Punti di riflessione (prima parte)

Punti di riflessione (prima parte)

Occorre partire con le idee chiare, sempre, in ogni frangente. In particolare, se il fine ultimo è quello di proporre una sintesi politica capace di frapporsi tra il sistema e chi vorrebbe esserne antagonista. Aiutando l’antagonismo potenziale ad indirizzarsi correttamente.

Noi abbiamo questa ambizione; essere cuneo di frattura e sponda solida nello stesso tempo, per questo motivo stiamo affrontando l’elaborazione di un lavoro lungo e complesso di pars construens, che sia tanto “rivoluzionario” quanto non “velleitario”.

Rivoluzione, per noi, deve assumere forme capaci di interpretare i tempi e i ritmi del presente, senza tuttavia venir meno a principi e valori fondamentali, o ad una giusta intransigenza sostanziale.

I contributi che proporremo in questa fase del nostro lavoro, in breve, saranno dei “punti di riflessione”, frutto della nostra visione di quei cardini organici al sistema, che caratterizzano le criticità principali dell’epoca in cui viviamo ed in cui intendiamo operare.

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Il principio di gerarchia e la sindrome da social network

Che cos’è la gerarchia?

Nella definizione semantica così si trova: “all’interno di un’organizzazione, insieme di persone che sono collocate per gradi crescenti, in base all’autorità che hanno”. (fonte: Dizionario della lingua italiana, Zanichelli editore, anno 2018)

Per chi ha una visione del mondo come la nostra, gerarchia è un principio, un cardine essenziale che garantisce non solamente una linea di comando efficiente ma anche, e soprattutto, una fonte di ordine entro cui sviluppare tutta una civiltà, in ogni sua componente, financo quella fondamentale rappresentata dalla famiglia.

Gerarchia non deve essere intesa quale arbitrario sopruso del più forte sul più debole, in un’ottica classista, ma in virtù del nostro motto personale: “Un posto per ogni uomo, ogni uomo al suo giusto posto”. Essa è l’espressione del raggiungimento di una forma comunitaria di popolo capace di garantire, nel miglior modo possibile, la corretta ascesa di quegli elementi capaci d’incarnare tanto nelle idee quanto nella vita, il corretto sviluppo della nazione e dello Stato, della famiglia e dell’economia, delle arti e delle scienze ecc.

Per questo motivo, l’adesione e il rispetto verso il principio gerarchico, deve essere vissuta in modo organico e totalitario, non inteso come una bieca imposizione “dall’alto”, quanto una manifestazione naturale di ben essere della comunità nazionale; dal singolo appartenente, fino alle sue più grandi e complesse articolazioni. Nulla deve quindi essere escluso da una corretta impostazione gerarchica, che faccia del ruolo un traguardo di merito personale utile a tutta la comunità, e non una semplice espressione di bruta supremazia da uomini primitivi, o di zoologia.

La forza della gerarchia crea il diritto, se si trova accompagnata dal principio di giustizia, e dall’equità, mondata dalle distorsioni dell’egualitarismo moderno. Ogni principio, nella nostra visione del mondo, si deve articolare con altri in modo armonico e possibilmente naturale, nulla quindi è più lontano da noi che quella menzognera rappresentazione, molto in voga nell’immaginario collettivo, che vede nell’accoglimento del principio gerarchico l’annullamento delle peculiarità del singolo, finalizzato alla creazione di una sorta di gregge di pecore belanti. A ben vedere, tale obiettivo, sembra essere più quello mascherato da istanze “democratiche” e “libertarie”. Sovente esse celano per noi la mano di chi, invece, vuol ridurre l’uomo ad un omogeneizzato esistenziale, accompagnato durante la sua vita da tutta una serie d’ingerenze consumistiche, e di stili esistenziali confacenti al mercato.

