C’era una volta… ma non è una favola

C’era una volta… ma non è una favola

Sembrerà strano, ma questa storia, che non è una favola, potrebbe cominciare non con uno, bensì con tanti: “C’era una volta…”.

Questo perché è una storia con tanti inizi, anzi, con finali sempre uguali, che portano ad inizi sempre uguali. Perché mai come in questo frangente potremmo dire panta rei, però poi tutto torna, anzi, tutto ri-torna nelle vesti di sempre.

Poco importa che sia il 24 Dicembre 1979, o che sia il 7 ottobre 2001.

Poco importa che sia il 15 Febbraio 1989, o il 15 Agosto 2021.

Tutto ri-torna senza soluzione di continuità, in cui ciò che conta non è chi sta vincendo “pro tempore”, o chi si sta rivelando per quello che è; un innesto artificiale, atto a giustificare motivazioni di espansionismo imperialista. Ciò che conta è la sostanza, quello specchio fedele, in cui si riflette l’immagine della cruda realtà, lontana dai manicheismi tra chi vorrebbe un mondo americanizzato, e chi vorrebbe un arcobaleno d’ipocrisie liquide, in cui si confonde la barbarie eterodiretta dai signori del petrolio 4.0 (leggi Arabia Saudita & C.), per guerra di “liberazione” da quell’Occidente (bianco), che non fa più paura a nessuno, se non a se stesso, ed è ormai capace soltanto di inginocchiarsi di fronte a fenomeni mediatici falsi come una banconota del Monopoli.

Ciò che dovrebbe essere chiaro, ma non lo è, rappresenta la negazione stessa di ciò che dovrebbe essere “il migliore dei mondi possibili”; in cui convivono guerre dimenticate, che di tanto in tanto fanno capolino per una ribalta tanto cruenta quanto effimera, e guerre “farlocche” contro pandemie da operetta, in favore di diritti civili da “conquistare”, per ortaggi avariati o chirurgicamente modificati, o per un mondo più green, in cui i cittadini (privilegiati) dello stesso lottano per ottenere auto ecologiche, energie rinnovabili, e cibi vegan, mentre a Sud della linea dei “buoni e giusti”, dei poveri cristi estraggono coltan per una manciata di dollari, e vivono della merda green che lasciano in giro i cittadini del mondo “buoni e giusti”.

Chi leggerà quest’articolo potrebbe chiedersi consa centra tutto ciò cui s’è fatto cenno fino ad ora, con l’Afghanistan, con i Talebani, o con ciò che sta succedendo in questo lembo di Asia Centrale.

Centra, perché l’Afghanistan è stato, e temiamo sarà ancora, la messinscena di tutte quelle falsità che pullulano nel nostro tempo; che siano motivate da una presunta volontà di “esportare” la democrazia, o motivate da vecchi sessantottini, ormai sul viale del tramonto (o che son già passati a miglior vita), che vedono in ogni tagliagole barbuto un Lumumba o un Sankara.

Centra, perché non appena i riflettori si sposteranno altrove, l’Afghanistan sarà di nuovo dimenticato, così come lo Yemen, il Tigray, la Siria, il Congo, ecc. Perché è più facile indignarsi a gettone, o fare della geopolitica spicciola da forum o da social network, piuttosto che comprendere quanto, tutte queste “dimenticanze”, prima o poi si salderanno in un unico grande movimento disgregativo, in un mondo sempre più fragile e sempre più alle dipendenze di entità economiche ben definite, che agiscono con il fine ultimo di violare le leggi dell’entropia, con un fideismo che nemmeno anima i più fanatici cultori dell’Islam.

Oggi, quindi, potremmo dire “c’era una volta…”, perché tante cose nella vicenda afgana hanno il sapore di una favola alla rovescia, in cui non è il “bene che vince ed il male che perde”, piuttosto una riedizione di tutte le contraddizioni e le ipocrisie, testé accennate in quest’articolo.

Un ultimo cenno a chi, oggi, “scopre” l’acqua calda. Sì, i Talebani esistono ancora, e dopo un ventennio di guerra sono tornati là fin dov’erano arrivati, e da dove erano stati scacciati: Kabul, la spettrale capitale di uno Stato che non esiste più da molto tempo, che in tanti (troppi) hanno cercato di (ri)costruire a propria immagine e somiglianza, ma che, alla fine, resta il simulacro di un’epoca che non ha bandito la guerra, non ha bandito la violenza, e che non potrà certo organizzare da quelle parti qualche nuova pagliacciata mediatica.

Meglio il silenzio, meglio dimenticare che il problema esista, meglio pensare che il XXI secolo abbia problemi più “nobili” da gestire.

Fine della favola.

Buon oblio Afghanistan, buon oblio.

Gabriele Gruppo

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