Il ponte di Cassandra (seconda parte)

Il ponte di Cassandra (seconda parte)

Il baricentro europeo tra il XIX secolo ed il XX secolo, da cui si diramarono purtroppo anche le direttrici fondamentali dell’economia di mercato in tutto il pianeta, vide l’ultimo grande frangente d’importanza della sua millenaria storia. Importanza che cessò definitivamente con le risultanze degli accordi di Yalta (Febbraio 1945), in cui il Vecchio Continente si trovò ad essere da soggetto della storia ad oggetto di due potenze allogene ad esso, vincitrici del secondo conflitto mondiale.

La sostenibilità dell’equilibrio sorto dal tramonto del baricentro europeo, il sistema bipolare in cui si trovò ripartito il pianeta nei suoi snodi fondamentali, ebbe una durata temporale di qualche decennio. Ed in esso, attraverso le conoscenze maturate, possiamo oggi intravvedere i prodromi del processo di globalizzazione, che proprio sul finire del “secolo breve” e del bipolarismo ebbe il suo primo slancio.

Dei due paradigmi della globalizzazione abbiamo già fatto cenno nel precedente capitolo. Quindi, non torneremo più sulla loro natura effimera, anche se saranno sempre indicati quali “convitati di pietra” delle nostre tesi.

Ovviamente ciò che abbiamo sintetizzato, non deve essere inteso come un’analisi esaustiva, quanto un doveroso punto di partenza. Il problema della sostenibilità si è presentato sotto diverse forme nel corso dei due secoli che abbiamo alle nostre spalle. Purtroppo il prevalere di forze economiche apolidi e culturalmente mondialiste, ha degenerato dapprima il primato europeo, per poi tracimare negli eccessi del processo liberista di sviluppo produzione/consumo, che sembra ormai l’unico metro di misura su cui si fondano le prospettive per l’avvenire dell’umanità.

L’ipertrofia dell’economia mercantile; che non prevede revisioni critiche costruttive o ridimensionamenti, e l’utopia del mercatismo finanziario, quale corroborante autoreferenziale di tale sistema, sono alla base di tutte le distorsioni e criticità che, come detto in precedenza, stanno venendo al pettine. L’attuale condizione emergenziale in cui si trova quasi la metà del pianeta, un’emergenza “sanitaria” che presenta tutte le stigmate della pretestuosità casuale, del famigerato casus belli, non è altro che il primo atto di destabilizzazione del secondo paradigma. O meglio, il primo atto ufficiale, in quanto di prodromi e premesse di questa nuova crisi se ne possono riscontrare già nel recente passato, non ultimo, il conclamato prospetto dell’economia mondiale che, a fine 2019, già mostrava segnali negativi. Così come si può evincere dal contributo da noi fornito.

Senza il timore di esser tacciati di qualunquismo o di superficialità, possiamo ritenere che, il II Paradigma, non sia stato altro che un “navigare a vista”, da parte di ogni attore della politica o dell’economia mondiale. E ciò dovrebbe far sorgere più di qualche semplice domanda o di qualche banale critica all’acqua di rose. L’insostenibilità di questo ennesimo modello di globalizzazione dovrebbe essere chiaro, e dovrebbe offrire lo spunto per una critica radicale, potenziata da una pars construens altrettanto radicale.

I campi dove andare a colpire sono tanti, rappresentano i nuovi totem del XXI secolo. Essi coinvolgono settori economici e modelli di sviluppo diversificati, progetti d’ingegneria sociale, nuove forme di schiavitù, il tutto in un quadro estremamente complesso, ed esponenzialmente pericoloso, in cui, dietro allo slogan “Andrà tutto bene!”, il potere mondialista apolide cercherà di instaurare una vera e propria gabbia di controllo, piena di camere di compensazione del dissenso, dove i popoli saranno stipati dopo averli differenziati, in ragione della loro capacità di recepire nuove forme di produzione/consumo, o di non essere più necessari a tale nuovo paradigma, quindi destinati all’annichilimento identitario, ed all’estinzione terminale.

Analizzando organicamente ciò che si è susseguito nell’arco dell’ultimo decennio a livello mondiale, come detto fino al 2019, vediamo nel multipolarismo economico e geopolitico che lo contraddistinse non tanto il perseguimento di un modello sostenibile da parte delle élite sistemiche, quanto una fase di transizione dinamica, in cui forze, a volte convergenti, a volte divergenti, sempre diversificate nella forma ma coniugate nell’aderenza ai principi di sviluppo, su cui si fonda l’era post moderna, andavano a ricercare un punto d’appoggio, una fase di stabilità provvisoria, nell’attesa di un traguardo ben più importante da conseguire.

