Repetita iuvant; un nostro articolo del 2012, che sembra scritto ieri

Repetita iuvant; un nostro articolo del 2012, che sembra scritto ieri

Crisi dell’Occidente: il pessimismo costruttivo

Sembra essere una contraddizione in termini, dirsi “pessimista” e “costruttivo”, ed in un certo qual modo lo è anche. La nostra è una posizione eterodossa rispetto al panorama offerto dai media, dalla politica e, in misura molto meno significativa, dalla cultura ufficiale. Tuttavia vorremmo partire, per l’esposizione del nostro ragionamento, proponendo le ultime battute di un pezzo che abbiamo letto un mese fa, sul sito del Corriere del Ticino, a firma di Alfonso Tuor:

“…occorre innanzitutto superare questa crisi e cercare di costruire un modello economico, sociale e politico attraverso il quale l’economia non diventi un obiettivo in sé e per sé, ma uno strumento indispensabile per creare occupazione, per avere una maggiore giustizia sociale (combattendo l’esplosione delle disuguaglianze registratasi negli ultimi decenni), per dare maggiore stabilità e sicurezza e possibilmente per costruire anche la prospettiva di un futuro migliore non solo a livello materiale. Per il momento, non si odono ancora voci che, sia a livello economico sia a livello politico, propongano una strada (una sintesi) praticabile e convincente per raggiungere questi obiettivi. Ciò deve preoccupare”.

Noi non siamo minimamente preoccupati che, ad oggi, non esistano delle sintesi efficaci, che diventino il pensiero maggioritario presso le masse occidentali, europee in particolare, capaci di fornire alternative strutturali alla crisi in cui stiamo versando. Questo perché non nutriamo la minima fiducia in una sorta di “risveglio” preventivo delle coscienze dei singoli individui, prima che il peggio sia sulla soglia di ogni singola individualità.

Scusate il gioco di parole, ma esso è significativo di quanto l’ego sia ormai il metro di valutazione di questa nostra civilizzata società dei consumi (e dei debiti per mantenerli).

Frequentiamo “uomini” tutti i giorni, e non ci facciamo illusioni sulla loro lungimiranza, così come fanno certi “alternativi”. In quanto non crediamo che l’occidentale medio voglia trovare delle soluzioni di discontinuità vere a questo sistema.

L’uomo medio occidentale anela al mantenimento del suo status esistenziale, garantito da chi gli continua a promettere che i sacrifici (parola molto in voga di questi tempi) saranno sicuramente duri ma necessari al ritorno alla stabilità pregressa, e alla crescita futura. L’uomo medio occidentale non ha uno spirito rivoluzionario, bensì è il più grande conservatore su cui il sistema stesso possa contare. Questo è un dato di fatto, non una mera speculazione.

Cosa potrebbe proporre un pensiero alternativo, che possa sedurre le masse, se non un drastico ridimensionamento proprio di quel prezioso status esistenziale cui esse si sono abituate e viziate. Un Giulietto Chiesa che parla, con ragionevole spirito profetico, di collasso della civiltà basata sul petrolio; o un Gabriele Gruppo (molto più modestamente) che cerca persone disposte ad abbracciare l’idea di un ritorno della centralità del bene comune e dello Stato, rispetto all’individualismo e al mercatismo globalizzato, sono schegge comunicative che destano un superficiale interessamento, quando va bene, presso l’uomo medio occidentale, che però invece di fermarsi, ragionare, ed agire anche per il suo bene, preferisce mondare subito la propria coscienza con robuste iniezioni di ottimismo. In questo aiutato da una miriade di strumenti e di distrazioni, atte allo scopo di disinnescare il pericolo del dubbio verso chi continua a palesare l’uscita dal tunnel della crisi, grazie a manovre interne alle strutture del sistema stesso.

