Premessa: il campo minato

Premessa: il campo minato

Strano, ma non doveva essere una stagione di “grandi” mutamenti, quella sancita dall’ultima tornata elettorale?

Invece, ad un mese dalla chiusura delle urne, ultima in ordine di tempo, ma non ultima nella sua eterna giaculatoria, ecco che nulla o quasi è mutato. Giusto qualche nuova comparsa, qualche ritocco al fondale scenico, qualche marionetta in più, che rende ancor più vario (ed avariato) il quadro politico non soltanto italiano, ma più in generale dell’intero continente a trazione UE/BCE.

Chi scrive, senza timore di perdere “cavalli vincenti”, o “capitani coraggiosi”, è rimasto in attesa ad osservare questa staticità dinamica, paradossale nella sua essenza, in cui per dirla con il Principe di Salina, tutto è mutato affinché nulla dovesse cambiare.

Il concetto di elettorato fluido è ormai cosa fin troppo conclamata. Non esistono più i partiti a muovere la rappresentanza di blocchi sociali più o meno compatti; archiviati da quella comunicazione di massa fast food, il cui unico fine è quello di saziare il momentaneo appetito del consumatore/elettore, attraverso un’offerta sempre più conforme a canoni simili a quelli del marketing, rispetto a quella che fu da sempre la natura della politica.

Nostalgia delle ideologie?

Nostalgia dei blocchi politici contrapposti?

Francamente, alla banalità di questi caucus di tifosi estemporanei del fenomeno elettorale di turno, preferiamo altro, ed alto, non certo per snobismo, quanto per un sincero amore verso ciò che la politica è stata nella storia d’Europa.

Inutile soffermarsi su ciò che è accaduto un mese fa quindi, inutile in quanto già archiviato dal sistema vigente, che detta regole e ritmi, e non accetta di essere sorpreso alle spalle. Anche perché di “rivoluzioni all’interno delle strutture” non c’è nemmeno da sognarselo la notte. Già in altre occasioni abbiamo fatto notare come il sistema si sia blindato al suo interno, dopo il 1945, e chiunque voglia cercare vie istituzionali per la Rivoluzione, sarà sempre destinato ad essere alla fine assorbito e scomposto dagli anticorpi strumentali, che vigilano sull’ortodossia culturale del così detto “Occidente”: diritti universali, democrazia rappresentativa, liberismo economico.

Al netto di queste considerazioni, si potrà constatare tra poco tempo quanto i problemi drammatici della nostraepoca, quelli che attanagliano l’Europa nel suo complesso, non saranno certo risolti né da un cambio di casacca della Commissione UE, né tanto meno da flatulenze populiste sopravvalutate, o da rigurgiti eco-illogici provocati da un’indigestione mediatica di ambientalismo spicciolo e vacuo.

Eppure viviamo in una fase storica che ha in sé i prodromi della tragedia, che sfocerà entro pochi anni in una resa dei conti senza esclusione di colpi. Un collasso della nostra civilizzazione di cui stiamo oggi assaporando soltanto le premesse. In Italia, ad esempio, invece che le stupide polemiche su di una banale intervista ad un banale pupazzo, si dovrebbe leggere, e soprattutto riflettere, su ciò che scrive Laurent Obertone nel suo profetico romanzo “Guerriglia”. Perché i nodi che verranno al pettine non porteranno ad un confronto televisivo tra tifosi, e neppure a quell’omologazione soft tra culture, religioni e razze, in cui troppi ancora credono.

Questa piccola e mediocre visione del mondo, cui tanto siamo legati, sarà la corda con cui in milioni s’impiccheranno, prima che sopraggiunga il disastro vero e proprio.

Sì, perchè sarà un disastro!

Sul presente perciò non ci facciamo illusioni, in quanto ancora il sistema riesce a mantenere in piedi il proprio modello di riferimento, la società aperta per intenderci, cercando di dirottare i popoli europei verso false prospettive di stabilità e di mantenimento dello status quo. Piccole dosi di veleno intanto, in forme tra le più diverse, sono instillate anno dopo anno, un veleno che non può esser tramutato in medicina, così come insegnavano gli antichi medici, in quanto il suo obbiettivo è soltanto quello di amplificare un clima culturale di rassegnazione alla decadenza e all’estinzione, prima del colpo finale.

Camminiamo in una sorta di campo minato, con un percorso indicato da altri, dove gli spazi tra una mina e l’altra sono sempre più ridotti, così come la capacità di evitare il passo falso che, di anno in anno, si fa sempre più fragile.

Noi vorremmo uscire dal campo minato, ma seguendo strade indipendenti da ciò che il sistema definisce “giuste”. In quanto del plauso o dei riconoscimenti del sistema non ce ne facciamo nulla, così come non vogliamo nessun aiuto dal sistema, poiché quel tipo di mano tesa nasconde la pugnalata alla schiena. Dobbiamo tornare a credere che esista un’alternativa antagonista, che essa possa essere elaborata, dalle sue fondamenta alle articolazioni, ed espressa in una concreta applicazione alla realtà su cui vorremmo incidere.

Questa perciò era solamente una premessa, un semplice incipit, in cui abbiamo voluto ribadire per sommi capi quale sia la nostra visione complessiva della condizione storica in cui ci troviamo, in cui non vorremmo solamente operare in singoli aspetti, ma anche, e forse soprattutto, incidere nel profondo. Perché siamo certi che soltanto attraverso la convinzione in un radicale mutamento della nostra civiltà, potrà salvarla dal disastro cui sembra essere ineluttabilmente destinata.

Gabriele Gruppo

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