Il testamento del burattinaio (prima parte)

Il testamento del burattinaio (prima parte)

Ci sono uomini che non mancano mai ad un appuntamento con la storia.

Ci sono uomini che arrivano sempre “al momento giusto”.

Ci sono uomini per cui varrà sempre la regola che “il caso non esiste”.

Ci siamo letti, edito in italiano da Einaudi, il testo di George Soros “Democrazia!”, il cui sottotitolo, che vale più di mille digressioni, è nientemeno che: “Elogio della società aperta”.

Un testo che non è giunto “per caso”, e la cui tempistica è tutto fuorché sospetta. Così come i suoi contenuti, scevri da qualsiasi chiaroscuro.

Chi volesse intraprendere la lettura di “Democrazia!”, un connubio tra l’autobiografia spicciola, ed il testamento ideologico, sappia che sarà come effettuare una colonscopia ad un lombrico, convinto che ogni sua deiezione profumi.

George Soros, per 3/4 di questo libello, si autoincensa senza pudore; dalla sua giovinezza ungherese, alla maturità da speculatore apolide e di creatore all’unisono di una solida rete d’iniziative, volte ad interessi e progetti non certo economici, bensì politici, sociali, e culturali.  Interessi e finalità, la cui stella polare altro non è che la creazione in modo totale e rigoroso di quell’open society, già teorizzata da Karl Popper, altro apolide, nonché mentore filosofico dello stesso Soros, attraverso tutti quegli strumenti e condizioni, che la globalizzazione ha offerto, e che trae parte del suo successo iniziale con la fine del bipolarismo USA/URSS, tutto a vantaggio del modello politico liberale ed economico di mercato.

Il magnate della finanza, oltre ad essere un filosofo mancato, è anche un severo critico della filantropia, che per questo “illuminato” ha dei limiti oggettivi, e non ha una visione organica negli obiettivi.

Obiettivi che, invece, per Soros sono ben definiti, e finalità chiare, al netto di qualsiasi complottismo, anche se, per arrivarci, l’autore attende proprio gli ultimi capitoli della sua fatica intellettuale.

George Soros ha ormai novant’anni, classe 1930, ed è consapevole che la sua parabola terrena sta per concludersi. Per questo motivo le linee guida che traccia nei suoi interventi potranno essere definite, senza problemi, un vero e proprio lascito per il futuro prossimo, a disposizione di chi, nel solco degli ideali della società aperta, vorrà continuare la vittoriosa, ed apparentemente ineluttabile, marcia verso un mondo privo d’identità razziali, etniche, culturali, religiose, ecc.

Un mondo dove a dominare sarà una nuova forma di universalismo, non più ascrivibile ad una “rivelazione” messianica, ma ad una sorta di escatologia del divenire, dove i principi saranno oggetto di un perenne mutamento, in base alle necessità di sviluppare, mantenere e difendere la società aperta; vero e proprio paradigma onnicomprensivo, ed indiscutibilmente votato al “bene” e al “progresso” dell’uomo, e cui l’uomo dovrà soggiacere in modo assertivo in teoria, ma passivo nella realtà. Pena per coloro che non si adegueranno? Nientemeno che l’esclusione dalla società aperta stessa, attraverso pratiche vessatorie, in perfetta linea di continuità con il paradosso popperiano sul concetto di “tolleranza”, enunciato nel suo testo: “La società aperta e i suoi nemici”. Testo che per George Soros rappresenta una sorta di pietra angolare della sua teoria e della sua azione.

“(…) per difendere le società aperte non basta affidarsi allo Stato di diritto; ci si deve anche battere per ciò in cui si crede”.

(tratto dal testo “Democrazia!”, pag.145)

Ecco il primo passaggio davvero chiaro, dove Soros non usa giri di parole ma si manifesta in tutto il suo slancio; la rete di fondazioni da lui istituita, attraverso il suo patrimonio miliardario, si dovrà sempre arrogare il diritto di intervenire nell’ambito di Stati sovrani, a dispetto delle loro competenze, nelle modalità più performanti, ed in relazione al contesto o alla condizione specifiche. Gli apostoli di queste fondazioni dovranno essere sempre ammantati da una vera e propria aura di intoccabilità ed infallibilità, cui ogni Istituzione nazionale dovrà misurarsi in una sorta di sindrome devozionale e d’inferiorità. Inutile dire che l’accusa rivolta a George Soros ed ai suoi accoliti, da più parti e da settori politicamente non allineati ai dettami delle Open Society Foundations, di essere de facto dietro a tutti i fenomeni di destabilizzazione politica globale degli ultimi vent’anni dovrebbe essere più che un mero sospetto, e sarebbe da argomentare non con la lente deformante dell’isterismo complottista, bensì attraverso una risposta “colpo su colpo”, in primis di natura ideologica.

Attualmente, purtroppo, è proprio una risposta ideologica adeguata a mancare.

(segue)

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