Alcuni punti fermi (seconda parte)

Alcuni punti fermi (seconda parte)

L’articolo proposto è del 2014, apparso su uno dei numeri della rivista di Thule Italia, e può essere considerato a buon titolo il capostipite dei nostri lavori divulgativi, e propedeutici, dell’impostazione filosofica ed ideologica antagonista, che poi abbiamo proseguito con maggior forza negli ultimi anni. La necessità di riproporre questi articoli, sta nella loro stringente attualità, in quanto, essi provano come non sia impossibile perseguire una linea di attacco culturale coerente nel lungo termine, ed in perenne evoluzione, seppur solida nei suoi principi. 

Il vento che muove il XXI secolo

(Ideali e prospettive ideologiche)

Non saremo imparziali

Prima di affrontare la stesura del presente articolo, era nostra intenzione chiarire fin da subito tale concetto.

Non esiste imparzialità quando si ha una visione del mondo poggiante su principi e valori ben identificabili, privi di ambiguità, che nel corso della nostra vita hanno di fatto plasmato le scelte compiute, giuste o sbagliate che possano essersi rivelate, ed al netto di qualsiasi risultato raggiunto.

Si può essere ricercatori attenti a non scadere nella partigianeria, equilibrati quanto basta per poter dimostrare che il non essere ideologicamente asettici non vuol dire per forza abbracciare la faziosità, o apparire ciechi di fronte alla realtà che ci circonda, per quanto essa possa stridere con gli ideali di cui siamo, senza ombra di dubbio, portatori sani. Anche il pragmatismo può accompagnare benissimo una solida visione del mondo e una praxis conseguente, anzi, per quanto ci riguarda esso spesso ha reso un buon servigio nel liberarci da steccati e da chiusure mentali che, a lungo andare, avrebbero certamente nuociuto alla credibilità stessa della nostra battaglia, e al modo con cui la conduciamo.

La lotta politica è passione animata da una fede incrollabile, tuttavia, sapere consapevolmente quali siano le condizioni storiche, sociali, culturali e financo economiche in cui operiamo, è stato fondamentale per avere una maggiore sicurezza nelle ricerche effettuate sui fenomeni del nostro tempo, nella critica a ciò che riteniamo controproducente in tali fenomeni, e nella proposta costruttiva ed alternativa, che vorremmo sviluppare qualora la storia ce ne darà l’opportunità.

L’imparzialità non esiste quando si ha una visione del mondo chiara, qualunque essa sia, ciò è per noi un fatto certo, cosa che però non ha precluso mai la strada ad un’apertura verso quel che si è sviluppato comunque di buono o utile nel XXI secolo, o che riteniamo necessiti di una serie di risposte che abbiano sicuramente radici ideologiche profonde, formulate però con un linguaggio che non abbia sclerosi storiche, dogmatismi eccessivi, o cortocircuiti valoriali.

Combattere il sistema imperante, prendendo spunto da certe sue modalità operative, come il pragmatismo ed il trasversalismo, comunicative, o di adattamento al mutare degli eventi, è una cosa ben diversa dal volersi cimentare con esso utilizzando (malamente ed in modo superficiale) i suoi stessi strumenti; finendo così per essere risucchiati e stritolati dai suoi ingranaggi, o di venir assorbiti e disintegrati.

Forse ciò che abbiamo appena affermato, per chi già conosce la nostra impostazione di pensiero, non sarà una novità assoluta. Tuttavia, nell’affrontare la stesura di questo articolo, era per noi cosa fondamentale partire da questa sintesi, di modo che si comprendesse appieno quanto chiara sia la nostra posizione assertiva o positiva, in un contesto dove affronteremo le idee principali che, per sommi capi, muovono questa nostra epoca di transizione verso un futuro già cominciato, sconosciuto e di radicali mutamenti, tanto per l’esistenza del singolo individuo quanto per popoli, nazioni e Stati.

Un mito da scardinare: la morte delle ideologie

Le idee ed il loro sviluppo in ideologie non sono scomparse dal panorama mondiale contemporaneo, di questo ne siamo più che certi. Il ventennio abbondante che abbiamo alle spalle ha solamente archiviato il retaggio schematico che fu tipico della formula tesi, antitesi, sintesi, privandolo della sua rigidità nella proposta culturale o nell’azione politica, e lasciando “campo libero” ad alterazioni dovute a fattori immantinenti e contingenti, spesso dettate anche da esigenze solo funzionali ad una singola élite politica transitoria, come fu per il neo-conservatorismo statunitense d’inizio secolo, oggi praticamente scomparso dalla scena, o pulsioni in eterno divenire, come nel caso della globalizzazione; in cui il fattore ideologico è a dir poco confuso ed indefinito, ma il cui influsso disgregativo ed anti-identitario sta caratterizzando (purtroppo) l’orientamento complessivo dell’Occidente in declino, forse proprio per la sua stessa natura, che ben si coniuga con le esigenze di chi trae vantaggio da tale condizione storica.

Sempre riguardo all’Occidente, complice l’avvento ed il prevalere di forme comunicative sempre più veloci ed alla portata di un gran numero di persone, nell’attuale fase del XXI secolo il concetto di ideologia ha perso di profondità o, se vogliamo, di verticalità, per acquisire un aspetto fondamentalmente più “leggero”, e di facile sintesi in formule di propaganda orizzontale, comprensibili ad una platea progressivamente sempre più recettiva alle “novità”, ma alla perenne ricerca di qualche cosa che la superi, e legata a strumenti tecnologici di comunicazione avanzati, quindi liberata, se così si può dire, dal presunto ostacolo di doversi confrontare con quei soggetti (intellettuali, artisti, docenti dei diversi livelli d’istruzione) che, fino alla metà del secolo scorso, fungevano da mediatori culturali tra l’élite dominante, che concretizzava l’idea in ideologia, ed il popolo, che poteva essere sia “attore” che “strumento” di essa, a seconda dei dettami valoriali su cui si fondava l’élite dominante e il suo approccio con il popolo.