Un traguardo, paragonabile soltanto per valore alla vittoria del modello liberale, in tutte le sue sfaccettature, rispetto al contraltare anodino fornito dal socialismo sovietico russo, e dalle sue fallaci interpretazioni ed applicazioni tra il 1945 ed il 1989.

Il pianeta, nella nostra sintesi, è stato quindi preparato a transitare dalla multipolarità, ad una nuova grande crisi sistemica pilotata, attraverso dei prodromi ben precisi, che assurgono secondo logica a vere e proprie fondamenta, per l’edificazione di un nuovo modello di globalizzazione, forse quello peggiore e maggiormente invasivo:

Il riposizionamento della super potenza statunitense, non più unica nel suo ruolo, ma sempre fondamentale, e che resta sotto spoglie diverse dinamico, e quindi utile, strumento del mondialismo; prima attraverso il soft power della Presidenza Obama, poi con l’America first del mandato di Donald Trump. Due facce della stessa medaglia quindi, eterodirette dai medesimi “burattinai”.

Gli Stati Uniti del ticket Biden/Harris sono un’incognita sotto molti aspetti. Tuttavia, riteniamo probabile un approccio totalmente diverso nella gestione delle crisi internazionali. Una differenziazione netta, tanto dalla tradizione democratica, quanto da quella repubblicana. In ragione di una situazione di contingenza storica che potrebbe far saltare molti equilibri.

Il rallentamento necessario della crescita nelle economie “emergenti”, Cina in primis, attraverso collassi finanziari o scoppio di bolle speculative. Vedremo in seguito quest’aspetto.

L’implementazione in Europa, Stati Uniti, Giappone, ed in tutte le nazioni altamente occidentalizzate, di nuovi fattori economici e produttivi, con prospettive e progetti, articolati nel medio/lungo termine; robotica industriale applicata su vasta scala, diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, teorizzazione in modo completo, e prospettive di applicazione, della green economy.

Mutazione, uniformazione e regolamentazione delle dinamiche sociali a livello mondiale, attraverso tutta una ridda di strumenti di condizionamento culturale; sviluppo di forme di consumismo capillare di bassa gamma, soprattutto nelle aree meno sviluppate economicamente del pianeta (Africa, Asia centrale e Sud/Est asiatico, ecc.). Diffusione a diversi gradi d’intensità della così detta “teoria gender” e del politicamente corretto. Ribalta periodica di organizzazioni terroristiche, o di fenomeni terroristici specifici, con etichette tuttavia di tipo brand stereotipato. Il tutto corredato da un’elasticità di fondo, capace di rendere il terrorismo, sia manifestazione di un’organizzazione artigianale, spontaneistica, sia la proiezione di un progetto strutturato su scala globale. Implementazione della cultura social e dei condizionamenti via internet, al fine di una sempre più marcata omogeneizzazione dei consumi e degli usi su scala planetaria, trasversale a fasce sociali, anagrafiche o a differenziazioni di qualsiasi tipo.

Cultura della “sicurezza” invasiva; legislazioni speciali anti-terrorismo, legislazioni speciali sulla tutela della sicurezza in generale, legislazioni sulla tutela della privacy. Ultime in ordine di tempo, saranno le misure contro le sedicenti pandemie. Tutti capisaldi apparentemente al servizio di un più armonica convivenza civile, corroborati però da strumenti ideati ed applicati per migliorare il livello di controllo fisico delle genti, dei dati personali individuali, per finalità a dir poco opache.

Ciò che in questa ennesima fase di transizione del XXI secolo ci lasceremo alle spalle, sarà un frangente storico complesso nella forma, tuttavia semplice nella sostanza, paragonabile con quella che fu la parabola delle “guerre di successione”, che coinvolsero l’Europa nella prima metà del XVIII secolo, e che garantirono un assetto sistemico stabile, fin quasi agli esordi della parabola napoleonica. Tali conflitti, iniziati per ragioni dinastiche, assunsero infatti fin dall’inizio anche il carattere di guerre per il mantenimento dell’equilibrio politico europeo sostanziale, pur mutando alcuni aspetti dello status quo, che rischiava di essere gravemente compromesso dalla possibilità che la successione ai vari troni, potesse giungere ad unioni di corone e di Stati in modo troppo sbilanciato, in favore di una dinastia, a discapito di altre.

