Il testamento del burattinaio (ultima parte)

Il testamento del burattinaio (ultima parte)

“Il nuovo paradigma è destinato a essere molto diverso da quello che ha fallito. Non può essere atemporale: deve riconoscere che alcuni cambiamenti non sono ricorrenti, mentre altri mostrano regolarità statistiche”.

(tratto dal testo “Democrazia!”, pag.202)

 Alla fine del testo di George Soros si trovano anche queste “perle di saggezza”, che soltanto in apparenza sono dedicate all’ambito strettamente economico/finanziario, bensì abbracciano, o dovrebbero abbracciare, tutti quelli che rappresentano i campi di manovra della teorizzazione filosofica dell’autore.

I cambiamenti “non ricorrenti” dovrebbero essere plasmati ad immagine e somiglianza, o ad uso e consumo, dell’open society, attraverso un protagonismo militante delle scienze sociali, a loro volta plasmate ai dettami del mondialismo. Mentre quei fenomeni che ricadono in un ambito che potremmo definire “ciclico”, dovranno essere manipolati a tal punto dall’essere semplici precursori dei primi.

Esempio pratico:

L’avvento della così detta green economy sarà classificabile nei fenomeni globali “non ricorrenti”, quindi fautori di un cambio di paradigma radicale. La crisi 2007/2008, pur nella sua enorme gravità e nell’intrinseco rischio sistemico, non è stata altro che un fenomeno “ciclico”, prontamente addomesticato alle finalità di un cambio di paradigma della globalizzazione.

Potremmo estendere quest’analisi anche ad altri mutamenti sociali e culturali, che in meno di un ventennio hanno avuto il medesimo iter di sviluppo progressivo. E la pericolosità dell’eredità di cui è intriso il pensiero di Soros sta tutto in questo tipo di tortuoso percorso a tappe; che ha dimostrato di sapersi adattare alle condizioni storiche contingenti, senza premature fughe in avanti, ma senza mai cedere il passo del suo sviluppo.

Pur non aderendo all’impostazione ideologica e valoriale di Zygmunt Bauman che, è sintomatico, fu un sociologo, possiamo intravvedere nella sua analisi sull’avvento della “società liquida” come un esempio di critica, seppur orientata ad un medesimo universalismo anti-identitario, all’impianto filosofico perorato da Soros e dai suoi degni eredi, morali ed intellettuali, oltre che del suo patrimonio finanziario corposo.

Eredi il cui compito sarà quello di perseverare nella camaleontica filosofia del loro “maestro” che, ormai non più in grado di avere una prospettiva temporale di medio/lungo termine, gli ha saggiamente approntato, già da molti anni, gli strumenti idonei per proseguire il cammino verso un pianeta dominato dalla continua mutevolezza etico/valoriale, dal prevalere delle forze economiche apolidi, che domineranno tale mutevolezza attraverso la manipolazione di ogni fenomeno; da quello più marginale, come le così dette “mode”, a fenomeni più complessi e profondi. Sarà un mondo d’identità posticce, di forme di transumanesimo mercificante e consumistico che, dietro al sogno del miglioramento di TUTTO il genere umano, senza ovviamente distinzioni alcune, celerà il fine di creare una società globalizzata e disumanizzata di soggetti “neutri”, standardizzati, le cui uniche diversificazioni saranno rappresentate dalla capacità di accedere materialmente ad un diverso livello nella nuova Open Society.

Lottare contro tutto questo sembra impresa titanica, e sotto molti aspetti fallimentare in partenza. Tuttavia, è bene rammentare, e noi lo abbiamo sempre fatto, che Soros, i suoi epigoni, o chi in altre vesti tira le fila del mondialismo, non ha attributi divini, né tanto meno è passabile d’infallibilità o di prescienza. Ogni fenomenologia nella storia ha camminato e cammina su gambe umane. Quello che occorre è capire, da un punto di vista identitario, come saper spezzare certe gambe; partendo da fondamentali ideologici e culturali solidi come un martello d’acciaio.

Gabriele Gruppo

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