Alcuni punti fermi (prima parte)

Alcuni punti fermi (prima parte)

Dopo qualche mese di silenzio, ripartiamo da alcuni punti fermi, che nel corso del nostro cammino di ricerca e di pars construens in Thule Italia, abbiamo elaborato e proposto a chi ne fosse interessato, al fine di poter meglio far comprendere la difficoltà di una sintesi neo identitaria nella nostra epoca. Fattore già oggetto del precedente articolo.

Riteniamo, infatti, che occorra capire cosa si voglia intendere quando si parla di “antagonismo” al sistema imperante, e di “proposta alternativa”.

Nella nostra visione del mondo, e nella nostra impostazione ideologica, NON esisterà MAI una scissione tra l’essere avversi all’attuale modello politico, ed una radicale avversione a tutto l’impianto economico/sociale che fa da architrave alla globalizzazione; il neo liberismo.

Già in precedenti lavori, abbiamo denunciato l’impossibilità di procrastinare ulteriormente un attacco frontale alle modalità con cui vengono sistematicamente disintegrate le fondamenta identitarie dei popoli, in particolare di quelli europei e, più in generale, di tutti i popoli bianchi.

Siamo consapevoli che, nell’anno in cui volgono al tramonto le velleità del sovranismo borghese, ogni speranza di un contrasto al travaso comunicante dalla “società aperta” alla “società liquida”, sembra ormai vanificata. Tuttavia, riteniamo che proprio in questo difficile frangente storico e politico, sia vitale il saper ritrovare la via che sembrava smarrita, archiviando la parentesi sovranista, e ricercare una sintesi che faccia rima non con “conservazione” bensì con “rivoluzione”.

Ecco quindi il nostro voler (ri)proporre delle intuizioni di qualche tempo fa, che alla luce del caos politico attuale, possano servire da prima indicazione per coloro che, animati da spirito ardito, ed autentico identitarismo, vogliano realmente trovare una sintesi organica, tanto difensiva quanto d’attacco, nell’attuale crisi della nostra civiltà.

Nel futuro prossimo, cercheremo anche di offrire un quadro ancora più approfondito di ciò che per noi è pars construens.

Ottobre 2012

La necessità di uno Stato forte

“Dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri” .

Ezra Pound

Nel precedente numero della rivista di Thule-Italia (Luglio/Agosto 2012) abbiamo analizzato in un focus la situazione europea, ponendo in risalto il ruolo dell’Unione Europea nel più ampio quadro politico continentale, spingendoci oltre proponendo anche alcune nostre idee eterodosse, circa l’impostazione che dovrebbe avere per colmare il divario di competitività strategica che ha nei riguardi degli altri attori internazionali.

Con il presente intendiamo fare un simbolico “passo in dietro”, e far comprendere perché non riteniamo inconciliabile la visione di Stato che noi nutriamo, con quella di Europa che precedentemente tratteggiammo.

In molti, infatti, si sono stupiti dopo quei due articoli, pensando ad una nostra presunta posizione “europeista”, che a loro dire contrastava con il carattere nazionalista ed identitario del Movimento di Transizione. Cosa che per noi non sarebbe in antitesi, a patto però che sussistessero dei fondamentali politici ed ideologici differenti rispetto a quelli impernati; sia nella concezione di Stato/nazione, che in quella di Unione Europea.

Il tipo di Stato/nazione che ha preso piede in Occidente ha un carattere sostanzialmente diverso, rispetto a ciò che in origine era il concetto di Stato. L’imporsi del liberalismo, della democrazia rappresentativa, il prevalere d’istanze economicistiche, rispetto a quelle della comunità, hanno reso lo Stato un attore di natura contrattuale, del tutto simile all’azienda privata. Tale fenomeno di mutazione ontologica ha snaturato il carattere organico che lo Stato dovrebbe mantenere in qualità di regolatore supremo della vita del popolo, il suo ruolo di garante del bene comune e di interessi superiori si è così costantemente affievolito, per lasciare spazio ad un tecnicismo burocratico finalizzato alla gestione dell’ordinaria amministrazione, o al semplice mantenimento dello status quo, anche qualora esso si rivelasse non più indipendente nelle sue scelte organizzative, ma influenzato da forze confliggenti con l’interesse del bene comune. Per non parlare poi dell’impronta identitaria che lo Stato dovrebbe mantenere nell’ambito del popolo che è chiamato a guidare, caratteristica che sembra essere diventata il maggior nemico di chi vorrebbe ridimensionarne radicalmente le funzioni e il ruolo. Per una certa scuola di pensiero lo Stato dovrebbe contraddistinguersi attraverso poche funzioni di controllo formale, lasciando ampio spazio all’iniziativa privata; l’unica che, invece, non dovrebbe conoscere limiti sostanziali.

