Politica senza idee ed antagonismo inesistente

Politica senza idee ed antagonismo inesistente

Per chi non lo avesse letto sulla rivista Luglio/Agosto di Thule-Italia, vi proponiamo una nostra riflessione politica ad ampio raggio, di estrema attualità.

Qual è l’essenza delle dinamiche politiche contemporanee in Occidente?

Domanda di non facile risposta, vista l’epoca estremamente “fluida” e mutevole in cui viviamo ed operiamo.

La globalizzazione, che in Occidente ha radicalmente condizionato cultura, consuetudini e stili di vita, ha in un certo qual modo spazzato via la necessità di lunghe elaborazioni di pensiero, e graduali transizioni storiche, per giungere ad una sorta di fast food esistenziale, in cui tutto dovrebbe essere contraddistinto da passaggi ravvicinati, pregni di contenuti facilmente fruibili ed altrettanto facilmente consumabili, e che pongano le condizioni per un altrettanto veloce ricambio con qualche cosa di sempre “nuovo” e all’avanguardia.

Pensate a quanto la comunicazione, di qualsiasi tipo, sia divenuta un elemento alla perenne ricerca dell’aggiornamento immediato, e quanto sia caratterizzata da un alto tasso di pervasività. Cosa impensabile, da fantascienza, solamente due decenni fa. Eppure la fantascienza è divenuta una realtà quotidiana, normale, cui tra l’altro in pochi fanno caso.

Questa condizione, che ci condiziona, ha di fatto svuotato di contenuti anche gran parte dei processi politici del sistema, divenuti mera forma spettacolarizzata, e anche l’approccio tenuto dall’antagonismo anti-sistema, si è di fatto piegato ai dettami comunicativi propri al sistema, adeguandosi alla sua carenza di contenuti.

Partendo dal presupposto che non è possibile creare una vera alternativa senza avere una più che solida consapevolezza della realtà, notiamo quanto ormai sia divenuta velleitaria la necessità per gli occidentali di poter fruire di una politica, tanto di sistema quanto anti-sistema, che abbia solidità organica e dottrinaria. In questo il modello statunitense ha fatto scuola, e si è imposto con diverse sfaccettature in tutte le democrazie mature. Non sono più necessarie strutture permanenti, con una loro fisicità, così come furono i partiti. Per fare attività politica nel XXI secolo, avendo un riscontro elettorale sicuro, servono poche cose: un’organizzazione di comitati territoriali temporanei, che fungano da specchietto per le allodole agli aventi diritto di voto, una propaganda superficiale, deideologizzata, con pochi punti fermi, e la capacità di drenare risorse economiche, non più finalizzate all’attività  e alla vita del partito in sé e per sé, quanto al mantenimento di un sottobosco fatto di relazioni prezzolate con figure innestate all’interno delle articolazioni della macchina pubblica; lo Stato viene quindi inteso come un punto d’incontro tra “domanda” di privilegi e “offerta” di favori.

In Italia il recente “caso Fiorito”, pur nella sua grottesca parabola, non è stato altro che un esempio estremo di questo nuovo modus vivendi di chi fa politica. Finalizzato ormai non più al prevalere di un’idea o di un’ideologia, quanto per garantire un grumo di potere personale, in questo caso legato ad un livello medio/regionale dell’articolazione dello Stato, in grado di attirare trasversalmente consenso presso settori sociali diversi, e personalità differenti.

Un “caso”, divenuto scandalo in quanto estremo. Tuttavia, siamo certi che sotto diverse sfumature la dialettica politica all’interno della democrazia rappresentativa si svolga grossomodo in modo simile, seppur con un diverso approccio e “stile”.

Cosa centri questo esempio con quanto accennato, a livello generale, quale premessa a questa nostra riflessione è presto detto.

Il fare politica ha da sempre comportato l’instaurazione di rapporti anche di natura clientelare, saremmo stupidi se lo negassimo, tuttavia questo aspetto non è mai stato così preponderante quanto nell’epoca attuale; in cui l’aver reso la politica parte integrante del processo di svuotamento di contenuti, imperante nella cultura contemporanea, ha lasciato spazio unicamente ai suoi aspetti meno “nobili”, e più propensi al non aver necessità di seguire vie dottrinarie o ideologiche, quanto lo spirito del tempus fugit.

