Qui studio, a Voi stadio

Qui studio, a Voi stadio

A scanso di equivoci, ed al netto delle immagini utilizzate, teniamo a precisare che il presente scritto non verte monograficamente sui recenti avvenimenti incorsi nella capitale degli Stati Uniti, quale corollario delle ultime elezioni presidenziali, avvenute due mesi fa.

Di Donald Trump, il sovrano di cartapesta uscente, non c’è mai interessato nulla, se non nelle occasioni in cui volevamo sfatare quella sorta di “aurea” da omino della provvidenza d’oltre Atlantico, che in molti gli avevano tributato al momento della sua ascesa; gli stessi che oggi si sfilano come tante seppioline nel mare, in cerca di una corrente migliore.

Sic transit gloria mundi!

Ne abbiamo digeriti tanti di omini della provvidenza (ed omine anche, giusto per la parità di genere), tutti capaci di addensare entusiasmi vivaci quanto effimeri, tutti dallo spessore politico di una moneta da 1 centesimo. Marionette di un teatro chiamato “democrazia rappresentativa”.

A chi scrive, degli Stati Uniti e della loro sorte interna con la nuova Presidenza, non interessa nulla, se non il minimo indispensabile nell’ambito di argomenti quali economia e geopolitica, che sono proiezione del ruolo sistemico detenuto da questa escrescenza tumorale anglosassone. La potenza a stelle e strisce per noi è soltanto funzionale, fin dalla sua nascita, ai progetti del sistema mondialista, e soltanto un illuso poteva pensare che, in questo frangente storico, da quelle latitudini potesse arrivare qualche cosa di valido, una sorta di alternativa, men che mai una “rivoluzione”.

Ciò che ci preme comprendere, è chi o cosa poteva trarre giovamento da questo fuoco d’artificio di metà Inverno.

Sicuramente il sovranismo, da entrambe le sponde dell’Atlantico, ne esce ormai completamente mutilato. E sarà divertente vedere come si ricicleranno i suoi protagonisti, soprattutto qui in Europa, che per quasi un lustro si son fatti voce del populismo borghese, e ne hanno calmierato ed istituzionalizzato le tendenze (poche) a sfociare in qualche cosa di più incisivo. Anche solamente concretizzare una seria e strutturata resistenza alla globalizzazione e all’anti identitarismo, utilizzati dalle élite progressiste ed apolidi come un ariete, contro tutto ciò che resta al di fuori del neo liberismo e delle sue prerogative di omologazione.

La politica del XXI secolo gravita intorno ad un’astratta serie di convinzioni, che purtroppo sono diventate prassi per politicanti d’accatto e legulei dell’informazione addomesticata. Ritenere più importante la forma del contenuto, e che il flusso continuo di informazioni (distorte) ed immagini (altrettanto distorte), attraverso media e social network, sia più importante di qualsiasi coerenza etica o ideologica, men che meno di qualsivoglia aderenza alle reali criticità della nostra epoca.

Il nuovo anno nasce sotto tutti questi crismi. Lo vediamo nelle processioni laiche inerenti alla tediosa questione “vaccino covid19”, ormai talmente gonfiata ed ipertrofica, da sembrare il peggior culturista dopato. Lo abbiamo visto a Washington durante l’assalto (farlocco) ad una delle sedi del potere statunitense.

Dopo mesi e mesi di noiose dissertazioni medico/scientifico/farmaceutiche sulla più grande influenza di tutti i tempi, ecco che dal teatro democratico più sopravvalutato del pianeta (ad un superlativo occorre rispondere con un altro superlativo), arrivano le immagini (distorte) di una finale in cui i tifosi del candidato trombato se ne fregano di terzi tempi, o di fair play, e vorrebbero sia dare la caccia all’arbitro “cornuto”, sia rimarcare la loro contrarietà al risultato finale, ritenuto con ragionevoli ragioni falsato da brogli e magheggi. Purtroppo, per questi figuranti di una partita truccata fin dalle sue premesse, i nocchieri del mondialismo non hanno più bisogno di una destra muscolare, maschia, e dalla faccia torva contro i “diversi”, cui contrappore il volto umano di chi vuole diritti e uguaglianze tra le più varie (ed avariate). L’Occidente ora deve piegarsi definitivamente alla neo lingua, al politicamente corretto, ai “governi che non piacciono” ai popoli, ma “piacciono alla gente che piace”.

Occorre comprendere che nessuna partita può essere vinta, se si gioca con le regole di chi bara, ed ha tutti gli espedienti per ribaltare ogni situazione a proprio vantaggio.

Ci fanno tanta tenerezza coloro che ancora credono che basti “scendere in piazza”, anche in migliaia, per poter avere ragione di chi bara. Dei manifestati sovranisti statunitensi, che hanno avuto la ribalta mediatica per qualche ora (distorta ovviamente), resteranno immagini sempre meno attuali, e presto andranno nel grande dimenticatoio dell’informazione senza più confini e senza più spessore. Saranno soltanto una tifoseria che non ha accettato la sconfitta della propria squadra…

Qui studio, a Voi stadio.

Gabriele Gruppo

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