Noi non abbiamo mai prefigurato la venuta del “Paradiso in terra”, tale nobile proposito lo lasciamo volentieri a chi è più scaltro di noi. Sappiamo che le idee si muovono su gambe umane, quindi in un modo non perfetto. Tuttavia, l’adesione corretta al principio gerarchico così come abbiamo cercato qui di delineare per sommi capi, rende perfettibile il cammino delle idee, e la loro applicazione alla realtà oggettiva. Gerarchia può essere dunque strumento di miglioramento individuale e dell’insieme comunitario; giusto in quanto equo, duro in quanto giusto. Capace di mondare la nostra civiltà dalle intossicazioni dell’individualismo estremo, che caratterizza questi tempi ultimi; in cui la crisi dell’Occidente non è semplicemente materiale, ma dalle radici profonde, ancorate nello spirito di noi tutti, e che ci ha reso in diversi gradi succubi di un sistema dove la libertà è garantita solamente in ragione di un’adesione eterodiretta a dei veri e propri dogmi esistenziali incontestabili: produci e consuma.

La nostra guerra è dunque per prima cosa una guerra dell’essere, il cui fronte è ovunque, così come il nemico da combattere. In primo luogo esso è celato in noi stessi, e si manifesta in quel grado d’intossicazione che l’attuale civilizzazione ha prodotto nella nostra vita.

Riscoprire il senso della gerarchia, in una guerra come questa, non è poca cosa e non denota certo debolezza caratteriale. Anzi, il nemico (esterno e interno al nostro animo) cerca di colpire proprio là, dove l’individuo può riscoprire la forza di certi principi, portando in auge l’atavico egoismo individualistico nelle sue più diverse manifestazioni. Addirittura spacciando una pretestuosa opposizione alla gerarchia quale sorta di difesa del principio stesso di gerarchia, o come una sedicente (personalizzata) ortodossia ideologica da preservare pura, in ragione di non meglio solide “tradizioni” o di continuità ideali con un passato più o meno remoto, o più o meno esistito.

Nel corso del nostro percorso, alla ricerca di uomini e donne simili a noi, abbiamo constatato quanto profondo sia l’individualismo proprio in coloro che si dicono portatori di principi gerarchici, o di attinenza ad una visione del mondo organica e comunitaria. Sembrerebbe incredibile a dirsi, ma è una realtà sempre più marcata ed evidente, in special modo nell’ambito della comunità nazionale italiana, per sue caratteristiche, storiche e peculiari, contraddistinta da un alto grado di frammentazione e particolarismo. Molta grossolana confusione regna quindi sovrana, ammantata da un’insopportabile narcisismo. Confusione d’idee, confusione di stili, confusione tra quel che si professa e quelli che sono gli atteggiamenti personali, anche nella più minuta quotidianità.

L’adesione a un semplice stile estetico/comportamentale, o l’inclinazione verso un certo tipo di cultura, sono spacciati quale lasciapassare obbligatorio alla legittimazione di comportamenti estremamente incongruenti, e di viatico d’indiscutibilità per discutibili prese di posizione. Addirittura, per troppi soggetti, s’è raggiunta una vera e propria atomizzazione dei principi, in una sorta di Arlecchino ideologico cucito su misura. Il tutto corroborato negativamente da stravaganti deliri di onniscienza, o da atteggiamenti “reducistici” motivati dalla sola presenza in contesti marginali, al limite del borderline. Più banalmente, nella maggior parte dei casi, v’è il semplice stridore tra quel che si professa e la dimostrazione di coerenza nell’azione di costruire un percorso di sviluppo delle idee, piuttosto che semplicemente criticare lo status quo vigente in modo monotono, semplicemente verbale, contraddistinto da paccottiglia pseudo ideologica.

Il falso mito dell’eterno ribelle, o dell’anarchico di destra, hanno provocato più danni di qualsiasi repressione poliziesca. Certi testi sono stati utilizzati per giustificare mirabolanti cavalcate su di una tigre di carta igienica, fatta passare per autentica. Con sempre maggior frequenza sono scomodati “maestri” d’ogni tempo e luogo, per poter indorare semplici pezzi di latta esistenziale, incapaci di spostare di un millimetro in avanti quel limes storico che ha decretato la sconfitta militare dell’Asse nel 1945. Immancabile poi una stucchevole forma di “nostalgia” per i vecchi tempi, in cui a quanto pare certa gente si rifugia nella speranza di poter essere magari risucchiata in qualche fotografia d’epoca. Evidentemente, per certe persone, fare la bella statuina immortalata in bianco e nero rappresenta il vero spirito rivoluzionario.