Non per nulla oggi si parla di ideologie “liquide”, ovvero capaci di assumere la forma che meglio si adatta alla contingenza storica, piuttosto che plasmarla in modo stabile e, per quanto possibile, duraturo nel tempo. Le classi dirigenti che governano, ormai per procura, l’Occidente democratico sono specchio fedele dell’affermazione appena fatta, e la confermano appieno. Il loro modus operandi non è più dettato dall’esigenza di concretizzare l’idea in ideologia, e quindi in praxis politica, quanto quella di riproporre in modo diverso poche e semplici “parole d’ordine” sempre uguali, dietro le quali non si cela più nulla nemmeno dello spirito originario, seppur per noi esecrabile, se non la volontà di mantenere in piedi l’illusione della partecipazione del popolo alle decisioni politiche, o alla selezione della stessa classe dirigente. Per non parlare poi dell’ormai palese assenza di profondità e di spessore culturale insito nelle più note ideologie “liquide” attualmente in auge, in cui gli immortali principi universalistici (democrazia, uguaglianza, umanitarismo, ecc.) sono semplicemente ripetuti come una sorta di giaculatoria laica, spacciata quale forma di educazione dell’uomo nuovo, globalizzato e “cittadino del mondo”.

In realtà nello spazio in cui noi oggi operiamo, da un punto di vista tanto virtuale/comunicativo, quanto materiale e fisico, in cui nulla sembra essere destinato ad avere un impatto decisivo per la storia dei popoli, si stanno creando sia le premesse per la formazione di nuove ideologie, sia il futuro terreno di scontro tra esse.

All’ombra di un’epoca in cui il sistema imperante sembra ancora saldo e ben rodato, ma che in realtà sta lottando per la sua stessa sopravvivenza da ormai diversi anni, possono già essere individuati quegli spazi in cui poter porre i semi di ideali alternativi ad esso. Ideali che possono coincidere con la nostra visione del mondo, o nei quali scorgiamo l’ombra del futuro nemico.

Detto questo, siamo certi di non sbagliare nel ritenere che riflessioni simili a quelle da noi formulate siano presenti in una pluralità di singoli o gruppi, che abbiano un medesimo sentire di quanto proprio il XXI secolo non sia un’epoca deideologizzata, bensì un mare magnum rinchiuso in un vaso di Pandora, che attende solamente l’imprudenza di chi, anche organico al sistema impernate, compia l’errore di aprirlo, magari nella convinzione di poter gestire le forze che da esso possono scaturire, ma che fatalmente sarà travolto da tale errore di valutazione.

Non è peregrino il paragone che in molti fanno, tra quelle che furono le premesse che portarono ai mutamenti dovuti al primo conflitto mondiale, di cui quest’anno cade il centenario dell’avvento, e l’attuale situazione geopolitica. Non dimentichiamoci che, anche in quel periodo, un sistema che sembrava solido fu spazzato via tanto dalle tempeste d’acciaio, quanto dai venti impetuosi delle idee che trovarono libero sfogo nel caos degli eventi.

La storia tende a ripetersi, per fortuna, e solamente chi ha tale consapevolezza può già scorgere oggi, quelle crepe in cui presto andare a porre la propria opera di distruzione e di ricostruzione.

Globalizzazione: ineluttabilità o velleità?

Il primo problema della globalizzazione è il suo essere un presunto dogma, incontestabile, pur non avendo una matrice né ideologica, né tanto meno culturale, stabile e ben definibile. Nonostante ciò la globalizzazione è descritta sempre come un fenomeno inevitabile ed univoco, che coinvolge un tale complesso di fattori economici, politici, giuridici, tecnologici, culturali, tanto da sembrare impossibile e sovrumana una sua gestione “armoniosa” e “naturale”, così come viene spesso decantata. Piuttosto, lo sviluppo stesso della globalizzazione sembra sfidare nei fatti ogni sorta di ipotetica regolamentazione; e ciò lo si evince dall’attuale fase di instabilità geopolitica, di crisi strutturale e di tenuta dell’economia mondiale. Il termine è inteso in sintesi quale processo di cambiamento epocale ma, anche in questo frangente, non v’è nulla che non sia già avvenuto con modalità diverse nei millenni della storia umana. Ad eccezion fatta degli strumenti con cui questa “svolta” è stata messa in pratica nei nostri tempi, coerenti con il processo di evoluzione tecnologica e sociale del pianeta.

Perfino il “motore” stesso della globalizzazione appare quanto meno controverso. Spesso, infatti, esso viene associato quale prodotto funzionale agli interessi di alcuni macro soggetti politici, Stati Uniti e Cina in primis, di concerto con le multinazionali industriali ed il sistema finanziario apolide. Tuttavia tale semplificazione non regge, se si pensa a quello che è stato il risultato finale, ancora una volta per nulla “armonico” ed organizzato di questo fenomeno storico. I più complottisti poi ipotizzano che sia in atto, attraverso la globalizzazione, un sapiente progetto per un nuovo ordine politico ed economico mondiale, o una cospirazione di interessi egoistici più o meno occulti.

In altri ambiti la globalizzazione è talvolta descritta come il risultato delle innumerevoli scelte di capaci di individui, vocati ad un umanesimo tecnocratico, che anelano ad un mondo “libero” da identità e differenze tra popoli, e prefigurano il superamento stesso del concetto di Stato, a vantaggio di una super democrazia partecipativa, espletata in modo capillare attraverso gli strumenti informatici.

Prese separatamente o insieme, tuttavia, tutte le ipotesi descritte sono strettamente incompatibili con l’idea di fondo circa la causa della globalizzazione; secondo cui essa non è una fase storica contingente o di transizione verso un’epoca diversa, ma la realizzazione di un destino inevitabile, così come si pone in toto nei termini con cui s’è sviluppata fino ad oggi. Da questo punto di vista, la globalizzazione non ha nessun attore principale, ma tutti gli esseri umani, presi singolarmente o collettivamente, sarebbero i soggetti di un cambiamento il cui agente sarebbe la storia stessa, e l’ineluttabile marcia del progresso verso un futuro promettente.

