Il coraggio di superare il limite

Il coraggio di superare il limite

 

Sono anni che abbiamo assunto il ruolo di osservatori e commentatori di questa crisi epocale, che sta di fatto mutando la storia dell’Italia e del pianeta, senza che sia ancora maturata la consapevolezza generale di quanto sarà profondo questo cambiamento nei decenni a venire.

Forse, in realtà diverse da quelle dell’Occidente, dove i popoli sono più sensibili, meno saturi materialmente e meno pigri culturalmente, troveremmo maggior inclinazione verso un certo modo di concepire il futuro prossimo. Tuttavia questo non certo ci appaga, visto e considerato che il nostro interesse principale è quello di creare le condizioni per un’alternativa in seno alla nostra nazione e al popolo cui apparteniamo.

Questo rappresenta un grande problema.

 

Riteniamo che il declino economico dell’Italia, provocato da una gestione delinquenziale nell’approccio alla globalizzazione della nostra classe politica ed imprenditoriale, non abbia ancora raggiunto livelli che possano coagulare la comunità nazionale (se esiste ancora) intorno ad un pensiero/guida di resistenza, o ad una proposta che non sia solamente protesta becera e superficiale.

Non vogliamo fare il solito banale sermone sul “popolo bue”, o sull’italiano medio, anche perché non siamo certo i peggiori in Occidente. Bensì vorremmo spronare perché si riflettesse sulla condizione in cui siamo, quella reale non quella in cui vorremmo trovarci.

Perché si fa presto a prendere lucciole per lanterne, o a guardare le cose con occhi non obbiettivi.

Quanta emozione virtuale abbiamo letto in chi commentava questi anni di proteste di piazza in Europa, o le più recenti in Turchia, in Brasile ecc.

 

Vi siete mai chiesti a che cosa hanno portato tutte queste virulente espressioni di malessere?

 

Per rispondere a questa domanda basterebbe fare un bilancio dell’ultimo tsunami da operetta andato in scena proprio in Italia: quello di Beppe Grillo e del suo M5S. Che ha avuto l’unico merito, ovviamente per il sistema dominante, di legittimare un’accozzaglia di mediocri che oggi, come ieri, si prodiga a mantenere lo status quo, cui anche gli italiani sono molto affezionati, nonostante negli ultimi tempi ci siano stati segni di cedimento.

Inutile cercare “legami” ideologico/affettivi con quel che accade nell’ultimo periodo in nazioni extraeuropee. Guardiamo nel nostro Vecchio Continente, in cui, a parte qualche rarissima eccezione, alla protesta non è mai seguita né organizzazione né tantomeno rivoluzione.

Ai gruppi di potere è bastato aspettare che l’incazzatura passasse, per poi fare esattamente quello che volevano.

Chi comanda in Europa sa benissimo che ai civilizzati cittadini di questo continente manca la spina dorsale, e la fame vera, per reagire contro chi li sta portando inesorabilmente al macello.

 

La crisi? Cos’è la crisi?

 

Una parola che spesso è utilizzata per giustificare l’aumento della disoccupazione, la delocalizzazione del settore manifatturiero, il collasso di qualche settore dell’economia nazionale. Oppure si da colpa a questa parola se c’è un calo dei consumi interni.

C’è molta protesta in rete, anche giusta ed intelligente, ma in rete si ferma. Così come c’è molta protesta nel bar vicino casa, ma poi tutti se ne tornano alla loro esistenza, all’irrinunciabile quotidianità.

 

Qualche giorno fa, durante una festa estiva di un partito molto protestatario, abbiamo ascoltato Giulietto Chiesa dissertare su quanto sia necessario ricostruire un movimento pacifista nazionale ed europeo, per evitare che Italia ed Europa siano trascinate dagli USA in un conflitto mondiale.

C’erano meno di un centinaio di persone, e quando l’ottima analisi di Chiesa si concludeva puntualmente con la previsione di una guerra mondiale, avvertivamo più smarrimento che convinzione tra i presenti. Addirittura c’era chi faceva di nascosto gli scongiuri.

Francamente abbiamo fatto questo esempio non per sferrare uno stupido attacco contro un’area politica “diversa” dalla nostra.

Infatti, abbiamo raggiunto un certo numero di esperienze politiche ed umane, che ci hanno dimostrato quanto siano diffuse certe incongruenze tra il “dire” e il “fare”.

 

Il coraggio di andare oltre quel limite, quello tra il “dire” e il “fare”, sembra essere il grande assente di questa nostra fase storica.

Forse dobbiamo solamente aspettare che le cose si complichino e che, finalmente, l’agonia dell’Occidente sia interrotta da un evento traumatico e definitivo.

 

Solo allora sapremo con certezza chi avrà il coraggio di superare il limite… anche noi.

 

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

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Comments on “Il coraggio di superare il limite

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