Tutto questo non centra con nessun principio o ideale esistente, forse con quelli inventati ad personam, che ben si adattano a certe miserie umane viventi, che proprio in quei “vecchi tempi”, così tanto sognati, sarebbero state relegate al ruolo di mentecatti da circo. Sentir parlare di gerarchia da codeste persone, rappresenta la più dura sconfitta che si possa immaginare.

Evidentemente questa vera e propria regressione individualistica è stata ben compresa dai burattinai del sistema, che possono vantare delle neo forme di riserve per urlatori professionisti, e rivoluzionari part-time, dove poter far sfogare anche questi soggetti, insieme al resto del gregge, per poterli sia controllare nella loro involuzione, sia utilizzare abilmente per ravviare stereotipi e luoghi comuni, molto funzionali, in maniera costante e con poco sforzo.

L’avvento dei forum, di social network sempre più sofisticati, ed in perenne evoluzione, ha purtroppo amplificato l’ego di un gran numero di soggetti, capaci di prendere porzioni di principi e di idee, per creare una piccola rivolta su misura, domestica e puramente virtuale (ovviamente). In spregio a qualsiasi sacrificio, che possa essere compiuto da chi quei principi vorrebbe ricollocarli nel loro giusto ruolo vivo e vitale. Animali da face-book, legulei da forum, o semplici disadattati internet dotati, donano il loro contributo in quella stanza dalle pareti di gommapiuma, che già annovera un gran numero di chiacchieroni e di sapientoni, che il sistema ha reso congeniale alla protesta fine a se stessa. In una maratona senza sosta, fatta di codici binari a ripetizione, che prendono le sembianze di parole e di immagini già sorpassate dopo appena un giorno di presenza nella “discussione” di turno, o nell’intrecciarsi di rapporti solidi come castelli eretti su fondamenta di farina, i principi sono quotidianamente degradati a flatulenza da poveri spiriti molto loquaci.

Gli strumenti di comunicazione offerti dalla realtà virtuale hanno esacerbato l’individualismo moderno, fin troppo florido nella nostra società, fornendo una protesi emozionale a chi sostanzialmente non avrebbe mai avuto la possibilità di poter dire la sua, per le più svariate ragioni, o per qualsiasi tipo di limite personale.

Il principio gerarchico, così come altri, soffre dunque del venir meno del suo stesso essere rispettato nella sostanza, e nella forma. In quanto divenuto oggetto di continua e pedante discussione, e di un progressivo utilizzo per puro vezzo estetico; nulla più che un orpello esibito da coloro che, ormai, si ritengono legittimati a non ritenersi in dovere di dimostrare coerenza, parola sconosciuta da coloro che popolano forum e social network, ma di pretendere sempre che siano altri a dimostrarla. In particolare, nell’ambito politico, la gerarchia è vista come un qualche cosa di subordinato alla simpatia e all’amicalità da circolo ricreativo.

Termini come “mi piace”, “amico”, o i gradi di quotazione di un commento presso un forum, sembrano essere divenuti indispensabili per la buona riuscita di qualsiasi cosa cerchi visibilità in rete. Ovviamente questo tipo di indice di gradimento può essere un punto di riferimento da cui partire, come lo può essere un sondaggio, il rischio è quello che tale risultato possa essere drogato da fattori non attinenti ad una visione del mondo oggettiva, ma soggettiva, ad un’ideologia organica e ben fondata, o a un progetto politico che abbia un senso. I problemi poi si amplificano quando si cerca di far uscire le persone potenzialmente interessate, dal sostegno puramente virtuale, ad un reale coinvolgimento operativo.

Quella che noi chiamiamo sindrome da social network prende le sue sembianze in modo devastante, inficiando o rallentando il lavoro che si vorrebbe porre in cantiere.

