Globalizzazione: i tasselli di una crisi (quarta parte)

Globalizzazione: i tasselli di una crisi (quarta parte)

Il ruolo degli Stati Uniti

“I presidenti passano, purtroppo gli Stati Uniti restano”.

Così potremmo sintetizzare ciò che pensiamo delle diverse sfumature di facciata, che caratterizzano la politica made in USA, nonché il rammarico per la sopravvivenza di questo cancro della storia.

Infatti, non abbiamo mai dato molto peso alla colorazione (politica) dell’inquilino della Casa Bianca, ritenuto a torto secondo noi, l’uomo più potente del pianeta, da un filone narrativo/propagandistico pesantemente volto ad una visione agiografica della democrazia liberale a stelle e strisce. Visione che disprezziamo, non tanto per un preconcetto ideologico, che comunque potrebbe esserci anche concesso, quanto per la fondata consapevolezza di come il sistema/modello della superpotenza atlantica, sia sempre stato coerente nella sua direzione, e nel ruolo, di strumento delle élite mondialiste, ruolo che riveste già dagli esordi del secolo scorso, con i famosi “14 punti” del Presidente Wilson.

Sull’attuale Presidente Donald Trump resta il giudizio d’insediamento (VEDI). Per quella che sarà la tornata elettorale del prossimo Autunno, cui non diamo comunque né importanza significativa, né chiavi di lettura diverse da quelle già espresse in altre occasioni, peseranno sicuramente gli avvenimenti dei prossimi mesi, più che un bilancio della piattaforma politica che ha contraddistinto gli Stati Uniti negli ultimi quattro anni.

La sedicente “pandemia”, che ha colpito anche oltre Atlantico, al netto della propaganda liberista, sta mettendo a nudo un modello di assistenza sanitaria classista, dipendente dal settore assicurativo privato, e pesantemente rivolto al concetto di profitto. In un quadro di grave pressapochismo, tratto comunque tipico di questa Presidenza, dovuto all’errata idea di partenza che l’epidemia poteva essere contenuta, dalle normali politiche restrittive degli USA in ambito di migrazioni verso la Statua della Libertà, e geopoliticamente “cavalcata”, per assestare un duro colpo alla tracotanza cinese nell’ambito del commercio globale.

L’epidemia negli Stati Uniti, avrà un impatto economico interno che andrà forse a ledere le opportunità di rielezione per Donald Trump, ma che non aggiungerà nulla a quello che era il profilarsi al termine del 2019, della nuova criticità sistemica in fieri, su cui l’attuale Presidenza è stata miope, in modo forse inconsapevole, ma non meno grave. Nel bilancio di questi anni di America First, caratterizzati dagli stimoli fiscali, dalla deregolamentazione dei contratti di lavoro, dagli incentivi al settore energetico, e dall’implementazione delle spese militari, non si è concretizzato un vero “miracolo economico” strutturale, quanto una congiuntura positiva transitoria che, anche in questo frangente, doveva portare gli Stati Uniti verso il nuovo paradigma della globalizzazione, attraverso una crisi globale.

Il ruolo strategico della super potenza atlantica, non più imperiale o unilaterale, quanto più simile ad un ingombrante ed indispensabile secondino delle élite mondialiste, resterà invariato; interventismo sottile nelle aree storicamente d’interesse (Medio Oriente, ed America Latina), contenimento nell’area del Pacifico della Cina, guerra di retorica con la Russia, vassallaggio militare dell’Europa, prudenza in Africa. Con ogni probabilità, sarà sintetizzata una formula di proiezione geopolitica di Washington a metà strada tra quello che fu il soft power dei due mandati Obama, e la linea eterodossa tenuta da Trump. Chiunque uscirà vincitore dalle presidenziali del 2020 non potrà che seguire tale mediazione. Questo perché anche, e diremmo soprattutto, l’economia interna degli Stati Uniti sarà ricalibrata alle mutate esigenze della globalizzazione, che saranno oggetto dei prossimi capitoli.

(segue)

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