Riflessione politica (seconda parte)

Riflessione politica (seconda parte)

 

 

Estremisti in cerca d’autore

(e il grillo pigliatutto)

Cosa succede agli estremisti? In un momento storico in cui la crisi economica sta disintegrando l’intera società italiana, compromettendone il benessere diffuso, e la classe dirigente in auge ha perduto progressivamente credibilità, coloro che materialmente avrebbero di che trarre giovamento da un punto di vista del consenso elettorale da una simile situazione, ecco che si trovano invece esclusi, tagliati fuori dai giochi, frustrati nelle loro aspirazioni politiche. L’estrema destra e l’estrema sinistra non sembrano aver più nulla che possa trovare appiglio presso gli italiani in questa fase travagliata del XXI secolo. Eppure gli estremisti hanno molta storia da insegnare, su cui fondano la loro identità, hanno ideologie che potrebbero muovere il mondo, idee rivoluzionarie, senza dubbio, capaci di fornire delle valide alternative a questo sistema agonizzante. L’estrema destra e l’estrema sinistra hanno antiche vittorie da celebrare, sconfitte da riscattare, eroi e martiri da ricordare e onorare, traditori da odiare. Il loro essere in antitesi rappresenta da sempre una vicendevole lotta del bene contro il male, che si manifesta (sempre più di rado) anche con qualche confronto fisico o manifestazioni cariche di tensione, come nei tempi che furono: i “mitici” anni ’70 per intenderci. Quando ciò accade, e le due ali estreme trovano motivo di scontro, i media poi ci vanno a nozze, ricamando sopra commenti e analisi per intere settimane. Salvo poi far rientrare tutto nel dimenticatoio, lasciando sì che il pubblico italiano tragga sempre la stessa conclusone: “Casinisti”.

Sì, “casinisti” punto e basta, se non anche “anacronistici”. Poco prima del Natale scorso, ci capitò di assistere ad una parata organizzata da un centro sociale nel capoluogo di una famosa provincia tradizionalmente rossa. Più che una parata d’orgoglio però, ci sembrò più che altro la passeggiata di quattro giovani babbei lerci, che seguivano un furgoncino da cui usciva musica afro-rap-pop e schifo discorrendo a tutto volume, interrotta ogni tanto dalla voce stentorea di un personaggio (il capo?) che glorificava il centro sociale e le sue attività. Il cordone di polizia sovrastava numericamente i partecipanti alla sfilata, la gente intorno era più indifferente che incuriosita, e l’unico commento che ci veniva in mente di fronte a quella scena era appunto: “anacronistici”.

Infondo ecco ciò che resta del popolo dei No Global italiani. Rottami sparsi in giro per la penisola, che solamente durante sporadiche occasioni riescono a fare un po’ di massa critica per incendiare qualche cassonetto in piazza, o giocare a fare i ribelli metropolitani con la polizia in assetto anti-sommossa. Inconcludenti quasi quanto chi, nell’estrema destra, ritiene che le migliaia di turisti che ogni anno visitano la tomba del Duce a Predappio, siano il segno di un consenso inconscio degli italiani verso il fascismo, consenso che prima o poi si dovrebbe tradurre in voti sicuri per la rivoluzione nazionale. Una pia illusione.

Le due estremità sono dunque oggi accomunate da un destino d’inconsistenza politica, prive come sono di quei punti di riferimento su cui far breccia con idee alternative e progetti dirompenti. Quando parliamo di punti di riferimento intendiamo quelle categorizzazioni tradizionali della politica, in cui si poteva dividere e suddividere la popolazione della penisola su basi ideologiche. L’estrema sinistra ha perso infatti il proletariato e la classe operaia. Queste due categorie sociali esistono ormai solo in nicchie settoriali sempre più ristrette, in quanto l’evoluzione/involuzione del mondo del lavoro ha ormai precarizzato gran parte delle mansioni, modificandone i contenuti sociali. L’operaio, così com’è da sempre inteso dall’estrema sinistra, nella sua visione mitica, non rappresenta da tempo il lavoratore/tipo più diffuso in Italia, e parlare di classe operaia appare ormai quantomeno desueto. Il tentativo di evangelizzare gli immigrati poi, visti come i nuovi proletari, rappresenta una forma di puro velleitarismo ideologico, una forzatura intellettuale che non trova nessun terreno fertile nella realtà. Tempo fa, ad esempio, venimmo a sapere che un “illuminato” fautore dell’integrazione dei migranti, in un capoluogo dell’Italia settentrionale, tentò di organizzare un incontro con i capi delle diverse comunità straniere presenti nella sua città, per consolidare il dialogo tra politica e “nuovi italiani”. Oltre al fallimento dell’iniziativa però, questo idealizzatore degli stranieri dovette anche sorbirsi la risposta del giovane capo della locale comunità cinese, che al suo invito al confronto tra i popoli rispose quanto a lui dell’integrazione non interessasse nulla, che era in Italia per fare business e non aveva tempo da perdere in stupidaggini.

L’estrema destra, invece, sembra ormai incapace da tempo di poter trovare il modo di rappresentare veramente il popolo italiano nella sua organicità, e nelle sue istanze. L’identitarismo colloca le classi sociali in secondo piano, rispetto all’unità della comunità nazionale, e punta all’armonia del bene comune rispetto alla lotta di classe. Anche se una radice socialista ha sempre posto comunque in risalto lo sviluppo e la difesa del ceto produttivo e popolare, rispetto al padronato o all’imprenditoria, visti tuttavia non quali nemici assoluti, come per l’estrema sinistra, ma come elementi della nazione da educare ai principi della partecipazione agli utili e della socializzazione. Nonostante le potenzialità insite in questa visione del mondo e della società, l’estrema destra italiana, tuttavia, sembra essere perennemente priva di ricette che possano renderla politicamente interessante, avendo passato forse troppo tempo a rimuginare su quello che poteva essere il Movimento Sociale Italiano senza l’odiata “svolta di Fiuggi”, imposta dall’odiato Gianfranco Fini, il grande traditore, o a rincorrere ad esempio la Lega Nord sulle tematiche dell’immigrazione e della sicurezza, dopo essersele fatte letteralmente scippare dagli esponenti politici del Carroccio, che ne hanno capitalizzato i frutti ad ogni tornata elettorale. Va poi aggiunto che non c’è mai stata nell’estrema destra italiana la volontà di uscire da lunghe e tediose questioni di revisionismo storico su quella che fu la parabola del Fascismo, impegnative e appassionanti da un punto di vista culturale, ma che non hanno certo giovato alla possibilità di accreditarsi presso l’italiano medio con argomenti che fossero all’insegna di tempi e problematiche di maggior contingenza. Quelle che potremmo schematizzare come le due ali estreme della politica nazionale vivono dunque una fase di stallo; imbrigliate un po’ dal “gioco” del sistema che ha reso la loro antitesi un fenomeno da stigmatizzare attraverso i media, agitando lo spauracchio della violenza politica degli anni di piombo, ma anche dall’incapacità di porsi in sintonia con un tipo di protesta capace di sfruttare modelli comunicativi tecnologicamente avanzati ma grezzi nei contenuti e semplificati nell’estetica.

(continua)

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Comments on “Riflessione politica (seconda parte)

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