Un mondo “social” e l’illusione della libertà

Un mondo “social” e l’illusione della libertà

Che cosa sarebbe la quotidianità dell’uomo contemporaneo, senza i social network?

Domanda tanto semplice, quanto irta di pericoli, il primo e più banale dei quali è quello di passare per un “noioso trombone”, cui non piace il XXI secolo, e che vorrebbe ritornare ad un immaginario “si stava meglio, quando si stava peggio”. Oppure fare il fariseo della tradizione, isolandosi in un proprio perimetro esistenziale autoreferenziale, in cerca di qualche altro fariseo similare, con cui giocare alla rettitudine, e fondare una sorta di comune neo amish, però senza risvolti religiosi.

Sull’altro versante, invece, ci sono coloro che ormai non distinguono più la differenza sostanziale, e qualitativa, tra la società virtuale; quella dei like, dei tag, dei tweet, dei poke, ecc. Rispetto alla società reale, la quale, è bene ricordarlo, non è reality ma REALE. In sintesi il tipo/umano “social”, perennemente alla ricerca di qualche nuovo modo per condividere la propria mediocre quotidianità.

Fare la cronistoria di come siamo passati, nel breve volgere di un ventennio, dai primitivi forum su internet, alle interconnessioni continue attraverso le nuove tecnologie comunicative, sarebbe opera tanto lunga quanto, tuttavia, interessante nelle sue sfaccettature lungi dall’essere complesse, in quanto la massima che recita: ”Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, rappresenta il riassunto più efficace di tutta questa parabola della civilizzazione postmoderna, in cui chi eterodirige uomini sempre più dipendenti dal progresso, in altre parole degli schiavi, ha reso tale schiavitù una forma di libertà.

Dotare fasce sempre più ampie di popolazione mondiale, in modo graduale e pervasivo, di poter avere la prova plastica della funzionalità della globalizzazione, attraverso l’accesso ad una comunicazione personalizzabile di massa, è stata la più grande operazione di omologazione, che un sistema imperante abbia messo in pratica. Forse addirittura per la prima (e speriamo unica) volta nella storia dell’umanità, una siffatta operazione ha avuto un’efficacia ed un impatto senza precedenti, ed i cui effetti ce li trascineremo appresso almeno per tutta la gran parte di questo secolo.

Qui ormai non si tratta più di estraniarsi da qualche cosa che riteniamo pericoloso, in quanto si ha una concreta alternativa ad esso. Purtroppo abbiamo permesso, lentamente e per gradi, di “farci usare” dalla comunicazione organizzata in social, di renderci necessario, anche per le cose più ridicole, il suo accesso. Pena la non esistenza, lo scomparire in un limbo di sconosciuti. Ciò vale ormai per qualsiasi attività, sia essa di alto profilo, o prettamente utilitaristica, o ludica. Un’intera generazione è stata cresciuta e condizionata in tal senso, ed è puerile, oggi dopo due decenni, lamentarsi che i buoi sono scappati, che non esiste più lo spirito d’iniziativa esistenziale, o la scoperta attraverso la ricerca, o la volontà di creare la sopracitata “concreta alternativa”.

Se si parte dall’assioma che al progresso, così come inteso comunemente nel 2021, non può essere frapposto nulla di antagonista, e che occorre “cavalcare la tigre” per poterla addomesticare, allora possiamo continuare ad illuderci che il sistema, vero dominus della situazione contingente, voglia concederci di essere cavalcato, e poi addomesticato.

Idiozia pura!

Purtroppo tristemente diffusa.

Gabriele Gruppo

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