Alcuni punti fermi (conclusione)

Alcuni punti fermi (conclusione)

Comunità, società, individualismo

Alcune parole sono fondamentali nel loro significato, e nella loro applicazione per esplicitare un concetto, un’idea, un’ideale. L’essere poste in un contesto preciso, nell’organicità di un pensiero articolato e complesso, conferisce a queste parole il dono di esprimere una sintesi chiara.

La banalizzazione del linguaggio odierno, che ha preso decisamente piede agli albori del XXI secolo, con le sue abbreviazioni anglo/americane, ed i suoi neologismi grezzi, da vera e propria “neolingua”, ad uso massificato del mercantilismo e dell’utilitarismo consumista, stanno distruggendo il senso profondo delle parole, riducendole a semplice “gergo liquido”, in perenne mutamento ed in altrettanto perenne svuotamento di preciso significato.

Un processo simile avvenne, parecchi secoli fa, nel tardo Impero Romano. Quando ormai le necessità di semplificazione pratica dei documenti (e forse anche del parlato), in una civilizzazione completamente atomizzata, avevano portato a rendere il latino, di per sé lingua identitaria, ad un livello ben più scadente, rispetto alle sue origini. E per “scadente”, non intendiamo certo la sua evoluzione nel “volgare”, quanto la sua semplificazione universalistica.

Questa piccola introduzione, ci serve per far comprendere che, nel nostro contemporaneo, stiamo perdendo il senso di alcuni termini, in ragione di una loro presunta obsolescenza, attraverso una perversa pressione mediatica e pseudo culturale di rinnovamento. In realtà, ciò che si vuol sostituire loro, non è altro che il frutto di un’altrettanto perversa evoluzione (o involuzione, se vogliamo), quella che sta sempre più prendendo piede nel così detto “Occidente”; il passaggio dalla società aperta, alla società liquida. Tema da noi più volte affrontato negli ultimi anni, e che riteniamo questione di snodo epocale. Il senso profondo delle parole non è ovviamente esente da tale processo storico.

Ciò detto, e premesso, a nostro giudizio la ricerca di “punti fermi” passa anche attraverso il riappropriarsi di parole e termini, la cui forza dovrebbe essere direttamente proporzionale alla proposta realistica di un antagonismo all’attuale corso della storia, voluto e determinato non più per le ragioni di sviluppo di una specifica civiltà, quanto per il volere del mondialismo omologante.

La prima parola che non appare più in voga, e che per i fautori dell’omologazione globale dovrebbe lentamente scomparire, è comunità.

Nell’ambito di una presunta “maturazione evolutiva”, cui il genere umano dovrebbe essere portato per mano grazie al mondialismo, il concetto di comunità sembra destinato ad un inesorabile oblio culturale. In una civilizzazione globalizzata, popolata da anodini “cittadini” di un villaggio sconfinato e prossimo allo stesso tempo, uniformato alle esigenze dell’onnipotente mercato, la comunità sarà soppiantata, in ogni modo possibile, da una moltitudine di “cittadini del pianeta”, consapevoli nella misura dettata da esigenze consumistiche totalizzanti, incasellati alle regole del libero mercato, in cui nulla dovrà avere un barlume di stabilità, o di radicamento, ma vivere in preda ad un nomadismo esistenziale in perenne spinta evolutiva e di crescita (dei consumi). Ovviamente, accanto a questa pletora di “liberi”, vivrà (o sopravvivrà in modo sussistenziale) una massa enorme di manodopera a bassissimo costo, che vivrà di consumismo/spazzatura.

Comunità vuol dire tutto l’opposto di ciò che abbiamo sintetizzato, quindi il suo valore nel XXI secolo non dev’essere ridotto ad una difesa passatista, ma ben altro dev’essere in termini concreti, ed alto, in termini etici e valoriali.

Nell’imperare di una civilizzazione che ha elevato l’individualismo omologante a forma di “liberazione” dai vincoli e da sedicenti errori della storia passata, e che ha saputo avere presa su milioni e milioni d’individui, seppur con modalità e tempistiche differenziate, il concetto di comunità deve essere cancellato, e con esso tutto ciò che porta quale fondamentale corollario; identità, socialità, gerarchia di principi e radicamento territoriale.

Tutti fattori nemici del mondialismo, che è agli antipodi, ed i cui unici principi si riducono ad un’autorealizzazione individuale slegata da ogni fattore identitario, e nomade, o sarebbe meglio dire apolide, in ambito esistenziale.

Purtroppo non è possibile far sorgere una comunità attraverso una pura spinta teorica, o elucubrando d’irrealizzabili “fughe” dalla civiltà. In ogni angolo del globo, purtroppo, il mondialismo ha fatto la sua comparsa, lasciando tracce ed esegeti, progetti in fase di realizzazione ed interessi economici difesi da schiavi, che si sentono “liberi di essere schiavi”. Costruire torri d’avorio è una pia illusione, così come spacciare per obbiettivi di comunità organica, il voler creare delle vere e proprie riserve indiane, è altrettanto velleitario.

L’individualismo massificato può essere combattuto creando delle forme di resistenza all’interno della società in cui ognuno di noi vive ed opera. Occorre confrontarsi con la società che ci circonda, non fermandosi a problematiche derivanti la scarsità di consenso, di risorse, o di risultati nel breve termine. Se intendiamo gettare le fondamenta per una comunità che anteponga la propria esistenza allo spirito del tempo, allora dobbiamo pensare prima a costruire delle fondamenta, magari piccole ma solide, magari da donare quale eredità a posteri degni, poco importa il loro numero. Dobbiamo comprendere quanto sia ancora importante il posizionamento antagonista che la società potrebbe avere, in alcune sue forme di conservazione di etica e valori identitari, senza tuttavia avere l’illusione di poter raggiungere livelli di consenso che altri ebbero in tempi non ancora troppo lontani da noi.

Non stiamo facendo una gara di velocità, stiamo percorrendo un sentiero di montagna. Dobbiamo creare i prodromi di un’antitesi forte e strutturata, che possa durare, ma che, all’occorrenza, anche saper cogliere il momento propizio, e sfruttare i varchi che il destino riserva.

Ritenere che la storia sia “già scritta”, può soltanto far crogiolare chi non ha più la capacità di reazione necessaria, per poter intraprendere progetti che, per potersi radicare, andrebbero oltre la propria parabola esistenziale. Liberarsi dell’individualismo è il primo passo, togliersi dalla testa una personale indispensabilità per il completamento di un progetto neo comunitario, è il secondo passo.

Noi che siamo veramente nati “in un tempo sbagliato”, possiamo essere un tramite prezioso, un esempio, dei veri ponti fex per coloro che ancora vedranno il bagliore della verità, in una delle poche più oscure nella storia umana. Per far questo non possiamo permetterci il lusso di arrenderci, in quanto nessuno ci renderà merito per ciò che non abbiamo avuto il coraggio di fare: osare, nonostante ogni frangente o fattore sia oggettivamente sfavorevole, e suggerisca una ritirata “onorevole”.

Non c’è sconfitta nello spirito di chi lotta!

Gabriele Gruppo

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