccia l’integralismo islamico, teme in egual modo di consolidare il fronte curdo, che già agisce politicamente in Turchia.

Questa serie di fattori ha portato alla paradossale situazione di Kobane, in cui, mentre i difensori della città si trovano a dover lottare con pochi mezzi contro una possente forza d’urto, l’esercito turco resta a guardare dalle colline che sovrastano il confine Sud/orientale con la Siria, rendendo inutili i raid dell’aviazione americana, che già non sortiscono effetti di rilevo l’Iraq.

 (segue)

Share

Lascia un commento