Inutile aspettarsi che gente abituata a contestare tutto e tutti in una discussione da forum, rinunci a questo piacere sublime quando si trova a dover collaborare con chi, magari, vorrebbe che si concretizzassero le molte parole spese durante contatti a distanza, incontri e riunioni, con un agire che abbia nella gerarchia il suo cardine, e la collaborazione costruttiva la sua forza propulsiva. Se poi troviamo la presenza di variabili amicali o di simpatia/antipatia, si può essere certi che i nodi verranno comunque al pettine, magari non immediatamente, ma basterà una banale incomprensione, magari proiettata su face-book, per far in modo che una tempesta in un bicchiere d’acqua si tramuti in un tifone tropicale, capace di mandare in rovina quel poco che poteva esser stato fatto. In particolare poi abbiamo notato, proprio negli ultimi anni, come un acuirsi progressivo delle sensibilità più infantili, in chi teoricamente dovrebbe aver passato da tempo certe fasi della vita. Il virtuale ha reso sempre più marcata una sorta di ipocrisia di fondo, dove tutto può essere mutato a proprio piacimento, così come si cambiano le immagini di un profilo face-book, senza che ci sia la necessità di un confronto con un minimo senso di pudore o di decenza. L’ego nel virtuale si espande in modo direttamente proporzionale al grado di fallimenti esistenziali che il singolo ha accumulato nell’ambito del reale. Forse anche per questo motivo risulta così difficoltoso per chi è colpito dalla sindrome da social network, l’accettazione di critiche durante la costruzione di un progetto politico.

Forse la nostra condizione di vita non è ancora così drammatica, per poter far comprendere a tutti gli internauti di qualsiasi orientamento politico quanto sia pericoloso “giocare” con i principi, così come un bambino fa con un aeroplanino di carta. Quando la rete non sarà più alla portata di tutti, e questa socialità virtuale sarà inaccessibile, molte esistenze si troveranno a dover fare i conti con il deserto intorno a loro.

Il voler costruire in comunione con altri un’alternativa a questo sistema, senza però comprendere che gerarchia è sinonimo di ordine vero, operativo, e non un aggettivo retorico da esternare verbalmente, rappresenta un atteggiamento vile e dannoso, che lascia segni indelebili in coloro che, invece, vogliono ridare slancio e diffusione ad una visione del mondo che salvi la nostra civiltà non soltanto dal collasso, ma anche dall’oblio.

Ogni ideale, privo di uno spirito di servizio disinteressato, è solamente un’elucubrazione mentale, che non lascerà la minima traccia del proprio passaggio.

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Storia, memoria storica e “necrofilia” storica

Il rapporto tra la storia, nel suo complesso di eventi progressivi, e la memoria identitaria, tanto del singolo quanto di un popolo, è strettissimo ma ormai non così immediato. L’Occidente europeo ha disimparato la propria storia, e i popoli dell’Occidente europeo, tra cui quello italiano soprattutto, hanno perso uno dei fattori coagulanti della loro coesione interna. Questo processo, che è andato di pari passo con l’accettazione supina dei dettami subculturali provenienti da oltre Atlantico, è stato lungo nella sua azione ma efficace nei suoi effetti collaterali sulle generazioni degli ultimi trenta/quarant’anni. Ora, non intendiamo in questa sede scagliarci contro il “male” americano in modo univoco, quanto collocarlo in un contesto di già avanzato stato di decomposizione dell’identitarismo euroccidentale, partito con il declinare delle sue nazioni più importanti; parabola discendente cominciata nel 1945, una data che non è per noi solamente un simbolo, bensì una realtà ben precisa.

Esiste una storia che non ha praticamente più valore, quella invece per noi reale, quella che potrebbe, se posta in un contesto di rinascita identitaria, ridare corpo a principi e valori che sembrano smarriti o “fuori moda”, e far maturare una visione del mondo organica complessiva, capace di contaminare positivamente gruppi umani oggi posti all’interno di Stati/nazione sempre più evanescenti nella loro sostanza, e sempre più bizantini nella forma politica, economica e sociale. Esiste poi una storia disorganica e astratta, relegata ai cicli scolastici obbligatori, che ha sempre meno senso per generazioni d’individui bombardati da un mercato invasivo, che stimola solamente i più bassi istinti, ed usufruisce a piene mani dei mezzi di comunicazione più sofisticati per diffondere una grossolana filosofia di vita del “qui e ora”. Esiste, in fine, una storia fatta ad uso e consumo per il sistema vigente, che puntella la propria sussistenza attraverso la manipolazione di eventi circoscritti, per veicolare l’idea che, quello attuale, è il migliore dei mondi possibile, e che solamente grazie al mantenimento di una certa memoria sia possibile perpetrare la trasmissione di quei fattori che hanno portato, ad esempio, all’instaurazione di un regime di democrazia rappresentativa in tutto l’Occidente, o il superamento di sedicenti pregiudizi socio/culturali.

