Globalizzazione: i tasselli di una crisi (seconda parte)

Globalizzazione: i tasselli di una crisi (seconda parte)

Un problema di sostenibilità

Di fatto il II Paradigma, la globalizzazione multipolare, ha mostrato nel breve volgere di meno di un decennio (2011/2019), tutta la sua scarsa attitudine a poter durare nel lungo termine. Troppi i fattori discordanti, troppe le forze e le criticità sorte quale diretta conseguenza della corsa di ogni attore, tanto geopolitico, quanto macroeconomico, nel volersi ritagliare il proprio spazio d’influenza, là dove fattori endogeni o esogeni hanno creato le condizioni adatte; tra vuoti di potere “creati ad arte” (Medio Oriente), fallimenti politici ed economici (America Latina), o promettenti spazi di crescita economica (Africa subsahariana). Occorre non dimenticare anche, i diversi scompensi finanziari, che hanno costellato questo frangente storico.

Riproponiamo integralmente un pezzo del Luglio 2015, così da poter chiarire le fondamenta della nostra analisi:

“Ricordate questa data: 8 Luglio 2015.

Ricordatela bene, in quanto essa potrà avere due valenze, chiare, inequivocabili, senza zone grigie.

Il giorno 8 Luglio 2015, ieri, è cominciata ad esplodere la bolla speculativa della piazza finanziaria di Shangai; ed è subito scattato il panico generalizzato, che ha coinvolto tutte le altre piazze asiatiche, portandosi dietro nel calo anche i prezzi di numerose materie prime, di cui la Cina è sovente il primo importatore mondiale, come nel caso del rame.

Noi ce lo aspettavamo da tempo, non lo neghiamo.

Poco più di un mese fa, sempre da queste pagine, componevamo l’ennesimo focus sulla Cina e sulle sue criticità economiche (VEDI). Non abbiamo sbagliato mira, infatti, il combinato disposto del mix letale asiatico; speculazione a tutti i livelli, opacità del sistema dei prestiti, il famigerato shadow banking, ed eccessiva spregiudicatezza politica nel sottovalutare questi fenomeni, hanno portato la Cina forse al punto di rottura.

Nella notte tra il 7 e l’8 Luglio, oltre 1000 titoli azionari scambiati sui mercati di Shenzhen e di Shanghai sono stati bloccati su decisione autoritaria giunta da Pechino che, in ultima istanza, ha cercato in vano di arginare la falla. Sortendo però quale unico risultato quello di paralizzare praticamente più del 54% di tutto l’azionario cinese ($2,6 trilioni o il 40% del valore). Governo e Banca Centrale si stanno muovendo in queste ore come il classico contadino che chiude la stalla dopo che i buoi sono già fuggiti, mentre miliardi di dollari sono già andati in fumo.

A nulla valgono né le rassicurazioni ufficiali, né quella sorta di sottile censura, volta a minimizzare, anche in Occidente, la portata dell’evento.

Se tutto andrà come nel 2007/2008 con lo scoppio della bolla sub prime statunitense, la detonazione a livello globale è garantita. Quel che sta avvenendo oggi con la Cina, in quella che doveva essere l’economia del “fantastico”, è tuttavia ben più grande e grave di ciò che abbiamo vissuto in questi anni.

Dovete pensare che proprio per il fatto che fu il Drago asiatico a reggere l’urto del contagio post 2007, grazie alla sua crescita economica e al suo essere divenuto il motore manifatturiero mondiale, oggi il collasso potenziale del suo sistema finanziario equivarrà ad una valanga senza precedenti, capace di abbattersi ovunque la Cina abbia portato i suoi interessi, quindi, Europa inclusa. Per non parlare poi dell’enorme esposizione debitoria che gli Stati Uniti hanno con Pechino… cifre che ammazzerebbero un toro economico di qualsiasi tipo.

Se eravate preoccupati per la “Grexit”, per l’euro e la sua difficile situazione, o se non siete mai andati oltre la questione “migranti”, bene, state pur certi che se tutto andrà come deve andare, cioè con il collasso della Cina, ed avremo tante sorprese da levarcene la voglia, saremo solamente all’inizio di quella svolta epocale cui noi aneliamo da molto tempo.

Preparatevi quindi, o siamo solamente all’inizio della fine, oppure questo sistema dimostrerà forse di avere ancora degli assi nella manica. Noi, da quel che possiamo intuire, pensiamo che sia stata chiusa con l’8 Luglio 2015 una partita, e che sia cominciata (finalmente) una fase storica nuova.

Il nostro appello lo ribadiamo dunque: Teniamoci pronti, tutto potrà succedere…”.

Abbiamo voluto riproporre questo pezzo, di quasi cinque anni fa, proprio perché imputiamo alle criticità economico/finanziarie createsi all’ombra della globalizzazione multipolare, i maggiori fattori di rischio che stanno conducendo ad una seconda crisi sistemica globale, in ragione dell’impossibilità, da parte del sistema stesso, di poter rendere sostenibile nel lungo periodo il proprio modello di sviluppo.