Anche se raramente affermato esplicitamente, questo assunto retorico rappresenta il vero “motore” ideologico che sorregge tutti i fautori della globalizzazione, che li anima e che li spinge a giustificarne ogni incongruenza nella sua applicazione pratica.

In base a questo caposaldo, la globalizzazione è un bene proprio perché è inevitabile. Questa è l’idea che sta alla base, per certi aspetti tangente con quelli che furono i postulati più profondi del marxismo, che aveva nel mito del progresso ineluttabile e, quindi, incontestabile, la sua professione di laica visione del mondo, a tratti addirittura perfino “religiosa” nel suo dogmatismo.

Un altro aspetto che potremmo definire ideologico, vede la globalizzazione come una fonte di libertà universale, portatrice di quei principi che furono propri all’illuminismo nella sua dimensione politica: Liberté, Égalité, Fraternité. Questa versione del globalismo è molto diffusa tra quelle frange, culturali e politiche, di stampo radical/progressista. Tale dottrina, se tale si può definire, si fonda sul concetto dell’inconsistenza e della transitorietà di ogni forma di identità e specificità di fronte all’idea dell’homo migrans, ovvero, di quella che viene intesa come la naturale predisposizione dell’uomo alla migrazione e al meticciato culturale e biologico. In tale alveo ideologico la globalizzazione del XXI secolo funge da forza motrice, anche in questo frangente ineluttabile ed incontestabile, che dovrebbe travolgere nel breve lasso di questa nostra epoca tutte le resistenze alla disintegrazione delle attuali forme culturali differenziate, per raggiungere in fine una sorta di melting pot autoconsapevole e caratterizzato da un’organizzazione politica di tipo orizzontale; ovvero una sorta di democrazia di massa, egualitaria, poggiante sui diritti universali tipici dell’illuminismo e del marxismo. Tale linea di pensiero, seppur facente parte del mare magnum di idee interne alla globalizzazione, risulta essere in aperto contrasto con coloro che, invece, considerano la stessa come un fenomeno principalmente economico e tecnologico, tollerante con un certo grado di identitarismo residuale; visto come funzionale all’equilibrio sociale generalizzato, o per favorire alcuni aspetti relativi al consumismo. In realtà, tali divergenze, sono a nostro avviso null’altro che gli aspetti confliggenti di due lati della stessa medaglia, in cui lo scontro è tale in quanto polarizza un certo tipo di manicheismo, insito specialmente nella civilizzazione occidentale ultima, in cui elementi del cristianesimo tradizionale si sono per così dire “laicizzati”, omologandosi ad una visione del mondo post moderna.

Un’altra variabile del globalismo si ferma alla sola ascesa di un potere politico sovranazionale, in grado di coordinare i popoli, sempre rispettando delle residuali differenziazioni culturali, attraverso l’istituzione di un diritto planetario totalizzante, mediato tuttavia dalle singole élite politiche interne ai vecchi Stati. Questa dottrina, a dir poco velleitaria, non sembra ad oggi attirare troppe grandi passioni, se non in ristrette minoranze quasi tutte poste all’interno delle Istituzioni internazionali. Le quali tra l’altro, nel corso dell’ultimo ventennio, sovente sono state orbate di ogni autorità, fino al prevalere dell’attuale fase geopolitica multipolare (di cui tratteremo in seguito), gestita da Stati/nazione aventi ambizioni e dimensioni imperiali, che hanno reso del tutto ininfluente in termini pratici l’organismo istituzionale che doveva essere al centro di questo ipotetico processo di riorganizzazione gerarchica mondiale: l’ONU.

La difficoltà nel trovare nella cultura ufficiale, politicamente corretta e progressista, qualsiasi dissenso concreto alla globalizzazione è motivata dalla multiforme natura post ideologica di essa, in cui ognuno, sotto certi aspetti, può ritagliarsi il proprio ambito di critica superficiale, ma pur sempre inquadrato nel complesso generale del fenomeno. Qualunque sia la “globalizzazione” auspicata o, quale sia il suo sviluppo auspicato, risulta essere nei fatti impossibile qualsiasi opposizione reale se posta entro quei dettami che abbiamo esposto in questo capitolo.

Se la globalizzazione comporta l’universalizzazione dell’ordine politico, sociale, economico e culturale, una sua critica deve sicuramente essere motivata da un ideale che porti una pars construens totalmente agli antipodi; essa dovrebbe trarre spunto principalmente dalla consapevolezza circa l’impossibilità di un’applicazione della globalizzazione a lungo termine in

ambito economico, in quanto il sistema/modello di sviluppo planetario infinito, così come prefigurato, non potrà mai essere sostenibile, e la sua diffusione capillare continente per continente avrebbe effetti disastrosi per l’intero ecosistema.

Altro nodo fondamentale sta nell’opporre al “mito” dell’homo migrans, una visione del mondo neo identitaria, capace di coniugare le radici storiche di ogni popolo con le dinamiche contemporanee, offrendo la prospettiva di una miglior gestione del concetto di sviluppo e di benessere.

Nel senso più ampio di quel che vogliamo dire; occorre contrastare l’affievolimento delle tradizioni, delle identità specifiche, e la perdita nei singoli delle memoria culturale, non in ragione di uno sterile passatismo, bensì per riequilibrare i rapporti sociali, e le ambizioni al progresso che, seppur legittime, non possono prescindere da principi e valori che offrano una prospettiva e una visione del mondo superiori, rispetto al consumismo di massa e al materialismo individualista.

Se la globalizzazione promette maggiore libertà dalle singole tradizioni identitarie, stigmatizzate come vincolanti per lo sviluppo “inevitabile” del genere umano, non occorre demonizzarla per combatterla, bensì basterebbe metterne scientificamente a nudo le velleità e tutte le sue incongruenze. Dopo tutto, il concetto stesso di libertà non è necessariamente univoco nemmeno tra i fautori stessi della globalizzazione, quindi risulta essere facilmente attaccabile se si è dotati di una solida impostazione ideologica identitaria.

