Italia terra di inutili caroselli

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“E adesso cosa cambia?”

Questa è la domanda che ci poniamo tutte le volte che in Italia scendono per le strade ed in piazza categorie in “rivolta”, gruppi socio/politici, movimenti d’opinione, indignati ecc.

“E adesso cosa cambia?”

Di serrate e scioperi generali ne abbiamo visti tanti in questi anni recenti, di urlanti capetti megafonati pure, di polemiche e dibattiti sulle ragioni della protesta X, o della mobilitazione Y non ne parliamo, ci siamo fatti una (sub)cultura su tutto il ciclo vitale che fa sviluppare certe manifestazioni mediatiche, che consecuenzialmente vengono poste nel dimenticatoio non appena si raggiunge l’utile livello di saturazione massificante, che alla fine rende tutto innocuo.

Mostrare i muscoli, senza tuttavia avere una reale pars construens, un impianto organizzativo e dirigenziale solido, logora anche le proteste più legittime dalle fondamenta. O forse non ne abbiamo ancora abbastanza, da Genova 2001 in poi, di fuochi di paglia che lasciano solo cenere, e poco altro.

Ci fan morire dal ridere poi i sopracitati capetti megafonati che, al primo avvistamento del confine che separa la protesta dalla rivolta diventano stranamente più accomodanti con quelle istituzioni che dicono di voler contrastare. La “lotta dura” in buona sostanza è più una formulazione verbale ad uso e consumo dei tanti inviati delle testate giornalistiche, pronti ad immortalare gli uomini/simbolo del momento e le loro pittoresche esternazioni, che una reale opzione che possa anche solo lontanamente essere presa in considerazione da chi muove improvvisate armate popolari o di categoria.

Vogliamo lottare?

Vogliamo fare sul serio?

E come?

Bloccare per qualche giorno le strade non serve.

Inscenare carnevalate rumorose non serve.

Intavolare estenuanti discussioni non serve.

Se poi aggiungiamo a questo quadro, che in Italia non si riesce ad organizzare una contrapposizione al sistema realmente unitaria, trasversale a gruppi politici e sociali, per via della congenita propensione dell’italiano in generale a farsi sempre gli affari propri o della propria parrocchia, direi che possiamo anche avanzare di sostenere (virtualmente) questa o quella sporadica protesta.

Un minimo di decenza sarebbe un fattore da non sottovalutare.

Lottare, fare sul serio, comporta sacrifici e coerenza, e di gente in giro che si lamenta tanto, ma che non muove un dito, lo stivalone ne è stracolmo.

Non regge la scusa che il sistema è troppo forte miei cari conigli mannari, rintanati in comode battaglie di retroguardia, o pronti a fare le “demi-vierges” appena venite scovati a trattare proprio con il sistema. Nulla è impossibile se realmente si ha un fine vitale da raggiungere, un traguardo che rappresenti la scelta obbligata tra la cesura con tutto (E DICO TUTTO) quello che ci ha condotto a questa crisi, o l’essere declassati a semplici fruitori dei pochi spazi di carosello che ci vengono offerti.

Se preferite continuare a porre mille scuse e cento personalismi, pur di non scegliere tra queste due opzioni, allora c’è chi sceglierà per voi, statene certi… e dopo il carosello da bravi tutti a fare la nanna… mi raccomando!

Gabriele Gruppo

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