Globalizzazione: i tasselli di una crisi (prima parte)

Globalizzazione: i tasselli di una crisi (prima parte)

Era da tempo che attendevamo questo momento. Negli ultimi anni abbiamo cercato di osservare con attenzione le avvisaglie e ciò che presagiva l’inevitabile seconda grande crisi del nostro secolo; il paradigma della Globalizzazione multipolare sta vivendo il suo punto di non ritorno?

Domanda necessaria, risposta complessa.

In questa nostra lunga e non facile sintesi, cercheremo di far comprendere come, l’anno 2020, sarà ricordato nell’avvenire quale frangente storico saliente, in cui i nodi arriveranno uno dopo l’altro al pettine, ed in cui o vedremo la fine della globalizzazione, e l’inizio di una “terra incognita” dove tutto sarà rimesso in discussione, definitivamente, ma non certo in modo tranquillo e colloquiale. Oppure assisteremo al terzo cambio di paradigma della post modernità, in cui il sistema imbriglierà l’umanità in una ferrea struttura ultra liberista, ed in tal caso potremo deporre ogni speranza di un mutamento radicale di quel destino infausto che ci porterà, a tappe sempre più serrate, dalla velleitaria società aperta alla totalitaria società liquida.

Per essere più chiari, partiremo col descrivere in modo schematico i primi due paradigmi della globalizzazione. Questione non di secondaria importanza, visto che proprio dalla metamorfosi della globalizzazione, occorre partire per comprendere ogni criticità dei nostri tempi.

I Paradigma: “Il passaggio di consegne”

E’ stata la prima ipotesi sullo sviluppo della globalizzazione, teorizzata e messa parzialmente in pratica a ridosso della fine del (fasullo) bipolarismo ideologico, che caratterizzò la seconda metà del XX secolo. Essa prevedeva, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, e la conversione dei regimi comunisti asiatici sopravvissuti (Cina, Vietnam, ecc.), ad un’economia ultra mercatista, irreggimentata però in un modello politico dispotico, il sopravvivere di una potenza geostrategica egemone, gli Stati Uniti d’America, che avrebbero dovuto garantire attraverso un attivismo finanziario e militare, il “passaggio di consegne” tra il baricentro economico atlantico, verso un baricentro economico Asia/Pacifico. Baricentro in cui la Cina, nazione dalle enormi potenzialità produttive e consumistiche, avrebbe assunto un ruolo dominante; in principio solamente sul piano economico, ed in seconda battuta soppiantando parzialmente la super potenza americana. Furono gli anni di quella che, noi di Thule Italia, definimmo “economia del fantastico”, che descrivemmo in numerosi articoli con dovizia di particolari, e con una buona dose di pragmatismo.

In tutto questo quadro d’insieme, il Vecchio Continente avrebbe assunto, attraverso il processo d’integrazione economica, la costruzione a ranghi serrati dell’Unione Europea e l’adozione di una moneta unica, l’euro, un ruolo di sedicente “super potenza morale”; economicamente stabile, grazie all’egemonia tedesca, tuttavia marginale nella proiezione geopolitica, ad eccezione di alcune realtà nazionali, come Francia e Gran Bretagna, funzionali comunque allo sviluppo del paradigma.

Con la crisi finanziaria iniziata nel 2007, divenuta ben presto crisi di sistema, questo primo paradigma s’interrompe nel suo sviluppo, per essere accantonato definitivamente a fronte della necessità di non far collassare in modo irreversibile le aree macroeconomiche più mature, e da cui de facto era iniziato il processo di globalizzazione; Stati Uniti ed Europa. In quanto ancora indispensabili nelle loro prerogative di funzionalità per la finanza speculativa apolide, nell’ambito dei processi di produzione/consumo, e nel ruolo geopolitico di alcuni suoi elementi.

II Paradigma: la globalizzazione multipolare

Attraverso tutta una serie di procedimenti di “salvataggio” delle aree e dei settori più colpiti dalla crisi del 2007, il processo di globalizzazione non s’interruppe. Bensì, dopo un breve rallentamento, modificò il paradigma, attraverso un cambio di prospettiva: non era più necessario un unico baricentro egemone di coordinamento dei processi economico/finanziari, e non era più necessaria la ricerca di un fattore di stabilità strategica attraverso la proiezione di una super potenza univoca.

L’economia mondiale trovò una via di fuga dal totale collasso, nell’implementare importanza sistemica a quelle che furono definite “nazioni emergenti” che, oltre alla Cina, potevano garantire una crescita in punti di PIL adeguatamente alta, spesso gonfiata ad arte, in grado di ammortizzare le ripercussioni dei “salvataggi”, operati in Europa e negli USA dalle centrali di potere finanziario apolide, dalle banche centrali e da gruppi multinazionali tra i più diversi.

Il mondo si scopre desideroso di multipolarità; Cina, India, Russia, Brasile, ed in misura minore altre nazioni di proiezione più regionale, assurgono quale contraltare dinamico a tutto campo, rispetto all’Occidente, ormai ritenuto non più indispensabile, e dove dominano le ripercussioni della crisi sistemica. Sono anni di grandi “miracoli” economici, che hanno quali protagoniste nazioni non strutturate né socialmente né finanziariamente come l’India, o come il Brasile, altro esempio negativo, che attraverso politiche espansive al proprio interno, corroborate dai proventi degli alti prezzi delle materie prime, pretendevano il proprio “posto al sole”, senza pensare alla fallacità nella tenuta dei loro sistemi interni al mutare di alcuni fattori nei processi di produzione/consumo globali.

Il rovescio della medaglia del multipolarismo in ambito geopolitico, si è rivelato poi anch’esso comunque molto difficile nella sua gestione, in quanto non esistendo una collegialità globale nell’affrontare conflitti e faglie di criticità tra attori di diverso livello, si è arrivati ormai ad avere quelle che sono state definite alleanze a “geometria variabile”, tanto spregiudicate, quanto destabilizzanti. Ad accompagnare ciò, anche tutta una serie di torsioni economico/finanziarie, che non tarderanno a ridimensionare il ruolo di molti Stati “emergenti”, e a portarci verso lo snodo cruciale che stiamo vivendo.

(segue)

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