Globalizzazione: i tasselli di una crisi (quinta parte)

Globalizzazione: i tasselli di una crisi (quinta parte)

“Economie emergenti”; un concetto obsoleto?

Durante l’ultimo ventennio, seppur declinato in diverse modalità, abbiamo avuto modo di familiarizzare con il concetto di “economia emergente”, fattore che più di ogni altro contraddistinse le prime fasi della globalizzazione, e che ebbe un deciso ampliamento proprio durante il paradigma multipolare che ci stiamo lasciando alle spalle.

Non essendo questo il luogo deputato ad analizzarne la cronologia e lo sviluppo, terremo soltanto a puntualizzare che il concetto di “economia emergente” fu prima diretto unicamente alla Cina, quale sinonimo di sviluppo impetuoso e (pseudo) ineluttabile, per poi esser rivolto a tutte quelle realtà economiche, eterogenee ma funzionali al sistema, la cui crescita in punti di PIL risultava più performante, rispetto a quelle realtà consolidate ma declinanti sotto certi aspetti, e storicamente più “mature”; Europa occidentale e Stati Uniti.

Fu coniato financo un acronimo, “BRICS”, anche da noi spesso utilizzato in passato, che stava ad indicare i principali soggetti Stato/nazionali coinvolti in questa fase di esuberanza economica. Con il termine “BRICS”, si raggruppava in modo foneticamente accattivante ma privo di una reale logica strutturata, la prima lettera nominale di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

Nell’ottica multipolare, esclusa la Cina che fu già protagonista della prima fase della globalizzazione, queste nazioni avrebbero dovuto rappresentare la “novità” del post crisi 2007/2008, il contraltare di sviluppo, rispetto al modello occidentale, che avrebbe reso maggiormente diversificato il pianeta. Le nazioni coinvolte però avevano tratti divergenti maggiormente accentuati rispetto a quelli convergenti, ed un vero direttorio dei BRICS, di fatto, non decollerà mai, nonostante i tentativi ufficiali, di facciata, che vedevano il plauso di chi animava le elucubrazioni e gli entusiasmi infantili di certe fazioni politiche così dette “antagoniste”.

Infatti, se si escludono le dimensioni imponenti da un punto di vista geografico e demografico, Sud Africa escluso ovviamente, poco altro avrebbe potuto amalgamare queste nazioni, o strutturare una condotta univoca di esse su scala planetaria. Molto abbiamo scritto in passato sui BRICS, non lesinando obiezioni tra ciò che si auspicava, anche in ambito geopolitico, e ciò che era secondo noi la realtà dei fondamentali. Da un punto di vista strettamente economico e sistemico in particolare, le divergenze sono sempre state macroscopiche. Mentre Cina e Russia, seppur nell’alveo del modello mondialista, mantengono da sempre un dirigismo autoritario, ed un certo livello di controllo statale sui settori strategici di politica ed economia, India e Sud Africa, in quanto ex colonie britanniche, hanno mantenuto standard ideologici e legislativi tipicamente aderenti all’imprinting del liberalismo classico della City. Il Brasile, invece, non è stato altro che un grande gioco di prestigio del populismo indigenista, realizzato grazie ad una congiuntura economica internazionale favorevole, quella dell’alto prezzo delle materie prime, che appena venuta meno ha mostrato tutta la sua fragilità strutturale, trascinando il Brasile, esportatore netto di commodities, in una fase di criticità politica e sociale, sfociata nel 2018 con l’elezione a Presidente della Repubblica di Jair Bolsonaro; uomo di provata fede atlantista e liberista, che ha riportato il gigante carioca nel classico ruolo di gregario degli Stati Uniti nel Cono Sud.

Il ruolo, o meglio, alcuni aspetti salienti delle economie emergenti, sembrano ormai decisamente superati, e nell’ambito del mutamento di paradigma della globalizzazione sarà interessante vedere se e come questi soggetti potranno avere nuove peculiarità, funzionali ovviamente al sistema mondialista.

In sintesi, possiamo essere certi che Cina e Russia manterranno aspetti di contraltare al blocco euro/atlantico, in un gioco delle parti storicamente consolidato, in grado di evitare principalmente il risorgere dell’Europa dall’ignavia senile che la sta uccidendo, ed a latere di mantenere lo status quo vigente tra Cina e Stati Uniti, con Mosca nelle vesti di terzo incomodo. Per quanto concerne Brasile, India e Sud Africa, il loro destino rimarrà quello o di “giganti dai piedi d’argilla” (India e Brasile), o di eterni incompiuti (Sud Africa), di volta in volta soggetti a crescita o a declino, in ragione di esigenze “superiori”, funzionali al consolidamento del nuovo paradigma.

Una domanda da porsi, da un punto di vista tanto concettuale quanto realistico, è se abbia o meno ancora senso parlare di “economie emergenti”.

In base alle nostre tesi, ciò che riteniamo più concreto, è che dal concetto di “nazione emergente”, si passerà a quello di “blocchi sociali emergenti”. In tale nuovo concetto si può ravvisare il superamento di tutti i limiti che il liberismo vede nelle architetture Stato/nazionali, e la proiezione dei postulati di sviluppo (produzione) e di benessere (consumi), verso gruppi umani o da addomesticare alla globalizzazione, o da rieducare alla globalizzazione, senza nessun tipo di vincolo o resistenza.

Nel primo insieme troviamo, e troveremo sempre più, ampi settori della società africana post moderna, che nell’ultimo ventennio è stata progressivamente urbanizzata ed occidentalizzata (utilizziamo questo termine per comodità, seppur ne ravvisiamo i limiti), ed in cui vediamo tutti i prodromi del “blocco emergente”, atto ad essere addomesticato alla globalizzazione, nella sua modalità più grezza e massificante; consumismo di basso livello implementato nell’offerta, e diffuso capillarmente, per giunta accolto quale superamento della condizione d’inferiorità storica dell’Africa. Mentre le migrazioni dal Continente Nero di questi nuovi “consumatori”, serviranno a consolidare i dettami culturali di neutralizzazione delle identità specifiche, tanto proprie quanto di altri popoli, attraverso un contributo biologico significativo al meticciato, grazie ad alti tassi di natalità, e d’imago archetipico di vitalismo e dinamicità, rispetto a gruppi umani più vulnerabili o svirilizzati.

Proprio questi ultimi poi, saranno oggetto di una vera e propria “rieducazione” alla globalizzazione, ed avranno un capitolo a sé stante del nostro lavoro.

Il “blocco sociale emergente”, da addomesticare, sarà quindi omologato nella sua sostanza più profonda, ma diversificato in base a formali criteri di collocazione geografica, o di funzionalità al tipo di economia in cui si trova. Ciò che farà la differenza, invece, sarà il grado di controllo che il sistema integrerà al processo di addomesticazione, attraverso le Istituzioni Stato/nazionali compiacenti, che avranno perciò l’unico compito di sorvegliare l’adesione ai dettami organici del Terzo Paradigma, essendo state svuotate ormai di ogni altra prerogativa.

(segue)

Share

Lascia un commento