La storia e la memoria sono sempre state oggetto di propaganda settaria e prerogativa di consolidamento di un modello vincente. Per questo non ci scandalizzano le strumentalizzazioni che l’attuale sistema opera per la propria garanzia di continuità e di legittimazione. Il problema è che, l’impostazione ideologica di questo sistema, ha relativizzato ogni aspetto della vita del singolo, anteponendo lo spazio vitale del singolo stesso al di sopra di tutto, e relegando l’aspetto comunitario o a semplice folklore, oppure quale campo di manovra della macchina burocratico/amministrativa e, soprattutto, il concetto di comunità è ormai intrinsecabilmente legato al circuito di produzione e consumo a beneficio del mercato. Per questo motivo è sempre più impellente per l’élite culturale ufficiale, serva dei gruppi di potere imperanti, attualizzare e modernizzare con maggior insistenza i pochi capisaldi storici ancora spendibili per questa farsa, cui questo sistema fa riferimento ideale nella sua visione del mondo, utilizzando gli stessi strumenti del mercato, media informatici ed intrattenimento sopra tutto, di certo più efficaci dei metodi tradizionali di trasmissione del sapere, ormai relegati ad un ambito accademico progressivamente più ristretto e quindi di più facile controllo. Tuttavia, proprio la natura relativizzante che sta alla base del modello occidentale contemporaneo, si sta rivelando un’arma a doppio taglio per lo stesso modello, in quanto mantiene le sue prerogative di legittimazione storica unicamente sul benessere materiale ancora esistente, che garantisce sicurezza esistenziale ai singoli, e vagheggiando un progresso infinito e globalizzato, quale suo fine ultimo; in sintesi una mera chimera. Questo ha portato però ad un culto della memoria fragile, inefficace, soppiantata dall’individualismo nichilista che disconosce ogni legame stabile, e predilige l’effimero. Oppure ad una cultura incapace di dare risposte concrete alle problematiche sorte dal confronto tra l’Occidente e le diverse civiltà del pianeta. In quanto, avendo la pretesa di essere universale ed onnicomprensivo per tutti i popoli, cade in un circolo vizioso di contraddizioni proprio quando cerca di innestarsi o sostituire culture e civiltà ancorate a principi di carattere identitario ben solidi, che hanno proprio nella storia una base fondante inattaccabile.

Un pensiero debole, come quello in auge nel moderno Occidente, orbato di qualsiasi carattere distintivo, sradicato, strumento di pulsioni mercantili o di potentati economici estemporanei, che risulta essere oggi predominante, non avrà alcuna possibilità di sopravvivere in futuro, quando verranno meno le condizioni materiali che stanno alla base della sua legittimazione.

Proprio per questo motivo troviamo sicuramente bizzarro, ma non impossibile da comprendere, il crescente acuirsi di fenomeni di censura che stanno prendendo piede in Europa, o meglio, che stanno segnando lo sviluppo politico di quell’Unione Europea, dove sono sempre più insistenti le iniziative legislative volte a limitare la ricerca storica e culturale in antitesi con il pensiero dominante, che possa entrare in qualsivoglia stridente contrasto con i dogmi portati da una certa memoria laicamente sacralizzata, intoccabile e spacciata come portatrice di progresso in senso assoluto. L’aumentare di strumenti persecutori contro il così detto “revisionismo storico”, e l’insistente retorica del ricordo di fatti salienti divenuti più mito cinematografico, che realtà provata, sono sintomatici di una difficoltà culturale profonda, che attanaglia il sistema al potere e tutto il modello occidentale, incapaci ormai di dare maggior fondatezza alle loro prerogative, in un contesto epocale profondamente mutato rispetto all’ultima parte del XX secolo. Strano davvero poi che, per difendere la libertà, si utilizzino strumenti tipici della tirannide o del totalitarismo; come la censura, la persecuzione giudiziaria e l’ostracismo. Ciò ci conferma comunque quanto non possa esistere nessun sistema e nessun modello, animati da talmente tanto altruismo da volersi fare da parte nel momento del loro conclamato fallimento. Questo perché, come detto in altre occasioni, non sono divinità coloro che portano le idee ma uomini che camminano in mezzo ad altri uomini.