Oltre tutto, abbiamo ben chiara la convinzione di come la libertà, nella realtà politica ed economica prevalente, in particolar modo in Occidente, sia spesso soltanto una parola funzionale a coloro che nell’alveo della globalizzazione intendono trarre un mero profitto, strettamente collegato a ben determinati interessi o gruppi di potere. Pensiamo, ad esempio, alla finanza apolide o alle multinazionali che ormai vantano fatturati simili, se non superiori, a quelli degli Stati/nazione. O chi utilizza il tema dei diritti universali, per mortificare ogni sorta di vera opposizione ai processi di snaturamento dei popoli e delle nazioni, e accusa di metodidittatoriali coloro che pongono in discussione, e mettono in pratica, argini contro il mondialismo.

La minaccia di una tirannia globalizzata, invece, se dovessero prevale certe istanze universalistiche, è cosa più che mai reale, visti i presupposti, data la loro natura fortemente totalitaria.

L’Occidente soffre più di altre realtà questo tipo di distorsioni e condizionamenti che, oltre tutto, hanno posto in essere anche i semi della sua autodistruzione.

La crisi economica mondiale, cominciata nell’ultima parte del 2007, ha avuto come epicentro proprio quello che potrebbe essere definito l’Occidente “estremo”; ovvero gli Stati Uniti d’America. Questa fase storica, non soltanto economica, attualmente ancora in corso e dagli imprevedibili sviluppi, abbraccia una duplice problematica: per prima cosa ha posto fine alle fuorvianti illusioni di uno sviluppo dell’economia mondiale a guida occidentale, cui dovevano adeguarsi anche le così dette nazioni emergenti, con il conseguente cascame di diritti e di libertà “made in USA” che dovevano garantire il primato morale (e politico) della democrazia nordamericana, che tutti i popoli avrebbero dovuto accogliere, con le buone o con le cattive, senza distinguo o contestazioni.

In concomitanza con il declino occidentale, è entrata in profonda crisi anche la globalizzazione stessa, intesa nella sua ineluttabilità e in quella indomabile evoluzione positiva, così come era prefigurata ad inizio secolo, che doveva rappresentarne la forza motrice, in quanto è venuta meno la stabilità economica che certamente garantiva i suoi postulati sia materiali, sia concettuali.

In questo ambito, grazie al mutare delle condizioni storiche, risultano quanto mai evidenti gli spazi per una contestazione ragionata ed efficace di ogni dottrina che faccia della globalizzazione la sua veste ideologica, o pseudo tale, quale che sia il modo più o meno consapevole di approccio, in quanto ogni ineluttabilità di tale fenomeno sembra essersi esaurita e, anzi, risulta ormai in procinto di subire una ulteriore battuta d’arresto, per via del nuovo collasso economico/finanziario che minaccia il pianeta con sempre maggior forza, e che non vede nelle élite attualmente dominanti in Occidente e nelle nazioni emergenti, dei soggetti capaci di porvi degli eventuali rimedi; né di natura preventiva, né tanto meno per un’ipotetica alternativa.

Multipolarismo e glocalizzazione: potenzialità e criticità in divenire

Nell’ultimo ventennio s’è anche parlato molto di un “nuovo ordine mondiale” (new world order); dapprima come conseguenza della fine della Guerra Fredda, che aveva contraddistinto gran parte della seconda metà del XX secolo, e successivamente quale sbocco delle mutate condizioni economiche e politiche generali, conseguenti all’evoluzione della globalizzazione.

In tale contesto la tematica prevalente era, ed è ancora attualmente, atta a stabilire la forma di questo nuovo ordine, e quella che dovrebbe essere la sua forza motrice dominante.

Con una certa dose di frettolosità, in principio si riteneva che il destino cui era segnato il XXI secolo fosse quello dell’unipolarismo statunitense, per via della presunta “vittoria” degli Stati Uniti d’America nel confronto con quello che fu il blocco sovietico durante la Guerra Fredda, e per l’idea, tutta occidentale, di un prevalere nel medio/lungo termine dei suoi principi ideologici e del suo modello economico. Se, per certi aspetti, la cosa può essere vera per un arco temporale ben definito, ma di breve durata, ovvero quello che va dall’implosione dell’URSS (1991/1992), fino all’attentato di New York nel Settembre del 2001, è stata proprio la fase più acuta dell’interventismo geopolitico nordamericano a porre le premesse per una nuova ridefinizione degli equilibri mondiali. In realtà, mentre un certo antagonismo dipingeva gli Stati Uniti d’America come una sorta di Impero cinematografico da contrastare, fu proprio dietro le quinte di questa coreografia che si mossero le dinamiche per quella che s’è ormai evoluta come fase storica contemporanea.

L’unilateralismo geopolitico USA fondava la sua forza, oltre che su di una fascinazione messianica del proprio ruolo derivata dal retaggio protestante della sua cultura, anche e soprattutto dal prevalere dell’economia finanziaria all’interno della nazione nordamericana, e quello che fu il suo crescente peso nelle scelte politiche e sociali durante i due mandati presidenziali di George W. Bush (2001/2009). La funzione del dollaro poi, quale valuta di riferimento negli scambi commerciali internazionali e nelle transazioni di borsa, rafforzava questo fenomeno, ipertrofizzandone gli effetti più contrastanti su scala globale; in termini di crescita dell’economia, condizionata più in generale anche, ma non solo, dalle dinamiche della finanza apolide, e nelle ricadute negative complessive provocate dalla crisi sistemica esplosa nel biennio 2007/2008. Un collasso che non ha solamente indebolito i fondamentali economici della potenza statunitense e, di riflesso, del resto del mondo, ma ne ha inficiato tutta l’azione di proiezione geopolitica successiva, con un conseguente arretramento nel così detto “soft power”; caratterizzato per sommi capi dal progressivo disimpegno bellico soprattutto in Iraq ed Afghanistan, e da un minor interventismo militare generalizzato nei vari quadranti d’interesse strategico USA, a cui fu preferita l’eterodirezione destabilizzante, come nel caso della sedicente “Primavera Araba”, o come per le complesse vicende ancora in divenire dell’Ucraina. Il “soft power” s’è sviluppato come fenomeno difensivo del ruolo statunitense nel mondo e di arginamento dell’esuberanza geopolitica cinese e russa, o per favorire l’alleato saudita in Medio Oriente nella sua lotta organica contro la crescente ascesa dell’Iran. Esso ha contraddistinto gran parte della politica estera del Segretario di Stato USA Hillary Clinton, durante la prima  Presidenza Obama (2008/2012), decretando nella sostanza, se non nella forma, la fine di una certa visione del mondo e di sviluppo della storia per così dire “americanocentrica”. Attualmente la politica estera di Washington ha cercato di riprendere una certa direzione espansiva, seppur nei limiti dell’attuale condizione di criticità economica in cui versano gli Stati Uniti, cui la seconda Presidenza Obama sta cercando di porre rimedio in modo quanto meno fallace.