A nostro giudizio, sono state combattute diverse “guerre di successione” nell’ultimo decennio, negli ambiti salienti che caratterizzano le dinamiche di sviluppo economico e strategico planetario. Per questo motivo, la crisi sistemica in fieri, porterà al rafforzamento di ciò che abbiamo pocanzi cercato di sintetizzare al meglio, ed alla scomparsa di quei tratti non più in linea con i tempi; come la necessità di uno o più baricentri sistemici, in grado di tutelare i principi del processo di globalizzazione.

La fluidità, sarà il tratto distintivo della fase che stiamo per vivere; tanto da attori consapevoli, quanto da inconsapevoli strumenti.

Dal concetto di “economia emergente”, a quello di “blocco sociale emergente”

Durante l’ultimo ventennio, seppur declinato in diverse modalità, abbiamo avuto modo di familiarizzare con il concetto di “economia emergente”, fattore che più di ogni altro contraddistinse le prime fasi della globalizzazione, e che ebbe un deciso ampliamento proprio durante il paradigma multipolare che ci stiamo lasciando alle spalle.

Non essendo questo il luogo deputato ad analizzarne la cronologia e lo sviluppo, terremo soltanto a puntualizzare che il concetto di “economia emergente” fu prima diretto unicamente alla Cina, quale sinonimo di sviluppo impetuoso e (pseudo) ineluttabile, per poi esser rivolto a tutte quelle realtà economiche, eterogenee ma funzionali al sistema, la cui crescita in punti di PIL risultava più performante, rispetto a quelle realtà consolidate ma declinanti sotto certi aspetti, e storicamente più “mature”; Europa occidentale e Stati Uniti.

Fu coniato financo un acronimo, “BRICS”, anche da noi spesso utilizzato in passato, che stava ad indicare i principali soggetti Stato/nazionali coinvolti in questa fase di esuberanza economica. Con il termine “BRICS”, si raggruppava in modo foneticamente accattivante ma privo di una reale logica strutturata, la prima lettera nominale di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

Nell’ottica multipolare, esclusa la Cina che fu già protagonista della prima fase della globalizzazione, queste nazioni avrebbero dovuto rappresentare la “novità” del post crisi 2007/2008, il contraltare di sviluppo, rispetto al modello occidentale, che avrebbe reso maggiormente diversificato il pianeta. Le nazioni coinvolte però avevano tratti divergenti maggiormente accentuati rispetto a quelli convergenti, ed un vero direttorio dei BRICS, di fatto, non decollerà mai, nonostante i tentativi ufficiali, di facciata, che vedevano il plauso di chi animava le elucubrazioni e gli entusiasmi infantili di certe fazioni politiche così dette “antagoniste”.

Infatti, se si escludono le dimensioni imponenti da un punto di vista geografico e demografico, Sud Africa escluso ovviamente, poco altro avrebbe potuto amalgamare queste nazioni, o strutturare una condotta univoca di esse su scala planetaria. Molto abbiamo scritto in passato sui BRICS, non lesinando obiezioni tra ciò che si auspicava, anche in ambito geopolitico, e ciò che fosse secondo noi la realtà dei fondamentali. Da un punto di vista strettamente economico e sistemico in particolare, le divergenze sono sempre state macroscopiche. Mentre Cina e Russia, seppur nell’alveo del modello mondialista, mantengano da sempre un dirigismo autoritario, ed un certo livello di controllo statale sui settori strategici di politica ed economia, India e Sud Africa, in quanto ex colonie britanniche, hanno mantenuto standard ideologici e legislativi tipicamente aderenti all’imprinting del liberalismo classico della City. Il Brasile, invece, non è stato altro che un grande gioco di prestigio del populismo indigenista, realizzato grazie ad una congiuntura economica internazionale favorevole, quella dell’alto prezzo delle materie prime, che appena venuta meno ha mostrato tutta la sua fragilità strutturale, trascinando il Brasile, esportatore netto di commodities, in una fase di criticità politica e sociale, sfociata nel 2018 con l’elezione a Presidente della Repubblica di Jair Bolsonaro; uomo di provata fede atlantista e liberista, che ha riportato il gigante carioca nel classico ruolo di gregario degli Stati Uniti nel Cono Sud.

