Torino ed il silenzioso Hitler

Torino ed il silenzioso Hitler

Questa breve storia è ambientata in un’epoca che a molti, per ragioni anagrafiche o di memoria corta, risulterà inusuale, “strana”. Un’epoca non troppo lontana da oggi, e tuttavia ormai già “remota”, se la si giudica in base ai canoni attuali e allo sviluppo contemporaneo della comunicazione.

Era il 1997; niente Internet, niente social network, cellulari rarissimi e dalle dimensioni non certo smart.

Ovviamente per chi è nato dopo il 2001, e non lo diciamo con snobismo, risulterà impensabile immaginare come un ragazzo di provincia, poco più che adolescente, con molta voglia di ribellione culturale (prima che politica) ma pochi strumenti a disposizione, potesse trovare il modo di scoprire ciò che stava cercando, e che sentiva il dovere di cercare.

Uno di quei pochi strumenti per avvicinarmi ad una cultura che sentissi finalmente in linea con i principi che nutrivo, in maniera spontanea ed acerba, fu proprio la Fiera del Libro di Torino. Quell’avventura era un avvicinarmi al mio obiettivo in modo fisico, reale, non virtuale o etereo, in quanto un Sabato mattina di buon ora presi il treno, che dalla mia provincia portava nel capoluogo piemontese, e cominciai così quella ricerca che in qualche modo ero riuscito a pianificare già da alcuni mesi, dopo aver assorbito il colpo provocato dalla lettura di “Rivolta Contro il Mondo Moderno” di Julius Evola, cosa non da poco.

Era il 1997, non il 1937, e sotto ai tetti del Lingotto/Fiere trovai ciò che cercavo. Fu facile, bastò l’intuito ed una buona dose di curiosità.

C’erano le Edizioni di Ar, con i loro titoli che spaziavano da “Sintesi di Dottrina della Razza” di Evola, ad “Idee sul Destino del Mondo”, i famosi Bormann-Vermerke, che raccoglievano le parole del Führer Adolf Hitler durante occasioni di vario tipo, spesso conviviali. E poi c’erano il rumeno Corneliu Zelea Codreanu, con la sua visione sospesa tra misticismo e politica, Ferenc Szàlasi, ed il Nazionalsocialismo ungherese, la “Dottrina del Fascismo” di Carlo Costamagna, Spengler e Sombart. Per poi giungere a temi più classici, come Giuliano Imperatore o Celso.

Ero arrivato ad bivio, che mi avrebbe permesso di offrire delle fondamenta solide a ciò che, fino a quel momento, solamente intuivo.

Non trovai però solamente le Edizioni di Ar in quel frangente.

Infatti, fui fortunato, in quanto potei avvicinare altre case editrici, anche in edizioni successive, e circoli che distribuivano libri che potremmo definire “scomodi”, improntati ad una visione del mondo in cui mi riconoscevo, o che comunque non erano in linea con la cultura ufficiale.

Ricordo la Novantico, piemontese, specializzata sull’ultima parte del conflitto mondiale, con i suoi testi dedicati alle Waffen SS, e alle unità combattenti della Repubblica Sociale Italiana.

C’era la Coop Editoriale Libraria Il Cinabro, di Catania, che raggruppava anche tutta una serie di collaborazioni; da Raido, sodalizio militante romano, alle Edizioni All’Insegna del Veltro di Parma, ed altre case editrici più piccole, ma non meno interessanti.

C’era il gruppo culturale “L’Araldo” di Torino. Anni dopo mi sarei trovato, come militante di Forza Nuova, a partecipare alle loro iniziative.

Così come trovai la Società Editrice Barbarossa, di cui mi interessavano i due testi di Otto Rahn, dedicati al catarismo e al mito del Graal.

I testi di Leon Degrelle li presi in mano per la prima volta alla Fiera del Libro, così come trovai altri autori che oggi farebbero inorridire i cacciatori di quei libri da porre nel novero del “male assoluto”.

Per me, da quel giorno e per diverse edizioni successive, la Fiera del Libro divenne un punto di riferimento per potermi interfacciare direttamente con la così detta “cultura d’area” della destra radicale italiana. Sembrerebbe impossibile oggi una cosa del genere, ma fu così per me allora.

Non c’era nulla di insolito, sembrava tutto nella normalità, anzi, era la normalità.

Evidentemente nel 1997, non nel 1937, Adolf Hitler non faceva né rumore né clamore tra gli stand del Lingotto/Fiere, anche se nello stesso luogo si trovavano case editrici dichiaratamente marxiste, o liberali, o cattoliche, o sioniste. Nessuno scandalo, nessuna polemica.

Sono passati più di vent’anni da quel lontano giorno di Maggio, eppure oggi c’è qualche cosa di diverso. La comunicazione di flusso, massiccia ed invasiva, onnipresente nel nostro quotidiano, ha reso l’inutile “indispensabile”, mettendo tutto sotto l’egida del basso profilo. Da tempo, infatti, la Fiera del Libro è diventata una piatta vetrina del pensiero unico; commerciale e banale come gli scaffali dell’autogrill. Per giunta tremendamente costosa, a detta di chi ne fece diverse edizioni, e sostanzialmente superflua, vista la facilità con cui, grazie ad Internet, nell’offerta culturale di oggi anche testi e case editrici che trattano argomenti non in linea con la cultura ufficiale, possono manifestare la loro esistenza ed offrire un servizio efficace; tanto da un punto di vista qualitativo, quanto da un punto di vista della facilità di fruizione.

A quanto pare nel 2019, e non nel 1997, non è stato Adolf Hitler a “fare rumore” alla Fiera del Libro, bensì la campagna elettorale di un saltimbanco, uno dei tanti, che pro tempore vorrebbe accaparrarsi un consenso tanto facile, quanto privo di contenuti. Creando una polemica ad arte di natura storico/ideologica da operetta.

Nella sua lungimiranza mediatica il saltimbanco, supportato evidentemente da degli ottimi suggeritori, ha deciso come grancassa di utilizzare uno degli spauracchi di questo frangente storico; il fascismo senza fascisti. In un contesto, quello della Fiera del Libro, ormai talmente incartapecorito, da aver l’agro sentore della formaldeide da becchini. Abbiamo visto tutti gli ingredienti della più smaccata strumentalizzazione mischiati nelle dosi migliori; la destra radicale utilizzata come megafono del saltimbanco, le vestali del pensiero debole isteriche e petulanti, la massa che valuta quanto sia bravo il “meno peggio”, ovviamente il saltimbanco, che tra pochi giorni passerà all’incasso, tramite le urne.

Il tutto consumato e presto dimenticato, con buona pace di chi, per qualche giorno, ha avuto la sua piccola ribalta mediatica.

Gabriele Gruppo

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