Che cos’è la “flessibilità”?

Che cos’è la “flessibilità”?

Che cos’è la “flessibilità”?

Dovremmo chiedercelo sul serio, visto e considerato che se ne parla da anni nel mondo del lavoro, e ne parlano un po’ tutti.

Ne parla Confindustria, prima nel modo veemente della Marcegaglia, oggi con il pudore di Squinzi. Ne parla la politica quando deve affrontare il nodo delle pensioni, o la riforma dei contratti di lavoro. Ne parlano i sindacati come di una bestia nera, che lede i diritti dei lavoratori.

Tuttavia, a nostro giudizio, “flessibilità” è uno di quei termini cui ci si può adattare ogni vestito, per le più disparate occasioni e posto nelle prospettive più varie.

Sentimmo per la prima volta questo termine in ambito lavorativo sul finire degli anni ’90.

Una nostra conoscente, operaia in una grande manifattura tessile piemontese (oggi chiusa), diceva che i titolari dello stabilimento avevano concordato con i sindacati la “flessibilità”; ovvero andare a lavorare il Sabato, in periodi di picco produttivo, senza che le ore fatte dai dipendenti fossero conteggiate come straordinarie, bensì ordinarie.

La nostra conoscente giustificava la cosa come atto di “buona volontà” dei lavoratori nei confronti dell’azienda, per ammortizzare i costi di produzione e, conseguentemente, renderla competitiva contro la concorrenza cinese di cui, proprio in quegli anni, si cominciava a sentir parlare.

Da quel momento in avanti abbiamo visto declinare la parola “flessibilità” nei modi più diversi.

C’è la flessibilità dei nuovi contratti di lavoro, che rende ormai quel lavoratore non incluso in certe nicchie ipertutelate, una sorta di pezzo intercambiabile a seconda delle necessità produttive delle aziende. Necessità divenute stagionali e che, quindi, fanno del precariato una vera e propria realtà di fatto, mascherata abilmente anche dalle continue riforme del governicchio di turno.

C’è poi la flessibilità delle pensioni. L’INPS reggerà ancora per poco la crisi sistemica dell’Italia, e lo slittamento progressivo dell’età pensionabile, con la scusa delle mutate aspettative di vita degli italiani, offre la possibilità ai nostri arguti politicanti di ammortizzare gli alti costi di mantenimento della previdenza nazionale, con un trucchetto di equilibrismo sociale.

Una pezza peggiore del buco; se pensiamo che in prospettiva ci saranno sempre più lavoratori maturi o anziani, flessibili ovviamente, e giovani sempre più disoccupati, che nemmeno avranno la possibilità di essere flessibili, vista la scarsità di offerte d’inserimento professionale, e si dovranno accontentare di essere perennemente dei “bamboccioni”.

C’era chi diceva che le parole sono importanti. Tuttavia, di questi tempi, le parole più importanti hanno significati che ormai sfuggono ad una classificazione precisa.

E qui torniamo al punto di partenza: Che cos’è la “flessibilità”?

Sotto certi aspetti, e in determinati contesti, questa parola potrebbe anche essere utile per ridefinire il mercato del lavoro in Italia, spesso ingessato da troppe caste autoreferenziali, ma solo se accompagnata da un ripensamento organico concreto di tutto il sistema produttivo nazionale, e dei suoi effetti in ambito previdenziale.

Ed ecco il nocciolo del problema: così com’è intesa, la “flessibilità” è solamente una delle tante maschere dietro cui si nasconde il declino dell’Italia. Specchio fedele dei sui problemi nel rimettere al centro dell’azione politica ed economica il popolo e non il mercato, visti entrambi nel senso più ampio del termine.

Senza questa consapevolezza le parole non servono a nulla, diventano dei semplici feticci dietro cui nascondere l’incapacità di azione ricostruttiva della nostra nazione, da parte di una classe dirigente ed imprenditoriale che “gioca” con le parole sulla pelle degli italiani.

Gabriele Gruppo

 

 

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