Di pari passo con l’ultima fase dell’unilateralismo della presidenza Bush, e in concomitanza con il soft power di quella Obama, e nel quadro successivo più ampio della crisi economica mondiale, quelle che sono state definite “nazioni emergenti” (Cina, Russia, India e Brasile), le principali realtà nazionali del Vecchio Continente (Germania, Francia e Gran Bretagna), ed  in misura minore l’Unione Europea, che ancora oggi cerca una propria identità complessiva ben definita, o i protagonisti del Mondo Arabo/musulmano (Iran, Turchia e Arabia Saudita) e di quello latinoamericano, hanno sviluppato i presupposti per una nuova dialettica geopolitica avente connotati direttivi a geometrie variabili, fondata principalmente sul prevalere di interessi strategici propri ai singoli soggetti, ben distinti da quelli che furono ipotizzati ad inizio secolo, in cui avrebbe dovuto invece veder prevalere il ruolo decisionale del “gendarme del pianeta” a stelle e strisce, rispetto alle altre nazioni.

Il multipolarismo, così come viene definito tale fenomeno ormai indiscutibile nella sua realtà, non è altro che il risultato della somma di quelle linee d’indirizzo di politica internazionale e di commercio estero, che possono essere tanto convergenti quanto divergenti le une con le altre, in modo continuo o discontinuo, che caratterizzano tutta quella serie di attori appena citati, o players mondiali, consolidati ormai con un carattere non più in linea con l’ipotesi di un new world order avente la globalizzazione come fine ultimo, e gli Stati Uniti quale motore politico ed in parte economico.

La filosofia che supporta il multipolarismo, vede nell’attuale condizione storica l’occasione unica di sanare quell’errata impostazione di partenza americanocentrica, sostituendola con una che sia più in linea con la polifonia di players mondiali attualmente in campo, e di potenze regionali sempre più svincolate da obblighi o complessi di sudditanza con un’unica superpotenza, come per nazioni tipo la Turchia o il Venezuela, da noi analizzate nel loro sviluppo con dovizia di argomentazioni durante questi ultimi anni.

La globalizzazione, nell’ottica del multipolarismo, viene respinta nelle sue caratteristiche totalitarie ed omologanti di stampo occidentale, ma non per quanto concerne quei risvolti positivi, che favorirebbero il processo evolutivo economico delle singole nazioni, basato su principi che non andrebbero a snaturare l’essenza identitaria dei popoli, ma utili ad elevare la loro condizione di vita a seconda della specifica kultur. In pratica, non sarebbe più la globalizzazione ad adattare o forzare i popoli ai suoi connotati, bensì l’esatto contrario. Nella concezione multipolare, non c’è solo un tipo di società standardizzata quindi, cui l’uomo dovrebbe tendere quale fine, e non dovrà esistere un ordine gerarchico di dominio per così dire “morale” o materiale di una superpotenza rispetto al resto delle nazioni, bensì una pluralità di diversità, che intrattengano rapporti simbiotici o che si confrontano per l’affermazione di prerogative nazionali d’interesse strategico o economico, di natura identitaria o religiosa, in quelle che noi definiamo regioni/faglia o regioni di scontro, in cui risulta più intenso sia il rapporto d’antagonismo tra players mondiali, sia tra potenze regionali.

Certe linee di pensiero ritengono in oltre che il confronto tra unilateralismo e multipolarismo sia già stato perciò superato de facto, e che ci troviamo attualmente a vivere una planetaria riorganizzazione di forze e di sfere d’influenza multipolari, il cui sbocco sarà un “nuovo ordine mondiale” vero e duraturo, in cui anche il tema del progresso risulterà influenzato dalla differenziazione tra gli spazi imperiali che andranno a formarsi, in quanto condizionato dallo spirito dei popoli e dalla loro natura plurale.

Riteniamo però tale visione fuorviante ed imperfetta, in quanto non tiene conto di una criticità fondamentale: la contiguità esistente tra l’attuale sistema organico/totalizzante che, seppur in fase di stallo, resta vigente nella sua essenza, e la prospettiva multipolare così teorizzata. Infatti, seppur utile ad archiviare gli aspetti più appariscenti dell’omologazione globale, il multipolarismo non pone delle vere alternative al liberismo economico che ha portato il mondo, ad esempio, alla crisi finanziaria del 2007, ma tende ad offrire dei semplici palliativi, che sovente sono utilizzati strumentalmente dalle élite al potere nei singoli Stati per finalità contingenti. E’ il caso della Russia, realtà oggi molto amata da un certo tipo di identitaristi per la sua posizione di contrasto al residuale spirito d’ingerenza statunitense, ma che non ha da opporre nulla che non sia diverso dal modello di sviluppo economico occidentale, se non dei richiami allo sciovinismo imperiale zarista, sovietico, o panrusso, funzionali alle sue rivendicazioni geopolitiche. Stesso discorso lo si potrebbe fare nei confronti della Cina; il cui fine è quello di egemonizzare i mercati di consumo di beni, siano essi vecchi o nuovi, e non certo di assurgere a modello alternativo, in quanto è stato proprio grazie al processo di globalizzazione dei processi produttivi e commerciali che il colosso asiatico ha potuto trarre la fonte della sua forza espansiva.