Quindi anche la storia, e il suo utilizzo, sono oggetto di quest’assioma. Ne sono parte integrante, in quanto il passato rappresenta il punto di partenza di ogni riflessione che possa coinvolgere un progetto rivolto al futuro. Per questo sarà sempre molto importante il controllo e l’orientamento della storia e della memoria dei popoli.

L’errore che sta alla base dell’approccio che la cultura dominante nell’Occidente europeo ha nei confronti di storia e memoria, è legato oltre tutto ad una sorta di necrofilia filosofica intrinseca. Un culto della morte, ed un sensazionalismo del senso di colpa, difficilmente riscontrabili in altre epoche. E che per certi aspetti sta portando frutti assurdi e controproducenti.

In passato, storia e memoria, erano orientate all’esaltazione delle peculiarità identitarie, ad un fine educativo generalizzato, volto al consolidamento del consenso, alla legittimazione positiva e propositiva del sistema al potere, e ad una sua tensione verso il futuro, coinvolgente e dinamica. Le tradizioni erano poi parte integrante di questo processo di mantenimento della coesione comunitaria, anche quelle più antiche, che addirittura avevano lo scopo di essere un tramite formidabile con la memoria ancestrale di popoli e comunità nazionali. L’esempio etico ed eroico, il genio intellettuale, l’arte, tutto era connesso ad un obbiettivo unificante ben preciso e distinto. Per non parlare poi delle figure/guida politiche, la cui glorificazione ed esaltazione non aveva certo un’importanza secondaria in tutto questo processo di utilizzo della storia, quale fonte caratterizzante e cemento identitario. Per secoli l’Europa delle monarchie ereditarie, e successivamente quella degli Stati/nazione moderni, ha condotto i propri popoli nel segno di un vigoroso sviluppo del senso di appartenenza del singolo alla propria comunità, gettando i semi di una potenza planetaria incontestabile, rendendo viva la cultura, l’amor di patria e perfino la religiosità, quali viatici di forza prima di tutto esistenziale e poi materiale. Un’Europa senza forza interiore e senza orgoglio identitario non avrebbe mai conquistato quel primato storico, che l’ha resa grande ed inimitabile. Cosa che non si direbbe nel XXI secolo, dove si respirano ben altri fermenti, non certo esaltanti, che sono di tutt’altro segno, e che a nostro avviso rappresentano il vero dramma di una civiltà imbrigliata da forze che vorrebbero far scomparire definitivamente la vera storia e la vera memoria degli europei sotto la sferza del meticciato biologico, culturale e con la diffusione sia del relativismo individualista più esasperato, che con il dominio di quello da noi definito come etnomasochismo.

Operando una ricerca anche superficiale, su quelli che sono i miti/guida dell’Europa occidentale contemporanea, non v’è traccia di nulla che possa creare un senso di appartenenza forte, gioioso e vitale. Solamente una stucchevole melassa di scuse e sensi di colpa verso presunti “errori” commessi dalla nostra civiltà nel corso dei secoli. Il senso di necrofilia, cui prima accennavamo, pervade tutto l’approccio della cultura ufficiale con la storia europea, vista non più come fonte di esaltazione e d’identificazione comunitaria, ma come perenne monito inquisitorio contro di essa. Quel che traspare è l’evidente tentativo di svilire ogni aspetto della nostra civiltà che non sia in linea con i dettami dell’universalismo laico/progressista, o che possa in qualche modo ridare un senso di appartenenza specifico, in ragione di un sedicente “progresso” civile e pacifista, universale ed umanitaristico.