Le ragioni che stanno inducendo le masse occidentali, nel fidarsi ancora una volta di coloro che, di fatto, hanno originato le problematiche di questo inizio secolo, risiedono proprio in quel conservatorismo intrinseco di coloro che, abituati ad un certo tipo di qualità della vita, sperano fideisticamente che essa possa mantenersi inalterata, nonostante l’intero pianeta si stia evolvendo verso una prospettiva dinamica (e per certi aspetti autodistruttiva), in cui l’Occidente, e gli occidentali, saranno sempre più visti come dei veri e proprio “parassiti”; vecchiume superato dalla storia e dall’evoluzione dei sistemi economici globalizzati.

Lo specchio fedele di questa condizione psicosociale, lo riscontriamo nelle affermazioni quotidiane di chi incontriamo sul nostro cammino.

Perfino in coloro che dovrebbero distinguersi, avendo (in teoria) abbracciato una certa visione del mondo.

Non molti mesi fa, in un forum di “alternativi” di destra, il nostro cercare di spiegare la necessità di una contrazione generalizzata degli stili di vita, in ragione proprio delle mutate condizioni economiche favorevoli (il potere d’acquisto) che l’Occidente tenderà a perdere progressivamente su scala mondiale, fu sbeffeggiato in un intervento con le seguenti parole:

“C’è bisogno di reattori nucleari e grandi infrastrutture, non, come dice Massimo Fini, di un ritorno ragionato a forme di autoproduzione e autoconsumo. Il feudalesimo ce lo siamo lasciati, volentieri, alle spalle”.

Di obiezioni simili ne stiamo sentendo a centinaia, e se da parte dell’uomo comune possono essere comprensibili, molto meno lo sono se a proferirle sono i sedicenti “alternativi”.

Questo dimostra come, in una condizione storica d’iniziale transizione da un punto “A” della nostra civiltà, così come l’abbiamo conosciuta, ad un punto “B” incognito ma certamente peggiorativo della condizione pregressa, il sentimento prevalente è ancora la fiducia nei fondamentali che hanno reso possibile la nostra prosperità, durata sostanzialmente una settantina d’anni.

Il problema è che lo spirito di autoconservazione, che anima i singoli individui, viene confuso con le condizioni di benessere diffuso in cui gli occidentali sono vissuti dalla metà del secolo scorso ad oggi. Questo provoca un verace ed automatico conservatorismo spicciolo generalizzato. Le proposte di eventuale soluzione alle problematiche contemporanee risentono di questa condizione esistenziale. Proposte che mirano sostanzialmente a trovare consenso all’interno del sistema, utilizzando i suoi strumenti ed attraverso le sue strutture. Nulla di nuovo; sovente è capitato nella storia moderna che ad una criticità si sia risposto in questo modo. Quel che però è mutato risulta essere proprio lo spazio di manovra, in via di esaurimento, di questa filosofia e della prassi conseguente.

Il fallimento è dietro l’angolo.

Già si odono, da parte delle classi dirigenti dei popoli emergenti, sempre più marcate critiche all’Occidente, nel suo complesso e senza distinzioni di lana caprina, sulla sua pretesa d’essere aiutato in questa fase di transizione mondiale, dopo aver vissuto troppo tempo al di sopra delle proprie reali e realistiche possibilità.

Questo dovrebbe essere un primo preoccupante segnale di quanto, allo stato attuale, non esistano spazi di manovra né per sedicenti alternative “morbide” alla presente e perdurante crisi; ma nemmeno delle semplici prosaiche “riforme”, che le classi dirigenti occidentali sembrano voler attuare proprio con l’ausilio di chi oggi è sulla cresta dell’onda della crescita del proprio sistema, e che fino a pochi decenni fa era guardato come facente parte di una classe di scolaretti svantaggiati, da educare con sufficienza e un certo grado di spocchia.

Quindi non si tratta di accettare o meno un ritorno al feudalesimo o al Medioevo da parte dell’occidentale medio, quanto arrivare consapevolmente a capire, e far capire, che non ci sono vie di fuga facili, o semplicistici richiami a quello che è stata per il pianeta la nostra civiltà, capaci di modificare il processo di decadenza in corso. Per dirla con termini bancari: nessuno ci vuol più fare credito. In quanto, viste le condizioni di criticità in cui versa il nostro sistema, l’Occidente sta diventando la parte più vulnerabile e declinante presente nel XXI secolo.