Seppur il multipolarismo abbia una valenza positiva nell’affermare l’importanza della creazione di spazi imperiali identitari e differenziati, capaci di superare alcune lacune insite negli Stati/nazione, ma senza lo sbocco mondialista di una regia diretta dalle Nazioni Unite, esso cade secondo noi proprio nel tema più importante: quello del modello alternativo di sviluppo dei popoli.

Accettare il libero mercato nella sua essenza, o comunque in delle sue variazioni di adattamento alle specifiche realtà etniche e culturali, vuol dire innestare un agente infettivo in un organismo potenzialmente sano. Per cui il risultato sarebbe non la trasformazione del veleno in medicina, ma di porre le premesse per la sopravvivenza di quelle forze apolidi che ancora governano i processi di globalizzazione e che potrebbero, alla lunga, influenzare negativamente il futuro multipolare.

Seppur ritenendo preferibile una dimensione geopolitica multipolare, rispetto a quella unipolare a direzione statunitense, non possiamo accontentarci del “bicchiere mezzo pieno”, nella certezza poi che i fondamentali sistemici di sviluppo e di progresso restino immutati o che, al limite, possano spostare il loro baricentro dall’Atlantico all’Asia sotto mentite spoglie. Gli oligarchi russi o i tecnocrati cinesi non sono per noi diversi dai bankers anglosassoni o da chi siede nei consigli d’amministrazione delle multinazionali pseudo “europee”. Per questo motivo, ribadiamo, non riteniamo soddisfacente la prospettiva offerta dal multipolarismo, in quanto non affronta il vero nodo del XXI secolo: il sistema/modello liberista, e la sua conseguente influenza nei processi economici e di sviluppo sociale.

Tuttavia, la visione multipolare ha delle potenzialità intrinseche, che potrebbero realmente offrire spazi di manovra per la creazione di un vero antagonismo costruttivo al liberismo. La principale di queste potenzialità risiede in quella che viene definita glocalizzazione.

Fino a non molti anni fa questo termine era utilizzato principalmente in area progressista e “no global” per indicare una confusa serie di iniziative atte a contrastare la globalizzazione attraverso la dissacrazione dei suoi simboli, come le catene di fast food o della grande distribuzione commerciale, ed attraverso una concezione intimista e un po’ troppo agiografica della natura e del territorio, in pieno stile tardo-ecologista. In Italia, ad esempio, il movimento contrario al passaggio della linea ferroviaria ad alta velocità in Val Susa (Piemonte) ha insite tematiche proprie alla glocalizzazione, tuttavia espresse in modalità del tutto errate ed inconcludenti.

Secondo il filosofo e geopolitico russo Alexander Dugin, la glocalizzazione potrebbe essere applicata in modo molto più promettente proprio nell’alveo del multipolarismo, in quanto la creazione di spazi identitari a carattere imperiale andrebbe a favorire delle nuove forme di radicamento culturale e territoriale, capaci di contrastare positivamente l’omologazione che contraddistingue alcuni aspetti della post modernità attuale. Non ci si dovrebbe fermare, quindi, alla mera difesa del prodotto definito “tipico”, o dell’habitat naturale rispetto allo sviluppo infrastrutturale di un territorio, o ancora ad alcuni aspetti di folklore culturale, così come presupponevano i primi fautori della glocalizzazione, ma andare oltre, più in profondità, in un complesso di difesa identitaria in toto, senza che sia esclusa una forma positiva di progresso in armonia con le singole tradizioni e specificità.

Con la glocalizzazione non sarebbe più l’individualismo al centro dell’agire organico delle iniziative politiche, culturali, sociali ed economiche, dell’élite dominante, bensì la comunità di popolo, che assurge in quest’ottica a ruolo attivo e di sintesi delle direttive superiori o imperiali.

Sempre secondo Dugin andrebbe a prospettarsi una modernizzazione priva di occidentalizzazione, attraverso la priorità delle istanze “locali” rispetto a quelle “globali”, cosa che non escluderebbe nemmeno i popoli faceti parte l’Unione Europea che, pur essendo occidentali in senso lato, devono ritrovare la via per un ripristino della loro forza comunitaria ed identitaria, andando così a creare il loro spazio imperiale distinto dalla nefasta influenza atlantica.

Quel che secondo noi fa difetto nella teoria del filosofo russo è il rapporto tra territorio e Stato/nazione. La creazione di uno spazio imperiale ci trova più che concordi, tuttavia temiamo che senza un’articolazione intermedia, lo Stato/nazione appunto, si scivolerebbe verso un’eccessiva frammentazione etnonazionalista, da noi ritenuta estremamente pericolosa, che andrebbe ad inficiare tutto il processo multipolare, e darebbe manforte alle influenze apolidi che, nel più classico stile del divide et impera, tenterebbero così di scardinare i potenziali spazi imperiali attraverso un’unica regia.

Non per nulla la nostra attenzione a questo tema è molto alta proprio per quanto concerne l’Europa. In numerosi articoli definiamo già da tempo a dir poco “sospetto” il fenomeno di disintegrazione di realtà nazionali come Spagna, Gran Bretagna e Belgio, e a tutto quel fermento di movimenti etnonazionalisti e regionalisti che sembrano prendere sempre più piede nell’area dell’Unione Europea, la quale volge ad essi molto spesso uno sguardo a tratti palesemente arrendevole, se non di tacito appoggio. Cosa ben diversa se è uno Stato/nazione, come l’Ungheria ad esempio, a reclamare la propria volontà di difesa identitaria. In quel caso sono ben note a tutti le continue ingerenze che partono da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale, per screditare la classe dirigente al potere a Budapest, fatta oggetto di campagne denigratorie e tentativi di destabilizzazione.