Ovviamente il grado di degradazione del concetto di Stato varia a seconda della nazione, e della classe dirigente al potere; se gli Stati Uniti rappresentano l’apice di tale degradazione, in Europa troviamo maggiori sfumature, e qualche residuale positiva resistenza. Tuttavia, l’interdipendenza tra le due sponde dell’Atlantico, e l’imporsi del modello politico/statuale anglosassone, hanno favorito una certa omogeneizzazione in tutto lo spettro occidentale. Cosa facilmente riscontrabile soprattutto a ridosso della grande crisi finanziaria del 2007/2008, in cui le risposte della classe politica europea per arginarne gli effetti negativi, puntualmente giunti, sovente traevano spunto da ciò che avveniva oltreoceano, dove la crisi era nata ed esplosa.

Ancora oggi la condizione di stallo in cui versano numerosi Stati del Vecchio Continente, e le implicazioni strutturali sull’impianto comunitario che questa situazione comporta, vedono elaborate proposte di risoluzione che ricalcano i dettami del liberismo atlantico. In cui si rivendica, quale taumaturgica via per uscire dal tunnel, l’ulteriore ridimensionamento delle prerogative proprie degli Stati, e una corposa rinuncia alla residuale indipendenza dei popoli, rispetto alla dipendenza nei confronti di organismi economici privati, spesso sovranazionali.

Negli ultimi anni si sta facendo poi largo l’idea che, in alcune circostanze “provvisorie” ed “emergenziali”, la sacralità della democrazia rappresentativa possa essere aggirata in ragione di una condizione di conclamata impotenza delle classi dirigenti politiche nazionali nell’affrontare criticità di breve e medio termine, in quanto incapaci di comprendere la complessità ormai raggiunta dai mercati, e il loro essere strategicamente più veloci nell’affrontare i rapporti causa/effetto dell’economia globale del XXI secolo, rispetto alle Istituzioni dei singoli Stati, oberate da una notevole lentezza di procedure, e dalla necessità di dover “rispondere” agli elettori.

L’Italia, nel corso di un ventennio (1992/2012), ha rappresentato un vero e proprio laboratorio di governi tecnici, capaci di sopperire alle mancanze e lacune della classe dirigente in fasi cruciali della storia occidentale, che traevano la loro linea di condotta non dalla necessità di preservare il bene comune, quanto dalle pressioni esercitate dai gruppi di potere esteri.

La cultura dell’interventismo economico di Stato, tipica delle tradizione europea, nell’Italia aveva un’espressione molto radicata, seppur bisognosa di una più ferrea disciplina etica. Scardinare questo esempio di solidità dello Stato, inoculando il contrattualismo quale forma mentis positiva nella classe politica nazionale, ha favorito l’apertura di un precedente di non poco rilievo che ha fatto scuola sia a livello italiano, sviluppando l’attuale condizione di debolezza delle Istituzioni repubblicane nell’affrontare la speculazione dei mercati sul nostro debito pubblico, e l’attacco contro i cardini della previdenza sociale, e delle tutele per i lavoratori, quanto in altri frangenti europei. Il recente commissariamento della Grecia, altro atto di forza contro i precetti politici della res pubblica, ha ampliato il raggio d’azione degli organismi sovranazionali esistenti, come il Fondo Monetario Internazionale, sulle prerogative (che furono) tipiche degli Stati.

Altro indicatore dell’attacco alla centralità dello Stato, quale garante d’indipendenza dei popoli dall’invasività dei mercati, può anche essere rappresentato dal processo di frammentazione politico/organizzativa perseguito in alcune grandi compagini nazionali dell’Europa meridionale; come l’Italia (di nuovo) e la Spagna.

