Oltre la crisi: modelli e proposte di sviluppo (ultima parte)

Oltre la crisi: modelli e proposte di sviluppo (ultima parte)

Quindi, per concludere, torniamo alla domanda di partenza:

“Come fermare il declino economico e sociale dell’Italia?”

Secondo noi non è possibile.

In primis perché l’Italia è inserita in un sistema/modello, quello occidentale, che sta collassando, e poi perché la nostra nazione rappresenta uno degli anelli deboli di questa realtà. Quindi sarà la prima ad essere sacrificata in eventuali situazioni d’emergenza sistemica, e a subirne per prima gli effetti.

Non esiste una valida alternativa a questa condizione, se la nostra classe dirigente continuerà a seguire i dettami di sviluppo applicati fino ad oggi, e ad avere una visione del mondo non più in linea con il processo storico in divenire. E non esistono attualmente nemmeno degli esempi di riferimento tra le così dette economie emergenti, in quanto anch’esse sono parte integrante del processo di applicazione del sistema/modello occidentale, seppur con delle variabili locali o specifiche.

Rendere più competitivi i fattori produttivi nazionali, comprimendo magari i vecchi diritti che regolavano il mondo del lavoro non più tardi di qualche decennio fa, orientarsi su settori definiti di “nicchia” o iperspecialistici, creare le condizioni per l’afflusso di finanziamenti esteri, svendendo quel poco di sovranità economica che ancora ci resta, non sono altro che misure poco più che palliative.

Chiunque le proponga non ha ben chiara la situazione in cui si trovano non soltanto l’Italia o l’Occidente, ma l’intero pianeta. E in tempi come questi, dove si blatera molto di globalizzazione, è cosa quanto meno ridicola.

Per andare “oltre la crisi” serve uno slancio radicale nel ripensare integralmente ed organicamente la società italiana, rimettendo al centro le potenzialità insite nel concetto di comunità di popolo, e sostituendo la filosofia individualistica imperante con quella del bene comune. Così facendo si debbono operare dei mutamenti altrettanto radicali nella struttura produttiva nazione, ripensarne le priorità e gli obbiettivi, ritornare ad avere una politica estera degna di questo nome, ed inserirla in quadro più ampio, quello europeo, dove l’Italia potrebbe fungere da esempio per altre nazioni.

Difficile?

Sì, ma non impossibile.

E noi crediamo ancora che realizzare un simile progetto rivoluzionario si possa fare. Complice anche il deteriorarsi della nostra situazione, potranno presto aprirsi dei varchi in cui andare ad inserire delle proposte dirompenti e radicali.

Serviranno uomini con abbastanza coraggio, e che abbiano ben chiaro nella propria mente che non esistono scorciatoie più o meno fattibili, ma solamente un’unica certezza: l’attuale sistema/modello dovrà essere completamente distrutto, prima che ci distrugga.

Gabriele Gruppo

 

 

 

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