Medio Oriente: un po’ di storia

Medio Oriente: un po’ di storia

 

Pubblichiamo integralmente un’ottima analisi storica, molto contemporanea, sul Medio Oriente, scritta dal nostro amico Ario Corapi di Civico20News, con il quale condividiamo moltissimi punti di vista sul mondo che ci circonda.

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Medio Oriente e Usa, un percorso d’armi lungo 12 anni

La Siria sembra un film già visto 10 anni fa in Iraq

 

“Ormai non c’è più tempo, bisogna intervenire in Siria!” con questa dichiarazione di pochi giorni fa Obama, noto per essere un pacifista in quanto democratico e ancor di più perchè decorato con il Nobel per la Pace nel 2009, ha lasciato intendere chiaramente in maniera sintetica le intenzioni di Washington riguardo la situazione siriana, contando sull’appoggio, quasi scontato, da parte di Londra, tutto dopo il famigerato episodio sull’utilizzo di armi chimiche contro la popolazione siriana da parte dell’esercito facente capo al presidente siriano Assad.

Peccato che, per quanto i ricoveri negli ospedali siriani diano prova dell’utilizzo di armi chimiche, non esiste ancora nessuna prova che siano state utilizzate dall’esercito di Assad piuttosto che dal fronte dei ribelli oppositori del presidente siriano, un “fronte per la Siria libera” composto però da combattenti di fede mussulmana ma di nazionalità non siriana (come dimostra la storia del ragazzo genovese convertito all’islam, arruolatosi tra i ribelli e morto sotto le armi lo scorso giugno), un fronte sostenuto e finanziato da Usa, Gran Bretagna, Francia, Qatar, Arabia Saudita e Al-Qaeda. Nonostante siano tuttora in corso le ispezioni da parte degli operatori Onu, il cui giudizio risulta determinante per le sorti del conflitto, Washington e Londra fremono per un intervento militare.

Sembra una situazione molto simile a quella di 10 anni fa all’inizio del conflitto in Iraq, con gli Usa e la Gran Bretagna, all’epoca guidati da Bush e Blair, a capo della coalizione interventista che spingeva per intervenire allo scopo di destituire Saddam Hussein da Baghdad solo che all’epoca, nonostante le prove alquanto tendenziose fornite da Washington sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, l’Onu non diede mai il via libera per la risoluzione e infatti, mica per nulla, Saddam fu ugualmente destituito, catturato e ucciso, la Esso e la Shell si videro arrivare in gestione i pozzi di petrolio iracheno a prezzi molto favorevoli, ma delle famigerate armi di distruzione di massa custodite dal “dittatore” iracheno neanche l’ombra.

E poi non bisogna dimenticare quella che è  l’odirena fotografia del nuovo Iraq libero, democratico e con un’economia di mercato, a Baghdad la sicurezza per le strade è diminuita come dimostrano i continui attentati e i vari attriti tra comunità sunnite e sciite esplosi all’indomani del crollo di Saddam, la povertà è aumentata e senza contare che in questi 10 anni la guerra è costata la vita a ben 112.000 iracheni. Insomma, una vera e propria liberazione verso il progresso e la civiltà.

Tra pochi giorni saranno trascorsi esattamente 12 anni dalle stragi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington, teorie del complotto a parte, da allora il Medio Oriente è diventato il teatro di una lunga serie di eventi che in molte occasioni, troppe forse, hanno visto gli Stati Uniti impegnati al centro della situazione. Se in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003 gli Stati Uniti e Al-Qaeda combattevano l’uno contro l’altro, allora non è sbagliato porsi qualche domanda su come mai oggi in Siria e in Nordafrica le due fazioni si ritrovino alleate. E che dire della famosissime e acclamatissime “Primavere Arabe” scoppiate in Tunisia, Libia ed Egitto (altro paese in cui tuttora Usa e Al-Qaeda si ritrovano fianco a fianco nel sostenere i Fratelli Mussulmani) a inizio 2011? Primavere arabe che, a giudicare dallo stato attuale delle cose, paiono improvvisamente trasformatesi in gelidi inverni sahariani per non dire in sanguinose civili non ancora placate da 2 anni a questa parte, come dimostrano le situazioni attuali in Libia e in Egitto.