Il decentramento amministrativo nei due casi, raggiunto con modalità e risultati differenti, ha portato alla creazione di sovrastrutture politiche territoriali, sovente dei veri e propri doppioni dello Stato, che hanno implementato la spesa pubblica nazionale e frammentato la linea di comando e controllo che dovrebbe partire dal potere centrale, ed essere seguita dall’autorità locale.

Aver lasciato spazio ad istanze di decentramento politico effettivo, come in Spagna, o parziale, come in Italia, ha portato nel caso iberico al mancato controllo sugli indebitamenti delle regioni autonome e al formarsi di bolle speculative immobiliari e bancarie, mentre in Italia ha moltiplicato mangiatoie pubbliche a carico dello Stato, in grado di soddisfare pratiche clientelari tra le più disparate, ed aggravando in oltre la qualità dei servizi offerti, già in molti casi non all’altezza di una nazione occidentale.

Ci teniamo a precisare, per questo ultimo punto, che noi non siamo contrari né alle autonomie locali, e nemmeno ad alcuni esempi europei di organizzazione federale dello Stato, come quello tedesco o svizzero. Tuttavia, non possiamo che constatare come l’indebolimento delle prerogative superiori dello Stato in alcune nazioni abbia di fatto favorito l’attacco all’indipendenza dei popoli, e il loro essere posti alla mercé del mercato, e delle sue istanze di sfruttamento speculativo.

Questo voler porre in chiaro tale nostra visione politica, negli intenti che ci siamo posti, serve a far comprendere meglio quanto poco ci interessi il falso “mito” del federalismo, quale panacea di tutti i mali dello Stato/nazione, o altre annose questioni di lana caprina ad esso connesse, che distolgono lo sguardo dall’importanza del fine, il bene comune, rispetto al mezzo, cioè l’articolazione amministrativa dello Stato. Aggiungiamo poi che, in qualsiasi caso, il fattore che determina il buon funzionamento delle istituzioni, centrali o locali che siano, è rappresentato dalla qualità della classe dirigente, dal suo essere all’altezza dei ruoli ricoperti e dei compiti assegnati. I fatti contemporanei ci dimostrano per l’appunto che un mezzo, per quanto affascinante, risulta inutile o addirittura dannoso, se utilizzato da figure incapaci o animate da interessi lesivi del bene comune.

Il fattore umano e la qualità della classe dirigente politica, restano le fondamenta di qualsiasi Stato che possa ambire nell’epoca attuale a resistere al processo di svilimento dei popoli, perpetrato nell’ambito della globalizzazione.

L’Europa in particolare è da decenni posta nella condizione di cedere porzioni sempre più rilevanti della propria identità storica e culturale, a detrimento della propria indipendenza. Non sottovalutiamo tuttavia gli aspetti positivi (che ci sono) nel processo d’integrazione continentale, che deve essere visto in un’ottica nuova, con mezzi e procedure diverse dalle attuali. Solo però a patto che le prerogative degli Stati nazionali siano viste non come un desueto edificio da abbattere progressivamente, quanto una forza motrice dell’intero processo.

Non confligge per noi l’idea di un blocco europeo forte, compatto e organico, che trovi proprio nelle compagini nazionali linfa vitale per la sua esistenza.

Per questo valutiamo con estrema preoccupazione la crisi politica dei singoli Stati europei, aggravata dalla crisi economica e storica dell’Occidente. La dipendenza economica del Vecchio Continente tanto dalla finanza anglosassone, quanto dalle mostruose capacità produttive asiatiche, ha ulteriormente indebolito i principi/cardine su cui si fondavano le azioni e le iniziative degli Stati europei nei riguardi dei loro popoli di riferimento. Il tutto corroborato dall’accoglimento supino e pavido di dettami ideologici “universali” (mondialismo, terzomondismo, pacifismo ecc.), che hanno avvelenato la kultur delle singole nazioni d’Europa e intaccato la civiltà degli europei. La centralità dello Stato oggi in affanno, la sua difficoltà nel trovare sbocchi risolutori concreti all’attuale condizione di sofferenza in cui versa, e la probabile incapacità delle classi dirigenti politiche di reggere il declino dell’Occidente post moderno, sono tematiche collegate ed interdipendenti. Occorre trovare una soluzione che sia contestualizzabile con il presente storico, senza tuttavia ricorrere a pericolosi supporti esterni; così come avvenne per la Gran Bretagna con gli Stati Uniti durante le due grandi guerre del ‘900.