Per “sostenibilità”, noi intendiamo non soltanto il termine nel suo utilizzo comune; sostenibilità ecologica. Il cui concetto è direttamente legato a doppio filo con gli ambiti economici e di modello di sviluppo globale. Quanto in un insieme di caratteristiche interconnesse, comprendenti sicuramente l’aspetto entropico delle risorse naturali a disposizione del genere umano, ma anche nella sua accezione in ambito sociale, politico e culturale. Ciò nel quadro d’insieme di un’epoca in cui, per la prima volta nella storia, si mette a dura prova ogni forma ipotetica di equilibrio la cui durata sembra ormai essere al quanto effimera.

Ragionando in termini storici, prendendo quale punto di partenza la fine della parabola napoleonica con il Congresso di Vienna (1814/1815), possiamo individuare, in modo sintetico, forme di equilibrio mondiale sempre meno estese da un punto di vista temporale, e sempre meno efficaci negli effetti a lungo termine, in particolare con l’incedere del XXI secolo.

Il baricentro europeo tra il XIX secolo ed il XX secolo, da cui si diramarono purtroppo anche le direttrici fondamentali dell’economia di mercato in tutto il pianeta, vide l’ultimo grande frangente d’importanza della sua millenaria storia. Importanza che cessò definitivamente con le risultanze degli accordi di Yalta (Febbraio 1945), in cui il Vecchio Continente si trovò ad essere da soggetto della storia ad oggetto di due potenze allogene ad esso, vincitrici del secondo conflitto mondiale.

La sostenibilità dell’equilibrio sorto dal tramonto del baricentro europeo, il sistema bipolare in cui si trovò ripartito il pianeta nei suoi snodi fondamentali, ebbe una durata temporale di qualche decennio. Ed in esso, attraverso le conoscenze maturate, possiamo oggi intravvedere i prodromi del processo di globalizzazione, che proprio sul finire del “secolo breve” e del bipolarismo ebbe il suo primo slancio.

Dei due paradigmi della globalizzazione abbiamo già fatto cenno nel precedente capitolo. Quindi, non torneremo più sulla loro natura effimera, anche se saranno sempre indicati quali “convitati di pietra” delle nostre tesi.

Ovviamente ciò che abbiamo sintetizzato, non deve essere inteso come un’analisi esaustiva, quanto un doveroso punto di partenza. Il problema della sostenibilità si è presentato sotto diverse forme nel corso dei due secoli che abbiamo alle nostre spalle. Purtroppo il prevalere di forze economiche apolidi e culturalmente mondialiste, ha degenerato dapprima il primato europeo, per poi tracimare negli eccessi del processo liberista di sviluppo produzione/consumo,che sembra ormai l’unico metro di misura su cui si fondano le prospettive per l’avvenire dell’umanità.

L’ipertrofia dell’economia mercantile; che non prevede revisioni critiche costruttive o ridimensionamenti, e l’utopia del mercatismo finanziario, quale corroborante autoreferenziale di tale sistema, sono alla base di tutte le distorsioni e criticità che, come detto in precedenza, stanno venendo al pettine. L’attuale condizione emergenziale in cui si trova quasi la metà del pianeta, un’emergenza “sanitaria” che presenta tutte le stigmate della pretestuosità casuale, del famigerato casus belli, non è altro che il primo atto di destabilizzazione del secondo paradigma. O meglio, il primo atto ufficiale, in quanto di prodromi e premesse di questa nuova crisi se ne possono riscontrare già nel recente passato, non ultimo, il conclamato prospetto dell’economia mondiale che, a fine 2019, già mostrava segnali negativi. Così come si può evincere dal contributo da noi fornito.

Senza il timore di esser tacciati di qualunquismo o di superficialità, possiamo ritenere che, il II Paradigma, non sia stato altro che un “navigare a vista”, da parte di ogni attore della politica o dell’economia mondiale. E ciò dovrebbe far sorgere più di qualche semplice domanda o di qualche banale critica all’acqua di rose. L’insostenibilità di questo ennesimo modello di globalizzazione dovrebbe essere chiaro, e dovrebbe offrire lo spunto per una critica radicale, potenziata da una pars construens altrettanto radicale.

I campi dove andare a colpire sono tanti, rappresentano i nuovi totem del XXI secolo. Essi coinvolgono settori economici e modelli di sviluppo diversificati, progetti d’ingegneria sociale, nuove forme di schiavitù, il tutto in un quadro estremamente complesso, ed esponenzialmente pericoloso, in cui, dietro allo slogan “Andrà tutto bene!”, il potere mondialista apolide cercherà di instaurare una vera e propria gabbia di controllo, piena di camere di compensazione del dissenso, dove i popoli saranno stipati dopo averli differenziati, in ragione della loro capacità di recepire nuove forme di produzione/consumo, o di non essere più necessari a tale nuovo paradigma, quindi destinati all’annichilimento identitario, ed all’estinzione terminale.

(segue)

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