L’Unione Europea è di fatto dominata da élite politiche legate alla tecnocrazia finanziaria, pregna di istanze mondialiste e liberiste. Il tema rovente della cessione di sovranità degli Stati/nazione verso la Commissione Europea, il suo parlamento e la Banca Centrale Europea, vede proprio negli Stati/nazione un argine, e la loro frantumazione in micro realtà regionali, indipendenti quanto si vuole ma deboli di fronte a Bruxelles o a Francoforte e al loro potere d’ingerenza, andrebbe a favorire non certo la glocalizzazione o la creazione di uno spazio imperiale europeo, bensì l’ennesima entità serva dell’Occidente estremo.

Nelle proposte programmatiche del Movimento di Transizione Nazionale le istanze regionali andrebbero perciò armonizzate in una sobria gerarchia di poteri entro il perimetro dello Stato nuovo. Poteri che rispettino le comunità territoriali, ma senza il venir meno di principi superiori di ordine tanto politico/organizzativo quanto culturale.

Per questo motivo riteniamo che lo Stato/nazione, seppur da ridefinire nelle sue prerogative e nelle sue funzioni, non debba essere sostituito o disintegrato, bensì rimesso in grado di affrontare le sfide per una vera concezione multipolare del mondo, ed il suo prevalere rispetto alla globalizzazione omologante.

Senza una cinghia di trasmissione autorevole ed efficiente, capace di coordinare la glocalizzazione con i vertici dell’eventuale spazio imperiale, tutto il processo multipolare resterebbe quello che è attualmente; ovvero un mondialismo ben mimetizzato, in cui il neo liberismo vanterebbe, ancora una volta, il diritto indiscusso a dirigere le scelte dei popoli senza un contraltare forte che ne smascheri la natura subdola e neutralizzi la sua coriacea resistenza.

Si badi bene, la nostra non è statolatria, bensì la volontà di ripristinare il ruolo dello Stato, quale strumento del popolo, i cui ranghi siano espressione di una selezione all’interno delle comunità, così come già prefiguravamo in un precedente articolo:

“La semplice partecipazione alla scelta degli organi di rappresentanza, senza badare alla forma etica e alla visione del mondo di chi deve rappresentare gli interessi del popolo, non ha portato a nulla se non all’asservimento della res pubblica alle necessità dell’economia liberista. Il fattore umano che si è imposto nell’ambito politico ha finito col far prevalere gli aspetti più deleteri della modernità: corruzione, superficialità, scarsa progettualità nel medio/lungo termine, e irrilevanza identitaria. Un nuovo concetto di democrazia deve racchiudere in sé gli aspetti di una scuola politica, quale scuola di vita e di rettitudine. La comunità nazionale e il bene comune devono assurgere ad uniche bussole nell’azione di rivoluzione del modello euro/occidentale. Quindi occorre non inseguire più nostalgie per quello che ha rappresentato per tutti noi il benessere diffuso e le sicurezze sociali caratterizzanti l’ultimo mezzo secolo della nostra storia, quanto saper prefigurare quel che dovrà essere un processo di decrescita sostanziale dei popoli europei, gestito da chi vuole una loro vera presa di coscienza. Tornare ad essere protagonisti anche di questa fase difficile e complessa della nostra civiltà deve diventare un cardine ideologico, da concretizzare in un programma politico”.

Per una democrazia nazionale (Thule-Italia, Novembre/Dicembre 2012)

Ciò secondo noi è valido sia per l’Europa, che per qualsiasi realtà mondiale o spazio imperiale in divenire, seppur con le dovute differenze.

Per raggiungere questo fine, specie nel Vecchio Continente luogo d’origine del concetto di Stato/nazione, occorre che si formino dei movimenti di rinascita patriotica, che si liberino del retaggio di un certo nazionalismo retrivo ed obsoleto, ed aventi invece una visione dinamica e non statica dell’identità, legata quindi non tanto alla semplice difesa di formule culturali o comunitarie immutabili, sia nella forma che nella sostanza, ma di una loro riproposizione al popolo quale avvenire per i prossimi secoli, nell’ambito di uno spazio imperiale ben definito per gli europei.

C’è chi potrebbe scorgere nelle nostre parole l’eco del Tausendjähriges Reich, quale unione di popolo in un destino organico ad un progetto ideale ed ideologico. Non neghiamo che la visione del mondo che muove le nostre intuizioni hanno in tale mito una fonte di ispirazione molto importante, se non fondamentale.

Tuttavia comprendiamo come, nell’attuale situazione storica, una posizione come questa risulti marginale, e poco attrattiva, in quanto contempla una radicale opposizione a tutto quello che può portare anche ad ottenere successi nell’immediato, magari di natura elettorale.

Il tipo di Stato/nazione che ha preso piede in Occidente ha un carattere sostanzialmente diverso, rispetto a ciò che in origine era il concetto di Stato. L’imporsi del liberalismo, della democrazia rappresentativa, il prevalere d’istanze economicistiche, rispetto a quelle della comunità, hanno reso lo Stato un attore di natura contrattuale, del tutto simile all’azienda privata. Tale fenomeno di mutazione ontologica ha snaturato il carattere organico che lo Stato dovrebbe mantenere in qualità di regolatore supremo della vita del popolo, il suo ruolo di garante del bene comune e di interessi superiori si è così costantemente affievolito, per lasciare spazio ad un tecnicismo burocratico finalizzato alla gestione dell’ordinaria amministrazione, o al semplice mantenimento dello status quo, anche qualora esso si rivelasse non più indipendente nelle sue scelte organizzative, ma influenzato da forze confliggenti con l’interesse del bene comune. Per non parlare poi dell’impronta identitaria che lo Stato dovrebbe mantenere nell’ambito del popolo che è chiamato a guidare, caratteristica che sembra essere diventata il maggior nemico di chi vorrebbe ridimensionarne radicalmente le funzioni e il ruolo. Per una certa scuola di pensiero lo Stato dovrebbe contraddistinguersi attraverso poche funzioni di controllo formale, lasciando ampio spazio all’iniziativa privata; l’unica che, invece, non dovrebbe conoscere limiti sostanziali. Ciò è per noi cosa da contrastare in ogni modo, e debellare definitivamente dalla dialettica politica.