Con questo non intendiamo proporre né la costruzione di nuovi muri, né auspicare un tipo di isolamento sull’esempio nordcoreano. Solamente vorremmo evitare il rischio che progetti di interdipendenza macro continentale, o “miti” in parte mal digeriti circa una fantomatica Eurasia, pongano gli Stati d’Europa da una condizione di debolezza nei confronti del neo liberismo atlantico, a un vassallaggio vero e proprio verso i grandi Stati asiatici. Una prospettiva che, sicuramente, decreterebbe la fine totale della nostra residua indipendenza, e una pericolosa adesione a modelli che già in questi ultimi anni di criticità economica stanno dimostrando una fragilità intrinseca, mascherata dal gigantismo della loro precedente crescita economica.

L’indipendenza dello Stato, e la ricerca di una rinnovata forza dello Stato, sono questioni vitali, che non possono essere trascurate nell’attuale condizione in cui ci troviamo.

L’Italia, che per certi aspetti rappresenta una porzione del “ventre molle” d’Europa, rischia più di altre grandi compagini del vecchio Continente di essere alla mercé di forze disgregatrici, in quanto si trova sulla prima linea del fronte di crisi su cui è attualmente posta l’area euro. Per il nostro Stato occorre una soluzione profonda di quelle problematiche che ne stanno minando la solidità rimanete, così da poter evitare di imboccare la via dell’implosione, che certo non avvantaggerebbe nessun italiano, e che minerebbe le fondamenta stesse dell’intero continente, in quanto l’Italia rappresenta una grande realtà storica, seppur in profonda sofferenza.

Nel Giugno di quest’anno il giornalista finanziario Tony Barber, sul Financial Times, metteva lo smembramento dell’Italia nell’ambito delle varie ipotesi riguardanti la creazione di una zona europea economicamente forte (posta a ridosso dell’asse franco/tedesco), di cui il Settentrione d’Italia avrebbe fatto parte, e di una più debole, o mediterranea, includente il nostro Mezzogiorno, e che avrebbe dovuto seguire un processo di allineamento agli standard più competitivi richiesti per mantenere la moneta unica, prima di poter essere riammessa nella nuova area euro. Una soluzione che comunque non avrebbe poggiato su fondamenta solide.

In Italia l’articolo andò subito ad eccitare gli animi dei verdi padanisti, sulla cui credibilità poniamo diverse tonnellate di pietoso velo, e anche di qualche testata giornalistica teoricamente più autorevole (come “Il Sole24Ore”). Infatti, temiamo che non sia stato ben compreso che il giornalista anglosassone, certo non interessato alle beghe politiche italiane, poneva diverse teorie in una sintesi unica. L’articolo in questione, dal titolo “Europe: On to a smaller canvas”, dovrebbe essere letto in italiano o in inglese, così come abbiamo fatto noi, e non in padano, per una più attenta comprensione di quel che c’è scritto; in quanto trattasi non dell’affermazione di una certezza assoluta, quanto il frutto di un’analisi economica di ampio respiro, sulle ripercussioni globali che si andrebbero ad innescare se il percorso d’integrazione continentale dovesse o naufragare o ridimensionarsi.

La domanda che ci poniamo è: perché, anche nel novero delle mere ipotesi, si contempla solamente la possibilità di una fine dell’unità italiana, e non di altri soggetti?

La risposta la troviamo nella debolezza attuale che lo Stato italiano dimostra in ambito continentale e mondiale. Debolezza provocata e aggravata da una classe politica incapace sia di interpretare l’attuale corso storico, sia di imporre soluzioni convincenti per una rinnovata e corretta gestione della res pubblica. L’idea di uno Stato forte, così come noi la intendiamo, trova la sua legittimazione nella necessità di un interventismo positivo della politica per il bene comune, che la classe  dirigente deve saper elaborare per rafforzare l’unità nazionale, e garantire l’indipendenza dell’Italia dalle pressioni esterne, e dalle ripercussioni recate dalla crisi sistemica dell’Occidente. Non possiamo immaginare che l’Italia riesca ancora per molto ad evitare il trauma di ogni sua struttura, se chi è preposto all’integrità organica della nazione resta fedele agli antichi vizi del clientelismo e della partigianeria, tipici di un’epoca ormai tramontata; che se da un lato ha favorito lo sviluppo anomalo di una parte del territorio nazionale, dall’altra ha ingessato il Mezzogiorno, minandone l’evoluzione socio/economica.

