Torino e i “forconi”: da un articolo la nostra riflessione

Torino e i “forconi”: da un articolo la nostra riflessione

 

In questi giorni l’Italia è attraversata dalla protesta del “movimento dei forconi”, una galassia umana e sociale, che s’è posta come obiettivo quello di far sentire la voce del popolo in difficoltà, alla classe politica nazionale. Siamo al terzo giorno di mobilitazione, e secondo noi è ancora troppo presto per stabilire quanto, le manifestazioni in corso, potranno sortire l’effetto sperato. Visti gli argomenti “superiori” che animano il dibattito politico italico, e le reazioni degli alti papaveri della nostra repubblica a questa protesta priva di sigle partitiche o sindacali, pensiamo che la voce del popolo stia trovando orecchie notevolmente sorde, speranzose che la protesta si esaurisca come un fuoco di paglia.

 

Ieri c’è capitato di leggere un articolo molto interessante del nostro amico Ario Corapi, sul sito Civico 20 News di Torino (VEDI), dal titolo significativo: L’Italia si ferma per dire “BASTA!”. Una cronaca asciutta e molto interessante di quel che è accaduto nel capoluogo piemontese il 9 Dicembre, primo giorno di protesta organizzata dai “forconi”.

Quel che c’è balzato subito all’occhio è la differenza sostanziale di chi cerca di raccontare TUTTI gli avvenimenti in modo obbiettivo, e chi, invece, preferisce il solito sensazionalismo mediatico, incentrato sugli scontri e i momenti di confronto duro tra manifestanti e forze dell’ordine.

I servizi televisivi e gli articoli su giornali e siti delle principali testate italiane, sembrano tanti copia/incolla, tutti uguali, in cui viene offerta ed enfatizzata una parte marginale di quel che sta avvenendo in questi giorni.

Proprio di quel che è avvenuto e sta avvenendo a Torino, divenuta ormai il cuore della protesta, l’italiano conosce solamente la fase in cui polizia e carabinieri sono intervenuti con la forza, per il resto constatiamo un deserto di banalità ripetute a ciclo continuo. Forse perché l’ordine di scuderia impartito alla “libera” ed “obbiettiva” informazione italiana, è stato proprio quello di far apparire la protesta popolare, ribadiamolo, apartitica e senza sigle sindacali, come un contraltare negativo dell’elezione di Matteo Renzi a Segretario del PD, sulla quale i media si sperticano in elogi. A volte per noi il sospetto è l’anticamera della verità, soprattutto se esso riguarda ogni azione di autolegittimazione del sistema vigente, il cui fine è quello d’incanalare ogni forma di dissenso nelle condotte forzate dei bizantinismi democratici, o delle querelle parlamentari.

 

Ribadiamo che è ancora presto per parlare di una “Primavera nazionale”, tuttavia il fatto che siano proprio Torino ed il Piemonte i protagonisti di questi giorni di movimentazione, non rappresenta un fatto casuale.

La crisi economica, ed il declino sociale dell’Italia, hanno duramente colpito una regione storicamente manifatturiera, una delle primissime realtà industriali della penisola; in cui globalizzazione, delocalizzazione dei settori produttivi, e sperequazione delle risorse umane, hanno colpito in modo duro e risoluto con l’avvento del nuovo secolo. Per questo la mobilitazione del “movimento dei forconi”, sempre se sia giusto utilizzare questo nome, ha ottenuto in Piemonte un risultato così forte, ed a tratti inaspettato.

I tricolori al vento là dove l’Italia ha mosso i suoi primi passi, e l’inno nazionale cantato in un contesto che, FINALMENTE, non è quello di una stupida partita di calcio, è cosa che scalda il cuore, dona speranze. Tuttavia, avendo visto molte volte sfarinarsi troppo presto, quello che doveva essere l’inizio di una vera partecipazione popolare alla storia recente d’Italia, preferiamo restare bilanciati nel nostro giudizio, diviso tra una piccola speranza, e molto pragmatismo.

Ciò nonostante, condividiamo quel che ha scritto Ario Corapi alla fine del suo articolo:

 

“(…) Gli italiani hanno da perdere qualcosa? No, e allora in fondo sperare non costa nulla. Gli italiani hanno dato opportunità illimitate alla classe politica e dirigente degli ultimi decenni. Perché ora non dare una possibilità, una sola, a questo nuovo fronte di protesta che, a parte questi primi giorni, può diventare concreto? Si sa, da cosa può nascere cosa”.

 

La speranza da sola non ci salverà, ne siamo più che convinti. Tuttavia non possiamo farne a meno, infondo siamo uomini che amano essere stupiti.

 

 

Gabriele Gruppo

 

 

Share

Lascia un commento