Un breve pensiero antagonista

Un breve pensiero antagonista

In ogni epoca della storia d’Europa, seppur in forme diverse, le civilizzazioni al tramonto hanno sempre cercato di perpetrare inutilmente la loro esistenza, attraverso idee, ideologie, o religioni, che ne puntellassero la fine inesorabile. Operando una sostanziale metamorfosi dei principi a fondamento, l’origine o tradizione, metamorfosi che poteva prendere forme diverse, appunto, ma che portava sempre alla scomparsa della civilizzazione declinante, e al suo travaso in qualche cosa di totalmente antitetico. L’azione del Cristianesimo levantino su di una romanità senescente, quel Cristianesimo che potremmo definire “delle origini”, l’illuminismo sul finire dell’Evo Moderno, il materialismo liberale o progressista, i cui epigoni son entrati nel XXI secolo, possono essere considerate a pieno titolo quali “forze di flusso”, che la ciclicità nella vita complessiva della civiltà d’Europa ha posto al termine del tramonto di un singolo ciclo.

Parimenti, gli elementi di ciò che di primigenio restava in tali civilizzazioni, in altre parole gli ultimi bagliori dell’antica forza creatrice, la KULTUR, hanno sempre cercato di resistere in due modi sostanzialmente diversi; o con l’illusione di compensare la decadenza, attraverso la sterile riesumazione di formule non più attinenti ai tempi, fermandosi ad un “tradizionalismo” ed un “conservatorismo” puramente formali. Oppure, cimentandosi nell’ardimentosa ricerca di una forma di resistenza superiore, lottando per innestare in extremis, su ciò che stava morendo, il seme di una rinascita, che fosse così capace di resistere, appunto, al calare delle tenebre, per poter riemergere forte al momento opportuno, ed attraverso uomini che potremmo definire certamente “nuovi”, tuttavia animati da una linfa ancestrale.

Sta scomparendo, su questa fase terminale della civiltà europea postmoderna, l’ultima ombra crepuscolare di una forma della nostra civilizzazione che, per la prima volta nella storia umana, ha travalicato i confini fisici d’Europa, innestandosi come un agente cancerogeno in gran parte del globo. Per questo motivo, non deve stupire quanto sia in fase di avanzata disintegrazione proprio l’Europa, vero proprio punto di partenza di questa catena di metastasi.

Il tentativo della civilizzazione senescente di potersi perpetrare nonostante la fine imminente, lo troviamo manifesto nella sempre più stringente formulazione, da parte del sistema dominante (pro tempore), di formule sempre più sottili di controllo e di repressione, compensate dall’elargizione a piene mani di nuove forme di “libertà”, e alla formulazione di sempre maggiori “diritti”, per coloro che si piegano supini al grande idolo contemporaneo: il mercato.

Perché stupirsi, dunque, se aumenta a dismisura il tasso d’intolleranza, tanto ideologica, quanto verbale e financo fisica, nei confronti di chi non si dimostra, o non è ritenuto, “conforme” al sistema/modello imperante?

Ogni struttura sistemica, organica e gerarchica, anche se ammantata da principi di libertà e valori di democrazia, non può permettersi nessun tipo di “voce fuori dal coro”, se essa sia REALMENTE tale, in particolare proprio nella sua fase terminale, in cui la forza di flusso contingente, nel XXI secolo il progressismo mondialista, sta passando all’ultima fase della sua opera; la fine della civilizzazione che l’ha generata.

Sbaglia chi si affida ad una difesa o a un ripristino di ciò che non è più idem sentire; Giuliano Imperatore, Ipazia o gli araldi dell’Ancien Régime, erano i cultori di ciò che la ciclicità della storia aveva già archiviato.

Opporre qualche cosa già morto, a qualche cosa che sta per morire non serve a nulla, è pura necrofilia.

Innestare nel contemporaneo, seppur in spazi angusti, ciò che potrebbe essere “nuova vita” per una nuova Kultur, mentre ciò che sta per morire agisce in modo sempre più violento e sregolato, ecco che potrebbe essere la maggior forma di lotta rivoluzionaria ed antagonista, che possa essere messa in opera contro l’attuale sistema dominante.

Servono coraggio, determinazione, e la consapevolezza di una battaglia impersonale, che travalica l’esistenza del singolo militante.

Gabriele Gruppo

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