Oltre la crisi: modelli e proposte di sviluppo (terza parte)

Oltre la crisi: modelli e proposte di sviluppo (terza parte)

La globalizzazione non ha uniformato popoli e modelli, così come s’immaginava in certi ambienti ad inizio secolo, essa ha dovuto adattarsi al sorgere del multipolarismo di soggetti forti che hanno, di fatto, adattato la globalizzazione alle singole realtà oggettive politiche ed economiche.

Intendiamoci, il multipolarismo, così come si presenta oggi, non reca nessuna caratteristica alternativa al sistema di sviluppo imperante. Il Nord America e l’Europa restano vincolati a certi standard liberisti e al “mito” dell’ineluttabilità del progresso, tuttavia anche Cina, Russia, India e Brasile, solo per citare i principali soggetti del processo multipolare, pur avendo posto delle differenziazioni nel loro approccio con la globalizzazione, non sono stati fin ora in grado di elaborare nulla di radicalmente diverso.

Per questo motivo, l’eventuale collasso finanziario dell’Occidente, o della Cina, o addirittura lo scoppio di una bolla finanziaria in uno dei tanti punti di stress economico, può portare ad una serie di ripercussioni negative di portata planetaria; in quando esiste un’interconnessione sistemica che non può e non deve essere sottovalutata o ignorata.

Per questo noi non rivolgiamo la nostra critica al solo modello occidentale in declino, ma a tutto un processo che segue le stesse fondamenta su cui si poggiava l’Occidente nella sua ascesa novecentesca.

A sostegno della nostra tesi potremmo portare un gran numero di esempi, che vanno dall’approccio univoco di tutti i soggetti multipolari sulla questione energetica, sull’obiettivo di crescita dei consumi, e sul commercio globale.

Nessuna di queste voci vede progetti di ridimensionamento fisiologico, indotto da politiche economiche mirate, che tentino di calmierare la domanda di beni con le effettive prospettive di disponibilità di materie prime nel medio/lungo termine.

E’ inutile fare grandi proclami sui rischi ambientali dell’attuale modello di sviluppo, se poi si adottano principi che non prevedono dei ridimensionamenti o delle alternative al consumismo di massa.

Così com’è inutile continuare ad implementare l’economia finanziaria e a farne una sorta di totem di sviluppo sociale, dal momento che essa, fin dalla grande crisi del ’29, non ha portato altro che a delle pericolose criticità per l’economia reale.

Criticità che se in tempi non troppo lontani potevano essere risolte nel solo ambito occidentale, oggi hanno una vastità tale da poter sfuggire ad ogni controllo, e ad ogni intervento emergenziale.

(segue)

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