Lo ribadiamo, senza scadere nel “caso” Fiorito, siamo certi che in tutto l’Occidente la prassi politica imperante sia questa, né più né meno. Forse, presso qualche popolo, permangono le reliquie del senso civico, e il rispetto del bene comune, ciò non toglie però la condizione di decadenza generalizzata. Infatti non riteniamo che questi pochi scampoli etico/formali possano bastare per fornire risposte adeguate alla crisi strutturale, in cui versa la nostra civiltà postmoderna occidentale. Una classe dirigente politica non può avere solamente il senso dello Stato quale spinta propulsiva, serve molto di più; idee, audacia propositiva, una visione del mondo etica ed ideologica, che deve perseguire l’intenzione di attirare non il semplice consenso elettorale, quanto l’adesione di cuori e menti. Tutto il contrario di quel che avviene nel nostro contemporaneo, in cui prevale un sincretismo politico accomodante, colmo di zone grigie, terreno fertile per il malaffare e la corruzione, e dove l’unico fine sembra essere quello di puntellare lo status quo traballante, o gestire la contingenza burocratico/amministrativa sotto la spinta degli eventi.

C’è chi sostiene che sia ormai proprio questo il ruolo della politica in Occidente. Ovvero mantenere un basso profilo, essere eterodiretta, stabilizzare ogni cedimento del sistema, e normalizzare le eventuali spinte antagoniste, che ne mettano in discussione la legittimità. Noi siamo convinti che questa sintesi sia veritiera, altrimenti non si spiegherebbe lo stato di catatonia storica di chi si trova oggi ai vertici dell’Europa (occidentale) e del Nord America. Specchio comunque fedele di popoli da tempo orbati di ogni genuina spinta creatrice e rigeneratrice, e ripiegati su loro stessi.

Non è vero che questo è il tempo in cui non c’è spazio per grandi idee, semplicemente il fattore umano che dovrebbe partorirle è spesso più interessato a seguire lo spirito, perdente, del fast food esistenziale, piuttosto che trovare una svolta radicale e decisiva, capace di rimettere tutto in discussione, foriera di sfide difficili quanto si vuole, ma non impossibili da realizzare.

Forse manca l’evento traumatico, capace di scatenare forze oggi poste ai margini, troppo radicali per non avere spessore, e quindi in controtendenza rispetto ad una copiosa offerta di potenziali delegati della democrazia rappresentativa, ben inseriti nel sistema, e desiderosi di preservare quel che in Occidente è stato raggiunto da un punto di vista economico e sociale. Tutto molto accomodante e facilmente comprensibile per popoli come quello italiano, ad esempio. Per questo non ci stupiscono gli attestati di fiducia che l’attuale rappresentanza politica riceve, anche nei momenti in cui banali demagogie sembrano prendere piede. Una “fiducia” reiterata e motivata sia dall’assenza di una reale alternativa, concreta e strutturata, sia dalla paura che il popolo serba per tutto ciò che possa essere destabilizzante per la propria quotidianità.

Non c’è nulla di più conservatore, di un popolo che ha raggiunto il benessere materiale, e che teme di doverne fare a meno.

Ciò non ci scandalizza, è nella natura umana questo atteggiamento, e per fortuna non saranno certo i latrati di pedanti pedagoghi progressisti o eco/solidali, a mutarlo. Secondo noi i “lumi” della ragion pura hanno fatto già molti danni all’Occidente negli ultimi secoli; per questo preferiamo il risvegliarsi dello spirito dei popoli, piuttosto che una loro educazione civica.

Nel frattempo continueremo ad osservare quel che questa fase di transizione storica ci propone. Nell’attesa di quel sicuro sconvolgimento che spazzerà via le sagome di cartapesta che vorrebbero spacciare per “evoluzione” ineluttabile, quel che non è altro che il frutto marcio di una civiltà giunta al capolinea.

aaa

Gabriele Gruppo


 

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Comments on “Politica senza idee ed antagonismo inesistente

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