Ammettiamolo, è un panorama desolante quello che abbiamo di fronte a noi, una situazione che ha portato l’Europa occidentale ad essere nuda ed indifesa di fronte alle sfide del nuovo secolo. Tuttavia, il semplice dolersi della condizione in cui versa il senso d’identità della maggior parte delle comunità nazionali (se ancora si possa parlare di comunità), risulta altrettanto controproducente. Inutile negare che lo sradicamento identitario stia da tempo sortendo i suoi effetti d’indebolimento organico, o che l’archetipo del “cittadino del mondo” non sia ormai peculiare nell’immaginario di milioni di europei in Italia, in Francia o in Germania ad esempio. Combattere questo declino della nostra civiltà con semplici nostalgie per i bei tempi andati, o scimmiottare il passato con rievocazioni più o meno attinenti con la verità storica, rappresenta una toppa quasi peggiore del buco. Infatti, passato il momento di nostalgia non resta nulla, terminato il ciclo della moda rievocativa di turno non resta nulla. Non si può battere la necrofilia del pensiero debole, con un altro tipo di necrofilia, serve qualche cosa che vada più nel profondo, che serva d’esempio, che sia esempio, soprattutto in un frangente come quello attuale, in cui la crisi sistemica del modello occidentale è così evidente e concreta presso milioni di persone in tutto il Vecchio Continente. Tale crisi non può essere combattuta senza che ci sia un controvalore più alto e più forte da porre in auge. Per questo non serve riprendere la forma storica di un esempio positivo, quanto la sua sostanza, anche attraverso il revisionismo ardito, ma no solo. Se la lotta culturale, storica ed identitaria, non è accompagnata da una nuova visione del mondo rivolta al futuro, essa resterà rinchiusa nell’alveo della pura e semplice dissertazione accademica, o del sensazionalismo effimero, che va sempre a tutto vantaggio del sistema dominante, che ormai cerca legittimazione solo attraverso la denigrazione dei così detti “fantasmi del passato”, leggasi identarismo, nazionalismo e differenzialismo etnico.

La necessità che riteniamo vitale è quella di sfruttare l’attuale crisi, non proponendo modelli passati nell’immediato, ma di fornire una matrice di principi e valori che hanno sì una radice storica e culturale fortificata da un approccio che guarda alle necessità del presente. Serve molto pragmatismo, e un ardire ragionato, non sentimentale o romantico. Avere la capacità di porsi non come i portatori di pesanti eredità, ma di uno spirito dinamico che ha in sé della sostanza, capace di aggregare popoli ormai divenuti massa lobotomizzata, e sempre più timorosa del futuro di declino materiale che l’attende tra pochissimi anni a venire. Per questo motivo è per noi più utile alla causa dell’identità dell’Europa occidentale non tanto l’esegesi o l’idealizzazione del passato, quanto una sintesi di concetti forti, proposti all’immaginario del XXI secolo.

Il nostro sogno viene da lontano, ma noi guardiamo al futuro. Quindi il nostro sogno non può ristagnare in sterili battaglie di retroguardia, bensì in un confronto costante con tutto quello che può essere offerto dal modello declinante, attraverso un pensiero forte, in cui storia e memoria non sono zavorre ma servono a ridare impulso al carattere identitario degli europei d’Occidente, ancora sopito, non ancora del tutto debellato ma bisognoso di avere maggiori e più solide fondamenta culturali e politiche.

Sappiamo di non aver dato risposte completamente esaustive, ne siamo consapevoli, tuttavia nutriamo la certezza di aver abbozzato la via corretta da seguire, e che solo essa potrà avere qualche speranza di incidere veramente in questa difficile epoca di transizione che stiamo vivendo. Abbiamo una grossa responsabilità, che grava su chiunque voglia rivedere i popoli dell’occidente europeo tornare protagonisti forti della storia, e padroni del loro destino, essere uomini animati da un legame ancestrale profondo con quel che è stato, ma con uno spirito moderno.

Solo se vinceremo questa battaglia, che è prima di tutto contro un nemico impalpabile, potremo avere qualche speranza di vincere la guerra per il ritorno della nostra civiltà nel novero di quelle che forgeranno i secoli futuri.

Gabriele Gruppo

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