La cruna dell’ago

La cruna dell’ago

Analizzando certi frangenti della nostra epoca, possiamo ben notare come essa si sia chiusa a strozzo, lasciando prospettive al quanto ristrette, margini di manovra quasi inesistenti, per coloro, ovviamente, che intendano proseguire un cammino di lotta e di resistenza, contro quell’ineluttabile “fine della storia” che dovrebbe segnare il trionfo della civilizzazione sulla Kultur, del mercatismo apolide sull’identitarismo. Abbiamo ormai votato le pagine di questo sito ad un’analisi profonda, piuttosto che inseguire il quotidiano; spesso effimero, ormai drogato da sostanze allucinogene esistenziali (media capillarmente diffusi, social network, applicazioni virtuali tra le più diverse, ecc.) che ne deformano la realtà, e lasciano soltanto l’illusione di poter affrontare il sistema imperante attraverso quegli stessi strumenti forniti da esso.

Lo abbiamo già scritto, lo abbiamo già detto; avere la consapevolezza del limite operativo nell’affrontare il sistema sul suo stesso terreno, deve essere considerato un primo passo, un punto di forza da cui partire. Non certo uno svantaggio.

Così come risulta essere quanto mai necessario, affermare chiaramente l’inconciliabilità tra una visione del mondo differenzialista, e la praxis democratica. Non c’è possibilità di mediazione con chi crede nelle regole del sistema. Così come non ci potrà mai essere dialogo con chi è fautore di ciò che si sta profilando per il futuro prossimo.

Nell’ultimo anno, infatti, abbiamo visto una decisa accelerazione verso prospettive di ridefinizione sociale, economica, politica e financo culturale, su vasta scala geografica, grazie al propellente di una condizione di “eccezionalità”, non certo eccezionale ma piuttosto pianificata a tavolino.

Serviva un pretesto, ed il pretesto è arrivato, così da poter cominciare quella litania, già per altro sentita molte volte da inizio secolo: “Nulla sarà più come prima”.

Attraverso questa frase, con un incedere deciso e ridondante, il sistema si è dapprima sbarazzato degli ultimi orpelli di differenzialismo economico del XX secolo, con l’avvento della globalizzazione e del “miracolo cinese”, che coniuga autoritarismo tecnocratico con liberismo economico, due antitesi fino a non molti decenni fa. Per giungere a ridimensionare, emergenza dopo emergenza, i più “sacri” principi anche in Occidente: libertà e democrazia.

Il terrorismo “globale”, le crisi finanziarie, ed in ultimo la sedicente “pandemia”, hanno portato di volta in  volta a sperimentazioni e cambi di paradigma in ogni angolo del pianeta, in modo sempre più ravvicinato e dall’impatto sempre più incisivo.

Vecchie lobby di potere, che hanno mestato nell’ombra per almeno due secoli, e nuovi campioni della globalizzazione, hanno ormai prospettive comuni ed obiettivi condivisi. In una “santa” alleanza troviamo Rothschild e Rockefeller, mano nella mano con Bill Gates, Zuckerberg e Elon Reeve Musk. Non è complottismo, bensì la realtà di un potere ineffabile, capace di condizionare il modo in cui viviamo, ed il mondo con cui dobbiamo fare i conti, oggi così come nell’avvenire più prossimo. La realtà di un potere che, attraverso il palesarsi di tutta una serie di eventi eccezionali da esso eterodiretti, ha potuto assetare colpo su colpo il proprio programma di ridefinizione delle prospettive di evoluzione della storia, ne ha influenzato de facto il percorso, convincendo milioni e milioni di persone che tutto ciò avveniva, e avverrà, in nome e per conto del “progresso”; totem incontestabile. Vera e propria religione laica, in cui Dio è stato sostituito da una promessa messianica infarcita di parole vuote, funzionali ad un marketing dell’esistenza spicciola, piatta e fluida.

Un eterno presente ci attende, in un grigiore interiore tinteggiato di verde.

Guardiamo l’Italia, e non possiamo che cogliere tutti i prodromi di questa prospettiva, da noi appena descritta per sommi capi, in quest’articolo, ma che è riscontrabile in ogni riga presente in questa testata negli ultimi anni.

Guardiamo l’Italia, e non possiamo che costatare la cronaca di una morte imminente, la vera “storia” al suo capolinea. Il nuovo corso contro cui dovremo fare fronte, tra coloro che vorranno intraprendere questa battaglia, forse l’ultima, non sarà portato avanti da galoppini, o da mezzadri della politica democratica. Il nuovo corso vedrà l’intervento del sistema in prima persona, in quanto l’Italia, in Occidente, non sarà altro che il banco di prova per una macroscopica sperimentazione applicata ad un (non) popolo docile e remissivo, plaudente l’eroe mediatizzato che reca un côté di legittimazione sovranazionale, quindi attendibile, e di capacità taumaturgiche, derivate dal suo essere rimasto al di fuori dall’agone politico, che altro non ha fatto, se non autodistruggersi a comando, proprio per far giungere “il salvatore che parla bene inglese”.

Guardiamo l’Italia e vorremmo non aver ragione, ma sappiamo benissimo che non ci sbagliamo nel tratteggiare un futuro a tinte fosche. Dove sarà smantellata quella residuale specificità nazionale, ciò che, nonostante tutto, ha resistito in questi due decenni ma che ormai non ha più nessun difensore. Men che meno le masse italiote, pavide e remissive, vorranno accennare forme di resistenza attiva agli ultimi definitivi colpi, che il mondialismo vorrà riservare a questa espressione geografica, cui sarà riconosciuto il ruolo di cavia prediletta, per testare un mondo grigio dipinto di verde.

Il passaggio sarà stretto, per coloro che ancora vorranno differenziarsi.

Gabriele Gruppo

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