Il ruolo, o meglio, alcuni aspetti salienti delle economie emergenti, sembrano ormai decisamente superati, e nell’ambito del mutamento di paradigma della globalizzazione sarà interessante vedere se e come questi soggetti potranno avere nuove peculiarità, funzionali ovviamente al sistema mondialista.

In sintesi, possiamo essere certi che Cina e Russia manterranno aspetti di contraltare al blocco euro/atlantico, in un gioco delle parti storicamente consolidato, in grado di evitare principalmente il risorgere dell’Europa dall’ignavia senile che la sta uccidendo, ed a latere di mantenere lo status quo vigente tra Cina e Stati Uniti, con Mosca nelle vesti di terzo incomodo. Per quanto concerne Brasile, India e Sud Africa, il loro destino rimarrà quello o di “giganti dai piedi d’argilla” (India e Brasile), o di eterni incompiuti (Sud Africa), di volta in volta soggetti a crescita o a declino, in ragione di esigenze “superiori”, funzionali al consolidamento del nuovo paradigma.

Una domanda da porsi, da un punto di vista tanto concettuale quanto realistico, è se abbia o meno ancora senso parlare di “economie emergenti”.

In base alle nostre tesi, ciò che riteniamo più concreto, è che dal concetto di “nazione emergente”, si passerà a quello di “blocchi sociali emergenti”. In tale nuovo concetto si può ravvisare il superamento di tutti i limiti che il liberismo vede nelle architetture Stato/nazionali, e la proiezione dei postulati di sviluppo (produzione) e di benessere (consumi), verso gruppi umani o da addomesticare alla globalizzazione, o da rieducare alla globalizzazione, senza nessun tipo di vincolo o resistenza.

Nel primo insieme troviamo, e troveremo sempre più, ampi settori della società africana post moderna, che nell’ultimo ventennio è stata progressivamente urbanizzata ed occidentalizzata (utilizziamo questo termine per comodità, seppur ne ravvisiamo i limiti), ed in cui vediamo tutti i prodromi del “blocco emergente”, atto ad essere addomesticato alla globalizzazione, nella sua modalità più grezza e massificante; consumismo di basso livello implementato nell’offerta, e diffuso capillarmente, per giunta accolto quale superamento della condizione d’inferiorità storica dell’Africa. Mentre le migrazioni dal Continente Nero di questi nuovi “consumatori”, serviranno a consolidare i dettami culturali di neutralizzazione delle identità specifiche, tanto proprie quanto di altri popoli, attraverso un contributo biologico significativo al meticciato, grazie ad alti tassi di natalità, e d’imago archetipico di vitalismo e dinamicità, rispetto a gruppi umani più vulnerabili o svirilizzati.

Proprio questi ultimi poi, saranno oggetto di una vera e propria “rieducazione” alla globalizzazione, ed avranno un capitolo a sé stante del nostro lavoro.

Il “blocco sociale emergente”, da addomesticare, sarà quindi omologato nella sua sostanza più profonda, ma diversificato in base a formali criteri di collocazione geografica, o di funzionalità al tipo di economia in cui si trova. Ciò che farà la differenza, invece, sarà il grado di controllo che il sistema integrerà al processo di addomesticazione, attraverso le Istituzioni Stato/nazionali compiacenti, che avranno perciò l’unico compito di sorvegliare l’adesione ai dettami organici del Terzo Paradigma, essendo state svuotate ormai di ogni altra prerogativa.

Prendete la nostra civilizzazione, ormai giunta al suo zenit; benessere consumistico diffuso, tecnologia (materiale e virtuale) assurta a vera e propria “protesi esistenziale”, capillarmente inserita in ogni frangente del vivere quotidiano, perdita di qualsiasi tipo di radicamento organico, comunitario, dei popoli, in ragione di un funzionalismo più “pratico”, individualista ed edonista.

Unitevi la progressiva introduzione, ad opera del sistema/modello imperante, di prospettive di sviluppo sempre più velleitarie, purtuttavia, sempre più indiscutibili ed ineluttabili.

Vi troverete di fronte all’essenza della matura civilizzazione occidentale, quindi, a quella fetta di popolazione umana, che comunque va oltre i confini geografici dell’Occidente stesso, pronta per essere inquadrata in una nuova realtà.

La “rieducazione alla globalizzazione”.