Negli ultimi 12 anni, prima con il pretesto di giustizia per gli attentati dell’11 settembre e poi con le questione economico-energetiche legate al petrolio, gli Stati Uniti hanno intensificato massicciamente la loro presenza militare e la loro influenza politica nei paesi arabi e mediorientali, anche grazie all’appoggio di paesi arabi alleati come Arabia Saudita, Qatar e Bahrein, e ciò dimostra come l’Afghanistan e l’Iraq 10-12 anni fa fossero solamente la punta dell’iceberg delle ambizioni espansionistiche statunitensi in Medio Oriente e come la Siria sia solo l’attuale tappa di un lungo percorso di “colonizzazione” o meglio di “americanizzazione” del mondo arabo, con lo scopo principale da parte degli Usa di garantirsi un approvvigionamento petrolifero per i prossimi decenni.

Non è difficile prevedere che il percorso espansionistico statunitense abbia tra qualche anno come prossima tappa l’Iran, infatti non stupisce che il regime iraniano degli ayatollah abbia deciso di sostituire pochi mesi fa l’ex premier iraniano Ahmadinejad con un’altra figura politica di stampo più moderato e progressista, probabilmente con l’intento di ripianare parzialmente gli attriti diplomatici venutisi a creare con Washington negli ultimi anni e poi anche per evitare che l’Iran potesse divenire luogo di ascese nazionaliste e identitarie, come in Siria per esempio, alquanto ostili al regime degli ayatollah. Resta il fatto che la Siria e l’Iran sono tra gli ultimi “stati indipendenti” rimasti nel mondo arabo, indipendenti come sovranità politica nello scacchiere mediorientale, indipendenti economicamente perchè non americanizzati con un’economia di mercato e perchè tuttora liberi di vendere ed esportare il proprio petrolio liberamente senza sottostare ai diktat del mercato mondiale.

Quando 12 anni fa gli Stati Uniti entrarono in Afghanistan e in Iraq il mondo restò a guardare, oggi non è più così in quanto gli Stati Uniti risultano tuttora impantanati in una situazione che in Afghanistan risulta più difficile del previsto rispetto a 12 anni fa e che rischia di divenire per gli yankee un Nuovo Vietnam, inoltre l’attuale crisi economica (partorita mica a caso nel 2007 proprio dagli States) sembra aver in parte indebolito la potenza a stelle e strisce, infine si avverte oggi sullo scacchiere mondiale la presenza di due potenze che 10-12 anni fa erano ancora in ascesa per poter fronteggiare a viso aperto gli Usa, ossia, la Russia e la Cina che guarda caso quando un anno fa all’Onu si discusse una risoluzione per un possibile intervento in Siria, i delegati russi e cinesi votarono contro la proposta di risoluzione anglo-franco-americana e posero addirittura il veto sulla questione in capitolo. Tutti vorrebbero capire fino a che punto vorranno spingersi Mosca e Pechino nel fronteggiare l’espansionismo americano in Medio Oriente, senza contare che i cinesi negli ultimi anni si sono impadroniti di quasi tutto il debito pubblico statunitense acquistandolo e che proprio in questi giorni Putin ha più volte lanciato ad Obama e Cameron segnali e moniti sull’intervento in Siria, non dimenticando il secco e deciso braccio di ferro vinto da Mosca contro Washington sul caso Snowden alcune settimane fa.

Sembra quindi che Mosca appaia piuttosto decisa e che non abbia paura di contrastare quanto prima l’interventismo anglo-franco-americano, bisognerà ancora attendere per capire quali saranno le reali intenzioni di Pechino di fronte all’avanzare, finora indisturbato, del Nuovo Ordine Mondiale e dei suoi fautori.

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Fonte Civico20News (www.bdtorino.net)

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Comments on “Medio Oriente: un po’ di storia

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