Lo Stato non può e non deve essere debole, o essere ritenuto dai più un semplice simulacro, svuotato di ogni superiore sovranità e carente nella capacità d’indirizzo etico e valoriale per il popolo. Così come non è tollerabile che lo Stato sia un’idrovora di risorse economiche, com’è oggi quello italiano, incapace di garantire il buon funzionamento del servizio pubblico, e delle sue articolazioni su tutto il territorio nazionale.

Per questo motivo la politica deve radicalmente essere modificata nelle sue forme rappresentative, e la sua classe dirigente aumentare il livello di consapevolezza e di responsabilità del proprio dover essere d’esempio vero per il popolo.

La tecnocrazia pura, sperimentata dall’Italia in frangenti emergenziali, o quella edulcorata da fittizi progetti politici “dal basso”, che probabilmente farà la sua comparsa nella tornata elettorale prossima, sono fenomeni che esautorano di fatto la forza politica dello Stato, elevandosi a strumento gestionale più efficace, e corrispondente alle necessità contingenti. Nella tecnocrazia, in ogni sua manifestazione, troviamo il vero nemico della nazione, in quanto recante in sé i dettami ideologici che hanno livellato i principi identitari, non solamente in Italia, con l’ausilio della globalizzazione. Le spinte di forze tecnocratiche organizzate verso l’omologazione, tanto del singolo quanto dei popoli, ad un’unica figura/tipo di consumatore avanzato, trova in uno Stato debole il proprio cavallo di Troia, mentre in uno Stato forte avrà sempre un formidabile ostacolo contro cui combattere ad armi pari.

Il fallimento attuale della classe dirigente nazionale sta nel cercare di rincorrere o nel voler imitare tali fenomeni, addirittura negando se stessa e il proprio ruolo, pur di intercettare i favori della tecnocrazia e delle sue future manifestazioni politiche.

Per riprendere l’incipit di Ezra Pound, da noi utilizzato in quest’articolo, uno Stato nel pieno delle proprie prerogative, e degno del proprio nome, non può permettere che il popolo di cui è garante e custode sia posto nella condizione di dover patire l’assenza di prospettive per colpa di una crisi che, per quanto grave sia, rappresenta null’altro che il fallimento di un sistema che covava nel profondo della sua natura i prodromi del declino e della rovina. Uno Stato che afferma la propria inferiorità rispetto al mercato, o la sudditanza nei suoi riguardi, per noi non vale più nulla e deve ritrovare la via della forza e dell’autorevolezza che gli è propria. I sistemi e i modelli economici non sono delle divinità immortali, così come il concetto di Stato non è universale ma identitario, essi camminano su gambe umane, non sono eterni, ma possono essere modificati o radicalmente sostituiti. C’è dunque un’alternativa alle strutture che, negli ultimi settant’anni, hanno preso piede prima in Occidente, per poi essere applicate con sfumature diverse in altri contesti umani e geografici.

Per l’Italia e per l’Europa tale alternativa, secondo il nostro giudizio, può essere trovata solamente nel ritorno alla predominanza dei termini popolo e Stato rispetto alle strutture e ai cicli economici, che dovranno rientrare nei ranghi, tornare ad essere mezzo e non fine, e sottostare all’interesse del bene comune, e non dell’accumulo di ricchezza a fini speculativi e predatori.

Il ritorno alla forza dello Stato, e la rinnovata qualità della sua classe dirigente, sono per noi dei sinonimi e devono diventare la base propositiva per un ritorno della comunità nazionale, e delle sue necessità organizzative, al centro di ogni iniziativapolitica concreta.

Pur troppo, quel che temiamo, è che non ci sia il tempo materiale per un cambio ideologico e di generazione nella leadership europea entro la cornice di un contesto storico stabile o di tranquillità. Il Vecchio Continente arriverà completamente impreparato al peggio che sta per giungere, di cui fino ad oggi abbiamo visto solo la punta dell’iceberg.

Ma d’altronde uno Stato forte non può sorgere che in condizioni avverse.

Gabriele Gruppo

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