Globalizzazione: i tasselli di una crisi (sesta parte)

Globalizzazione: i tasselli di una crisi (sesta parte)

L’occidentale da “rieducare” alla globalizzazione

Prendete la nostra civilizzazione, ormai giunta al suo zenit; benessere consumistico diffuso, tecnologia (materiale e virtuale) assurta a vera e propria “protesi esistenziale”, capillarmente inserita in ogni frangente del vivere quotidiano, perdita di qualsiasi tipo di radicamento organico, comunitario, dei popoli, in ragione di un funzionalismo più “pratico”, individualista ed edonista.

Unitevi la progressiva introduzione, ad opera del sistema/modello imperante, di prospettive di sviluppo sempre più velleitarie, purtuttavia, sempre più indiscutibili ed ineluttabili.

Vi troverete di fronte all’essenza della matura civilizzazione occidentale, quindi, a quella fetta di popolazione umana, che comunque va oltre i confini geografici dell’Occidente stesso, pronta per essere inquadrata in una nuova realtà:

La “rieducazione alla globalizzazione”.

Il processo parte, come si suol dire, da lontano. La nostra società occidentale è da decenni immersa come una rana in una pentola che s’è fatta via via sempre più calda. Una condizione subdola, che se da una parte ha fornito i presupposti per il benessere diffuso negli anni d’oro tra i due secoli, dall’altro sta mostrando il suo risvolto pericoloso. Il sistema ha compreso da tempo che il graduale aumento della temperatura, che sta facendo venir meno gli aspetti positivi di questo “bagno”, non trova contrasti diffusi in chi c’è immerso, in quanto la società mostra palesemente riflessi intorpiditi, e sovente teme addirittura che il cambiamento possa significare la perdita di quelle prerogative che hanno reso unica nel suo genere (in senso negativo ovviamente) la civiltà del consumismo. I popoli occidentali sentono ormai il pericolo imminente, ma sperano ancora che esso possa non presentarsi a chiedere il conto.

Il paradosso di questa metafora sta proprio nell’avere sotto in nostri occhi, tutti gli elementi di rischio ben visibili e ben percepibili ma, nel medesimo tempo, dove il sistema al potere ha saputo abilmente annichilire la rabbia che normalmente sarebbe sfociata in una reazione, con la paura dell’ignoto che attanaglia ormai inesorabilmente la nostra società borghese.

Nel nuovo paradigma, la funzione dei gruppi umani occidentalizzati, ad elevata integrazione con il consumismo più sviluppato, sarà quella di rappresentare una nicchia (seppur composta da centinaia di milioni di persone) che se da un verso godrà dei benefici di una posizione elevata nella piramide socio/globale, quale contropartita sarà estremamente controllata ed irreggimentata. Docile ed acquiescente, “rana bollita”, verrà perennemente sottoposta ad una rieducazione culturale, di consumi, di abitudini, in quanto, la sua elevata posizione coinciderà con l’assoluta liquidità teorica baumaniana, applicata in modo radicale.

L’uomo occidentale, quindi, sarà oggetto di processi di rieducazione, in quanto il costante mutamento dei suoi consumi di media/alta gamma, servirà da propellente per la ricerca di sempre nuovi beni, nell’ottica consumistica quale moto perenne, cui sarà sempre declinata anche una ridda di surrogati, non che l’architrave della finanziarizzazione economica senza più vincoli e confini, o di una marcata specializzazione delle mansioni tecnologicamente più “elevate”, nel quadro dell’organigramma sociale globalizzato.

Non facciamoci illusioni; ciò che stiamo descrivendo è già in parte realtà!

Prendiamo la progressiva terziarizzazione tecnologica della società, in cui vivono milioni di occidentali, lo sviluppo dell’industria 4.0 (da noi descritta molte volte in questi anni), ed il conseguente mutamento del così detto “mercato del lavoro”, sempre più discriminante nelle sue manifestazioni dicotomiche post crisi 2007/2008. L’impatto culturale, non soltanto materiale, di tali processi, sta già travolgendo i resti superstiti della vecchia concezione classista borghese, uno smantellamento partito dall’ultima “rivoluzione” tecnologica di fine XX secolo.

Ad oggi, l’avvento della green economy, con tutto il suo bagaglio di prospettive teoriche e di modalità pratiche, sarà il mantra per l’Occidente dell’imminente fase di ristrutturazione sociale in fieri. Dopo che per almeno due decenni sono stati percorsi, in ascesa, i gradini verso una globalizzazione totalizzante e totalitaria.

La green economy non è altro che una patina di colore, che celerà nuove forme di sfruttamento, seppur abbellite da una visione ecologica, o di quello che viene definito “sviluppo sostenibile”.

Verrà implementata una sorta di fede naturistica, ben allineata ai dettami culturali del consumismo, di venerazione per la “terra”, intesa quale agiografica rappresentazione di un cosmos da osservare dall’esterno, e preservare, nelle sue forme più differenziate, in modo direttamente proporzionale allo sradicamento da quella stessa natura differenziata, proprio degli uomini coinvolti da questo nuovo credo, laico e progressista.

Siamo convinti come non mai della nostra tesi, frutto di osservazione, studio ed analisi: non ci sarà la “fine” dell’Occidente, seppur demograficamente la componente europea o euro/americana, sarà sempre più esigua, bensì “l’occidentale” sarà un costrutto sociale globalizzato, ipertecnologico, asettico da un punto di vista culturale. Con il passare del tempo potrebbe anche non essere più necessario alcun appellativo, in quanto l’umanità liquida, in perenne processo rieducativo, non avrà più bisogni di nessun orpello identitario o identificante.

(segue)

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