Ucraina: le spaccature profonde non si richiudono mai

Ucraina: le spaccature profonde non si richiudono mai

 

Passione e ragione, ideali e pragmatismo, questi sono i sentimenti contrastanti che nutriamo tutte le volte che affrontiamo la “questione Ucraina”.

Una nazione che soffre per la sua posizione strategica, ambita dall’Occidente e dalla Russia, spaccata al suo interno da due anime confliggenti che mai potranno trovare un comune denominatore, se non impareranno che, la cosa più importante, dovrebbe essere la centralità della patria, rispetto a legami culturali laceranti con l’estero o ai giochi di potere della sua classe dirigente.

 

In queste ore a Kiev, capitale/specchio della realtà ucraina e del suo dramma, si sta svolgendo l’ultimo atto in ordine di tempo di una crisi che rischia sempre di più di gettare nel caos questo tormentato grosso lembo d’Europa orientale.

 

Ragione e pragmatismo geopolitico ci dicono che l’Ucraina non può spostare il proprio baricentro verso Occidente. Troppi fragili equilibri regionali sarebbero a rischio, se si concretizzasse l’allontanamento dall’orbita di Mosca, in favore di una velleitaria adesione all’Unione Europea. Tuttavia, lo spirito identitario ucraino, che prende forma visibile nelle manifestazioni recenti, non può che toccare le corde del nostro idealismo.

Comprendiamo le ragioni storiche, che spingono una parte della popolazione a guardare all’Europa. Tuttavia temiamo che tale fascinazione sia controproducente per gli stessi ucraini.

L’Europa del 2014 non è la Germania nazionalsocialista (purtroppo), e gli stessi gruppi nazionalisti, che oggi infiammano le strade e le piazze Kiev, sarebbero messi al bando dai grigi burocrati di Bruxelles, in quanto confliggenti con i sedicenti “principi” di democrazia e liberalismo, che hanno già disintegrato l’orgoglio identitario di un gran numero di euro/occidentali.

 

L’Ucraina nell’Unione Europea sarebbe costretta a subire un attacco costante alla propria essenza e alla propria secolare cultura. Verrebbe prostituita al Dio mercato, e a leggi che piano piano porterebbero a compimento un processo di “normalizzazione” ed omologazione della sua comunità nazionale.

Femen e bankers andrebbero a braccetto nella dissoluzione di questa realtà.

E una simile prospettiva ci provoca nausea.

 

La Russia, per contro, punta sulla parte di popolo ucraino a lei affine, per mantenere le sue prerogative, e che rappresenta una percentuale demografica cospicua all’interno di questo Stato. A Mosca non ci sono certo dei santi disinteressati, che combattono solamente per nobili propositi, e le mosse della politica estera russa tendono a voler mantenere un’autorità strategica, più che culturale, sull’area tra il Caucaso e i Balcani, di cui proprio l’Ucraina è il settore principale.

 

Questo fatto rende la Russia preferibile per l’Ucraina?

 

O l’Occidente dovrebbe rappresentare il futuro?

 

La questione vera non è tanto con chi debba stare l’Ucraina, ma quanto al suo interno possa trovare spazio l’armonizzazione delle due anime nazionali, che unite potrebbero mantenere l’indipendenza della loro patria comune, divise, invece, farebbero il gioco di interessi diversi.

Fino a quando non sarà sciolto questo nodo, l’Ucraina vivrà una condizione di crisi permanente, che fornirà solamente dei pretesti per ingerenze esterne, così come la storia recente ha già ampiamente dimostrato.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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