Estate di tendenza: il verde aragosta

Estate di tendenza: il verde aragosta

Estate; tempo di “tormentoni”, stagione di tendenze, animata da quello spirito spensierato fatto apposta per chi vuol evadere dal canone quotidiano, che ci accompagna per tutto il resto dell’anno.

Qualche cosa però non è avvenuta nel 2021. Latita il motivetto stagionale, che ci avrebbe dovuto frantumare gli zebedei da Giugno a Settembre. Gli europei di calcio hanno giusto entusiasmato alla fine, quando la situazione sembrava farsi interessante. Mentre delle Olimpiadi nipponiche nessuno sembra fregarsene molto.

“Cosa ci resta per ravvivare quest’Estate 2021?”.

Ecco cosa devono aver pensato dalle parti di Palazzo Chigi, di concerto con gli ormai immancabili sapientoni dell’Unione Europea. Soluzione presto trovata: una bella contrapposizione popolare, a livello continentale, sul colore dell’Estate.

“Troviamo un bel colore, un colore veramente ganzo, mai visto, anzi meglio ancora, inesistente: il verde aragosta!”.

Servito su di un piatto da portata degno di uno sposalizio di alta classe, il verde aragosta sta animando gli animi di un’Estate tutto sommato moscia, dividendo gran parte dell’opinione pubblica continentale in tre macro gruppi: “No verde aragosta!”, “Sì verde aragosta!”, “Fate quello che vi pare, a me basta andare in ferie”.

Il risultato è che non si parla d’altro se non del colore dell’Estate, il verde aragosta appunto. Dai social network, a Giuseppe il mio barbiere, se ne parla nelle piazze e nelle pizzate, durante i corsi di pilates, in coda al supermercato, ecc.

In poche parole il fine ultimo di ravvivare il panorama generale è stato centrato, i toni si sono accesi, e si riconferma tutta la veridicità pratica di quel falso storico del “facite ammuina!”, di risorgimentale tradizione.

Siccome da sempre coltiviamo un sincero approccio scientifico ai fenomeni della nostra epoca, troviamo perciò più utile analizzare il reale, piuttosto che disquisire nel virtuale come tanti eremiti digitali, ed essendo dotati di un gruppo Telegram, abbiamo chiesto, a titolo VOLONTARIO, se ci fosse chi avesse voglia e tempo di andare ad osservare le manifestazioni avverse al verde aragosta, valutarne la composizione bipede, i toni, i contenuti, insomma, tutto ciò che poteva essere utile per incrociare dati oggettivi, al fine di poter sintetizzare il riscontro a quella puzza di fregatura, che si percepisce a tratti in tutta questa vicenda.

Così, una settima fa, chi vi scrive ed un pugno di volontari volenterosi, sono andati ad osservare alcune manifestazioni “contro” il verde aragosta in diverse piazze. Piazze di provincia, numeri da osservare gestibili senza grossa difficoltà, purtuttavia con una discreta aderenza alla tendenza generale di questa protesta.

Ciò che si riscontrava, a parte il singolo caso di una piazza in cui spiccava monocratica una monocromatura ideologica in via di estinzione, era una ridda di tipologie sociali, politiche ed anagrafiche varie e diversificate… forse un pochino troppo.

In mezzo a molta gente comune, nocciolo numerico rilevante ed interessante, c’era chi si appellava agli stilisti del 1945, a quanto pare i migliori di sempre nello scegliere colori di “tendenza”, c’era chi tirava fuori lo spauracchio della solita sartoria tedesca, con le sue tonalità bruno/nere, c’era chi la metteva sul patriottico, pensando che i colori della bandiera nazionale potessero fornire un collante comune, e c’era chi, forse proprio tra gli organizzatori in finto incognito, nutre la strana idea che l’opposizione al verde aragosta possa innescare una protesta a livello continentale, simile a quella che, qualche anno fa in Francia, animò la parabola (fallimentare) dei gilet gialli.

Un coordinamento sottotraccia, in incognito, come accennato pocanzi, nessuno che fungesse da oratore di spicco, direttive organizzative diffuse tramite il passaparola mediatico di social network dalle estrazioni, anche qui, più varie e diversificate… forse un pochino troppo.

Una galassia di soggetti: “No vax”, “No green pass”, “Commercianti arrabbiati”, coordinamenti di ogni tipologia, “estreme” provenienti da riserve politiche poco rappresentative, ecc. In sintesi era visibile ad occhio nudo un caleidoscopio di soggetti che, per un motivo o per l’altro, proprio non amano il verde aragosta, soggetti che se presi singolarmente non riempirebbero un oratorio, ma una volta sommati hanno avuto la capacità di portare un discreto numero di persone in diverse piazze della penisola. Complice anche il malessere, indubbiamente presente ed innegabile, di porzioni di società ormai non più così inclini ad accettare tutto ciò che arriva dalle sartorie ufficiali, e si domandano (legittimamente) il motivo per cui, dopo la stagione “Covid19”, ci si debba sorbire altre passerelle di questa pantomima.

E qui nasce il problema, la famosa “puzza di fregatura”, quando riscontriamo delle forme di protesta con proposte strampalate, vedi Movimento 5 Stelle (ormai diretto verso le 5 stalle), o delle proteste senza la benché minima proposta, anche soltanto accennata nelle sue linee generali, allora ci sorge il dubbio di trovarci di fronte all’ennesima camera di compensazione, creata per incanalare un malcontento trasversale, che può avere delle logiche giustificazioni, ma che si esprime così come il sistema vuole; attraverso strumenti, modalità e contenuti (quando ci sono), che al massimo portano verso ad una più o meno lunga parabola di visibilità mediatico/esistenziale, destinata ad esaurirsi così com’è nata: dal nulla, o comunque dal molto poco.

Quello che potrebbe restare dalla protesta contro il verde aragosta, detta in termini semplici, è la presenza di forme di resistenza all’omologazione imperante non spurie, che cominciano a farsi strada negli animi d’individui non ideologizzati, magari inquadrati in diversificate categorie sociali, ma accomunati da un sospetto trasversale verso quella che è la “narrazione ufficiale” del sistema. Un tipo di consapevolezza della “puzza di bruciato” che a tratti si sente, ma che ancora non ha trovato né modo di esprimersi in modo strutturato, e nemmeno con il supporto di una solida proposta tanto antagonista, quanto (valida) alternativa.

Ciò detto, riteniamo ancora utile, se non indispensabile, per chiunque ambisca a sintetizzare una “proposta”, l’osservazione della realtà, in tutte le sue forme e manifestazioni, perché soltanto osservando con piglio scientifico si può comprendere quali sono i limiti che minano le attuali forme di opposizione al nuovo corso post pandemia, e quali possono essere le opportunità o gli spazi di manovra per agire nel concreto.

Non è cosa facile, serve buona volontà e perseveranza. Tuttavia, se c’è chi nel verde aragosta vede uno specchietto per le allodole, e non il dualismo manicheo “bene assoluto”/”male assoluto”, allora c’è ancora speranza, ma bisogna incontrarsi nel reale e nel reale agire. Come diciamo da tempo, serve contarsi per poter contare.

Gabriele Gruppo

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