Punto di Riflessione

Sono di fronte al mio pc portatile, moderno strumento di comunicazione e conoscenza, divenuto per me anche strumento di lotta politica. Le uniche luci della stanza sono quelle dell’albero di Natale che mi donano la sensazione di un piccolo focolare intermittente.
Molti i pensieri portati da queste festività invernali, che prendono forma nella tranquillità domestica.
Ho appena letto sul sito dell’Ansa che la crisi sta intaccando in modo esponenziale la fiducia degli italiani nelle prospettive per il nuovo anno.

“(…)quasi uno su due (48%) ritiene che la situazione economica del Belpaese sia pessima e il 36% si aspetta un ulteriore peggioramento delle condizioni della propria famiglia”.
Fonte Ansa del 2 Gennaio 2012

Oltre ai timori si aggiungono poi le conclamate condizioni d’instabilità socio/economica, che non sono ormai più solo un fuoco che cova sotto la cenere, ma che stanno crescendo in tutta la loro preoccupante incombenza per le prospettive a medio termine che riguardano la nostra quotidianità.

“(…)Inoltre, nel 2011, 83 italiani su 10 (83%) hanno tagliato le spese e la crisi continua a mordere: solo il 62% riesce a coprire con lo stipendio le spese mensili, mentre uno su quattro (28%) arriva solo alla terza settimana”.
Fonte Ansa del 2 Gennaio 2012

Penso a me e alla mia compagna, che con fatica siamo riusciti ad emanciparci dal ruolo di “bamboccioni”, cercando di ritagliarci uno spazio d’autonomia adulta e consapevole da quel supporto sociale non istituzionale, che sono diventate le famiglie.
Penso a quella serie di fattori delicati che ci hanno permesso di compiere una scelta che in passato era scontata, ma che nell’Italia del 2012 sembra essere ostacolata da ogni tipo d’insicurezza celata dietro i tanti angoli di quest’epoca di transizione.
Il lavoro, prima fonte di stabilità in un evo non troppo remoto, non garantisce più di poter fare progetti a lungo termine.
Contratti capestro obbligano a cedere porzioni rilevanti di diritti (evidentemente non più acquisiti) ed impongono doveri verso coloro che hanno il coltello dalla parte del manico, obbligano a vivere giorno per giorno tra timori da combattere e conti in tasca da fare.
La disintegrazione del tessuto occupazionale, dalle molteplici cause, mette una grande ipoteca anche su quel poco di tranquillità che dovrebbe essere appannaggio di un’assunzione a tempo indeterminato.
Infatti, quando la crisi economica si aggraverà (perché si aggraverà molto presto), poche saranno quelle nicchie professionali al riparo da una cruenta ristrutturazione aziendale, o da un improvviso taglio del personale. Non fatevi quindi illusioni d’essere indispensabili.
Penso ai miei genitori, che certo non auspicavano di lasciarmi in eredità questo stato di cose, ma che forse non hanno fatto abbastanza per evitarlo.
Penso a mio padre, piccolo imprenditore, e alla sua delusione nel constatare quanto il frutto del suo lavoro sta appassendo velocemente. A volte mi dice “Preferisco chiudere con i conti a posto, con tutto e tutti, che fallire come un coglione”, moderno orgoglio di chi s’è fatto da solo.
Penso a mia madre, assistente in una casa di riposo, che vede il giorno del suo pensionamento sempre più spostato in avanti, ed uno stipendio che a stento riesce a tenere il passo dei continui rincari. A poco gli servono le lacrime di coccodrillo di chi sta sacrificando il duro lavoro di molti italiani come lei, sull’altare di questa crisi.
Penso agli italiani e alle italiane nate da poco, che non possono ancora rendersi conto di quanto dura sarà la loro vita. Nati nell’epoca più sfavillante ed effimera mai vista in terra, si troveranno da adulti a dover combattere giorno per giorno contro la concreta decadenza della nostra società, dell’Occidente opulento che diventerà povero. Ne saranno in grado? Temo la debolezza delle nuove generazioni, a cui molto è stato promesso e concesso, e che spesso non si rendono conto di quel che sta succedendo intorno a loro.
Rifletto quindi su quello che è il mio ruolo in tutto questo, di persona che cerca di portare un’alternativa a chi oggi è con me in questa barca che sta affondando sempre più velocemente.
Siamo tanti in questa barca, e non saremo tra coloro che avranno il privilegio di una scialuppa garantita, già pronta per partire verso altre salvifiche destinazioni.
Dobbiamo riparare il motore di questa barca, chiudere le falle ed invertirne la rotta, se non vogliamo ritrovarci un domani a dover fare i conti (salati) del passivo accettare le decisioni di chi vorrebbe farci affondare.
Per questo non intendo fare l’eremita post moderno, non voglio chiudermi nel mio piccolo mondo nell’attesa di qualche miracolo soprannaturale, che porti una mitica età dell’oro dettata dai postulati di una sedicente “tradizione”.
Voglio trovare uomini e donne che hanno il coraggio di ammettere che quel che siamo oggi non ci garantirà il futuro, ma solo un velleitario presente.
Voglio trovare chi ha ancora la forza di restare in piedi, e di mettersi a disposizione per l’Italia.
Solo se saremo in tanti, capaci di rinunciare al nostro “io” egocentrico per un “noi” fatto di condivisione di quel poco che potremo portare da questa nostra epoca di transizione, riusciremo a salvare la barca su cui siamo, e salvando lei salvare noi stessi e coloro che verranno dopo noi.
Questo è un nostro diritto, ma soprattutto un nostro dovere.

Gabriele Gruppo

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