Cina: l’economia del “fantastico” è in crisi

Cina: l’economia del “fantastico” è in crisi

Cina, il miracolo economico è ufficialmente finito

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In maggio l’indice delle attività manifatturiere cinesi ha segnato, per la prima volta da sette mesi, un calo sotto la soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione a causa della diminuzione degli ordini.
Nello stesso mese  le esportazioni hanno segnato il tasso di crescita annuale più basso in quasi un anno all’1%, con i flussi sia verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa – i primi due mercati della Cina – in discesa per il terzo mese consecutivo. Anche le importazioni sono diminuite dello 0,3%, contro attese di un aumento del 6%, poiché il volume di molte spedizioni di materie prime è sceso rispetto a un anno prima.
Di fronte a tanti indici che scendono, ad aumentare sono solo i timori di un ulteriore rallentamento della crescita nel secondo trimestre e di un ulteriore taglio delle stime per l’intero anno. Tirando giù anche le borse.

Dopo lunghi periodi di sviluppo con tassi a doppia cifra, la dura realtà ci mostra una locomotiva asiatica che rallenta a vista d’occhio: negli ultimi 3 anni il segno più è passato dal 10,4% del 2010 al 9,3% del 2011 per arrivare al 7,8% del 2012, il dato più basso da 13 anni a questa parte. E le stime vengono costantemente riviste all’ingiù: anche in questo 2013 la Cina crescerà meno di quanto previsto, ossia “solo” del 7,7% a fronte dell’8,4% sperato.
Secondo uno studio, la crescita potrebbe arrestarsi del tutto a partire dal 2015, quando il calo della popolazione in età lavorativa – conseguenza della scellerata politica del figlio unico – e l’aumento del tasso di dipendenza dovrebbero portare a un calo del tasso di risparmio. Sempre ammesso che in termini reali non sia già prossima allo zero già oggi.

(Segue)

Fonte www.geopoliticamente.wordpress.com

In quest’articolo che vi proponiamo, si trovano riassunte tutte le criticità cinesi che stanno emergendo nel 2013, un anno così anomalo, che con ogni probabilità sarà ricordato come l’anno di preparazione a una nuova crisi economica globale.

Ne siamo certi, siamo ad un punto di svolta, da molto tempo segnaliamo su questo nostro sito tutta la difficoltà incontrata dalla Cina nel mantenere il ruolo di motore della globalizzazione, un primato che sta mettendo a rischio la tenuta stessa del gigante asiatico.

Evidentemente fummo buoni osservatori della realtà quando, proprio nella prima fase della crisi, quella che potremmo definire “fase d’Occidente”, ritenevamo impossibile che la crescita cinese potesse reggere il ritmo a lungo; incalzata com’era dalle pressioni di Europa e Stati Uniti, che supplicavano una concorrenza meno spietata, e al contempo lacerata dalla necessità di mantenere il proprio status quo interno, e contenere la spinta sociale che chiedeva di poter godere maggiormente i frutti della nuova posizione dominante.

 

Il prolungarsi della recessione tra le due sponde dell’Atlantico, e l’assenza di mercati capaci di sostituire le fitte relazioni import/export tra Cina ed Occidente, stanno avendo ripercussioni negative ormai anche sul Drago, che si trova ora a dover affrontare la fine di un ciclo di record in punti di Pil, e di capacità produttiva.

La Cina è stata l’economia del “fantastico”, così come la definimmo molto tempo fa, dove le speranze ed i sogni di aziende e speculatori occidentali sembravano aver trovato una sorta di Eden vasto come un continente, dove tutto era possibile, e dove le prospettive di sviluppo dei consumi interni davano ad intendere che qualsiasi bene avrebbe trovato un mercato vergine e recettivo.

 

Tante volte ironizzammo su chi voleva orientare l’intera economia italiana, ad esempio, verso produzioni di “nicchia” o ad alto valore aggiunto, che avrebbero dovuto imporsi a colpi di qualità presso il neo consumatore cinese.

A ben vedere in pochi oggi sembrano azzardarsi nello sponsorizzare apertamente questa sorta di miraggio. Forse perché comincia ad arrivare la consapevolezza che non esisterà MAI una via d’uscita da questa crisi, che è strutturale, oltre ad essere economica, in quanto rappresenta il fallimento di un sistema che ha nel modello economico neo liberista una sorta di spina dorsale, e la Cina doveva essere la nuova frontiera di questo modello.

 

Cos’accadrà?

 

Tutto potrebbe succedere, a partire da un effetto/domino sulle nazioni che esportano materie prime per la manifattura del Drago, tra cui colossi come il Brasile. Gli USA, che hanno istaurato con la Cina un rapporto a dir poco simbiotico, potrebbero ricevere un contraccolpo severo, che metterebbe a nudo tutta la loro impotenza, di riflesso anche l’Europa vedrebbe aggravarsi la sua condizione, già precaria.

Non stiamo esagerando, tutto quel che sta avvenendo, e in modo così repentino, non è altro che il secondo tempo di un declino epocale, di un collasso senza precedenti nella storia.

Parlare semplicemente di “bolla speculativa” sarebbe riduttivo, qui è entrato in crisi molto di più.

 

La decrescita economica, guidata da un nuovo approccio tra politica, comunità nazionali, ed economia rappresenterà presto l’unica sensata alternativa ad un gioco al massacro in cui saranno i popoli ad essere posti sull’altare del sacrificio.

Oggi, come sempre, ci domandiamo se sia logico morire per il libero mercato, oppure vivere per costruire una nuova era, una nuova civiltà.

 

Per questo vorremmo vedere presto non solamente la Cina in ginocchio, ma tutti quegli attori che muovono le fila della globalizzazione, e che da essa ne hanno tratto delinquenziali benefici.

 

Gabriele Gruppo

 

 

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