Chi oggi ha maturato prima di altri la visione del difficile avvenire che ci attende, può solo apparire quindi un pessimista agli occhi delle masse, e contare semplicemente sul fatto che nelle condizioni di stasi attuale potrà ambire ad un seguito circoscritto.

Non serve scomodare Platone ed il mito della caverna per trovare da parte nostra delle motivazioni alla nostra presa di posizione, quanto piuttosto avere e mantenere forza nell’agire in un quadro ancora dai contorni sfuocati, dove la maggior parte di coloro che ci circondano si rifiutano di accettare una realtà forse già percepita, ma coscientemente rifiutata per via della sua difficoltà nell’essere coraggiosamente accolta. Il coraggio presso le masse si concretizza nei momenti di maggior tensione. Masse ancora fiduciose nell’avvenire, forse più per pigrizia, non vorranno nemmeno contemplare l’eventualità che possano concretizzarsi contingenze storiche in cui saranno messi in gioco non tanto gli orpelli del benessere occidentale, quanto i fondamentali stessi di esso, attraverso una radicale involuzione del sistema che l’ha sviluppato e garantito.

La pericolosa assenza di un’alternativa enunciata da Tuor, nell’articolo sul Corriere del Ticino, è da noi vista come l’espressione di quanto detto fin da principio.

Non è ragionevole credere che il proporre delle limitazioni allo stile di vita dell’occidentale medio, possano essere accolte immediatamente da esso, e da esso assimilate, con velocità e allo stesso tempo con consapevolezza.

Anche nel pensiero alternativo (o sedicente tale) notiamo la tendenza alla logica del fast-food, nel voler ricercare un consenso immediato, basato sul semplice postulato di affermare una verità, ed incarnare una libertà.

Il nostro pessimismo costruttivo ci porta a ritenere inutile questa forma di “ansia da risultati”. Il rischio è infatti quello di diventare puro e semplice folklore ideologico post moderno. Valido solamente per far arroccare l’occidentale medio nelle sue posizioni conservatrici; cosa che risulta essere gradita al sistema in difficoltà, che riesce in questo modo ad eludere le proprie responsabilità nell’aver provocato l’attuale situazione critica, presentandosi oltre tutto come detentore di stabilità e sicurezza.

Le avanguardie, questo lo ripetiamo da tempo, diventano comode riserve di idealisti se non hanno un seguito popolare, che ne condivida senza indugio le proposte, le azioni e si ponga a sostegno di esse. Il passo successivo è il transito dalla riserva all’estinzione.

Molte recenti manifestazioni di dissenso verso il sistema sono cadute nel vuoto, proprio in ragione di questa prospettiva.

Gli scioperi settoriali si esauriscono nei tavoli delle trattative. I forconi vengono riposti nelle rimesse per attrezzi, appena si profila un piccolo accordo. Qualche palazzo ad Atene brucia, ma poi intervengono i pompieri a domare l’incendio. L’indignazione lascia dietro si sé il nulla.

Senza mezzi termini, o giri di parole, auspichiamo che il peggio arrivi presto, che porti via le residuali speranze, le aleatorie sicurezze. Non ci riteniamo infatti portatori di un messaggio positivo per il futuro, ma di una proposta per evitare che il collasso dell’Occidente sia solo l’anticamera della fine di tutto quel che di positivo è stata la nostra civiltà.

Essere costruttivi per noi vuol dire la noncuranza per l’esaltazione momentanea, per la fregola nel voler arrivare in tempo prima che tutto sia irreparabile.

Essere costruttivi significa per noi non voler riparare nulla di quel che è stato fatto per condurci fino a questo punto della storia, ma ricostruire la nostra civiltà sgombrando il campo dalle macerie, magari usando solo qualche rudere che possa rendersi utile nel momento contingente. Così come nell’Alto Medioevo venivano utilizzate le fosse di spoliazione delle antiche vestigia della grandezza romana, per cercare di rifondare una nuova civiltà.

Non risulti forzato il paragone storico utilizzato. In quanto quel che ci attende nel futuro prossimo sarà molto simile alla caduta del mondo antico.

Gabriele Gruppo

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