Questa visione di Stato/nazione non confligge per noi con l’idea di un blocco imperiale europeo forte, compatto e organico, che trovi proprio nelle compagini nazionali linfa vitale per la sua esistenza.

Per questo valutiamo con estrema preoccupazione la crisi politica dei singoli Stati europei, aggravata dalla crisi economica e storica dell’Occidente. La dipendenza economica del Vecchio Continente tanto dalla finanza anglosassone, quanto dalle mostruose capacità produttive asiatiche, ha ulteriormente indebolito i principi/cardine su cui si fondavano le azioni e le iniziative degli Stati europei nei riguardi dei loro popoli di riferimento. Il tutto corroborato dall’accoglimento supino e pavido di dettami ideologici “universali” (mondialismo, terzomondismo, pacifismo ecc.), che hanno avvelenato la kultur delle singole nazioni d’Europa e intaccato la civiltà degli europei. La centralità dello Stato oggi in affanno, la sua difficoltà nel trovare sbocchi risolutori concreti all’attuale condizione di sofferenza in cui versa, e la probabile incapacità delle classi dirigenti politiche di reggere il declino dell’Occidente post moderno, sono tematiche collegate ed interdipendenti. Occorre trovare una soluzione che sia contestualizzabile con il presente storico.

Questo voler porre in chiaro tale nostra visione politica, negli intenti che ci siamo posti, serve a far comprendere meglio quanto poco ci interessi il falso “mito” del localismo o dell’etnonazionalismo, quale panacea di tutti i mali dello Stato/nazione, o altre annose questioni di lana caprina ad esso connesse, che distolgono lo sguardo dall’importanza del fine: il bene comune, rispetto al mezzo, cioè l’articolazione amministrativa dello Stato, nella prospettiva di rinascita d’Europa. Ribadiamo poi che, in qualsiasi caso, il fattore che determina il buon funzionamento delle istituzioni, centrali o locali che siano, è rappresentato dalla qualità della classe dirigente, dal suo essere all’altezza dei ruoli ricoperti e dei compiti assegnati. I fatti contemporanei ci dimostrano per l’appunto che un mezzo, per quanto ben congeniato, risulta inutile o addirittura dannoso, se utilizzato da figure incapaci o animate da interessi lesivi del bene comune.

Il fattore umano e la qualità della classe dirigente politica, restano le fondamenta di qualsiasi Stato che possa ambire nell’epoca attuale a resistere al processo di svilimento dei popoli, perpetrato nell’ambito della globalizzazione.

Tuttavia, la ricerca della semplificazione a tutti i costi, in particolare nell’epoca della comunicazione di massa, porta poi ad omologare le idee ad uno stile sempre più superficiale, in cui a prevalere è una certa estetica priva di contenuti ma grondante d’incongruenze. In Europa occidentale, dallo “scontro di civiltà”, alla retorica su fenomeni estemporanei di natura etico/morale, fino ad arrivare alla comparsa di un certo populismo reazionario, non sembrano essere ancora giunti i veri anni decisivi di collasso del sistema vigente, anche se i prodromi ci sono tutti. Così come in altre realtà mondiali, seppur con delle dinamiche differenti, assistiamo a delle similitudini, che confermano la nostra tesi di partenza sulla debolezza del multipolarismo così com’è strutturato oggi.

Ciò detto, è proprio per questo motivo che auspichiamo nell’ambito di tale polifonia d’interessi in fase di espansione l’avvento di una rottura, di forte criticità, di scontro tra soggetti, nel quadro del caos frutto di un grande collasso economico, che metta a nudo le debolezze del multipolarismo o, se vogliamo, le sue contiguità con il sistema/modello portato dalla globalizzazione, ed esalti le potenzialità che possono essere utili per l’affermazione di una vera alternativa, articolata nei diversi livelli: popolo-Stato/nazione-spazio imperiale.

Il concretizzarsi di un nuovo ordine mondiale non giungerà mai nelle attuali condizioni, in cui è la politica della ricerca di un equilibrio a dominare, bensì solo attraverso la perdita di ogni equilibrio.

Il vento della storia

Associare l’elemento “vento”, tema/guida del presente numero della rivista di Thule-Italia, alle idee che caratterizzano questo nostro secolo, trae la sua motivazione da una semplice riflessione metaforica.

La storia è come un mulino che non può essere fermato, in quanto è insito nella sua natura procedere con la vita dell’uomo e dei popoli. Il vento delle idee rappresenta la forza che fa muovere le pale di questo mulino, e nessuno potrà mai fermare tale forza in quanto essa, seppur percepita nella sua natura ma mai compresa pienamente, andrà sempre a compiere il dovere che gli è proprio, in base a degli specifici principi.

La natura di un’idea risiede nell’essere quindi come il vento; impalpabile nella sua teoricità, ma capace, quando posta al servizio della storia, di diventare forza motrice concreta.

Secondo noi oggi deve prevalere un tipo di vento diverso da quello attuale, che farà prendere alla storia un certo ritmo, e solamente chi saprà portare un’idea/guida realmente alternativa a quello che è l’attuale corso dell’umanità, potrà cambiare realmente le cose, e porre in auge un modello per il presente e una prospettiva concreta per il futuro.

Il vento non può essere mai completamente fermato, così come un’idea non potrà mai dirsi fallimentare senza che prima non ci sia stata una lotta per la sua affermazione. Per questo motivo siamo fiduciosi che la storia, così come si sta muovendo, potrà offrici quell’occasione di combattere per le nostre idee e per la loro affermazione. Dandoci così la possibilità di offrire al nostro popolo una prospettiva che riteniamo, senza dubbi o incertezze, giusta e portatrice di una forza positiva, che non potrà essere fermata, e che farà muovere il mulino della storia in un altro verso.

Gabriele Gruppo

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