Il processo parte, come si suol dire, da lontano. La nostra società occidentale è da decenni immersa come una rana in una pentola che s’è fatta via via sempre più calda. Una condizione subdola, che se da una parte ha fornito i presupposti per il benessere diffuso negli anni d’oro tra i due secoli, dall’altro sta mostrando il suo risvolto pericoloso. Il sistema ha compreso da tempo che il graduale aumento della temperatura, che sta facendo venir meno gli aspetti positivi di questo “bagno”, non trova contrasti diffusi in chi c’è immerso, in quanto la società mostra palesemente riflessi intorpiditi, e sovente teme addirittura che il cambiamento possa significare la perdita di quelle prerogative che hanno reso unica nel suo genere (in senso negativo ovviamente) la civiltà del consumismo. I popoli occidentali sentono ormai il pericolo imminente, ma sperano ancora che esso possa non presentarsi a chiedere il conto.

Il paradosso di questa metafora sta proprio nell’avere sotto in nostri occhi, tutti gli elementi di rischio ben visibili e ben percepibili ma, nel medesimo tempo, dove il sistema al potere ha saputo abilmente annichilire la rabbia che normalmente sarebbe sfociata in una reazione, con la paura dell’ignoto che attanaglia ormai inesorabilmente la nostra società borghese.

Nel nuovo paradigma, la funzione dei gruppi umani occidentalizzati, ad elevata integrazione con il consumismo più sviluppato, sarà quella di rappresentare una nicchia (seppur composta da centinaia di milioni di persone) che se da un verso godrà dei benefici di una posizione elevata nella piramide socio/globale, quale contropartita sarà estremamente controllata ed irreggimentata. Docile ed acquiescente, “rana bollita”, verrà perennemente sottoposta ad una rieducazione culturale, di consumi, di abitudini, in quanto, la sua elevata posizione coinciderà con l’assoluta liquidità teorica baumaniana, applicata in modo radicale.

L’uomo occidentale, quindi, sarà oggetto di processi di rieducazione, in quanto il costante mutamento dei suoi consumi di media/alta gamma, servirà da propellente per la ricerca di sempre nuovi beni, nell’ottica consumistica quale moto perenne, cui sarà sempre declinata anche una ridda di surrogati, non che l’architrave della finanziarizzazione economica senza più vincoli e confini, o di una marcata specializzazione delle mansioni tecnologicamente più “elevate”, nel quadro dell’organigramma sociale globalizzato.

Non facciamoci illusioni; ciò che stiamo descrivendo è già in parte realtà!

Prendiamo la progressiva terziarizzazione tecnologica della società, in cui vivono milioni di occidentali, lo sviluppo dell’industria 4.0 (da noi descritta molte volte in questi anni), ed il conseguente mutamento del così detto “mercato del lavoro”, sempre più discriminante nelle sue manifestazioni dicotomiche post crisi 2007/2008. L’impatto culturale, non soltanto materiale, di tali processi, sta già travolgendo i resti superstiti della vecchia concezione classista borghese, uno smantellamento partito dall’ultima “rivoluzione” tecnologica di fine XX secolo.

Ad oggi, l’avvento della green economy o “transizione ecologica”, con tutto il suo bagaglio di prospettive teoriche e di modalità pratiche, sarà il mantra per l’Occidente nell’imminente fase di ristrutturazione sociale in fieri. Dopo che per almeno due decenni sono stati percorsi, in ascesa, i gradini verso una globalizzazione totalizzante e totalitaria.

La green economy non è altro che una patina di colore, che celerà nuove forme di sfruttamento, seppur abbellite da una visione ecologica, o di quello che viene definito “sviluppo sostenibile”.

Verrà implementata una sorta di fede naturistica, ben allineata ai dettami culturali del consumismo, di venerazione per la “terra”, intesa quale agiografica rappresentazione di un cosmos da osservare dall’esterno, e preservare, nelle sue forme più differenziate, in modo direttamente proporzionale allo sradicamento da quella stessa natura differenziata, proprio degli uomini coinvolti da questo nuovo credo, laico e progressista.

Siamo convinti come non mai della nostra tesi, frutto di osservazione, studio ed analisi: non ci sarà la “fine” dell’Occidente, seppur demograficamente la componente europea o euro/americana, sarà sempre più esigua, bensì “l’occidentale” sarà un costrutto sociale globalizzato, ipertecnologico, asettico da un punto di vista culturale. Con il passare del tempo potrebbe anche non essere più necessario alcun appellativo, in quanto l’umanità liquida, in perenne processo rieducativo, non avrà più bisogni di nessun orpello identitario o identificante.

(segue)

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