Contarsi per contare

Contarsi per contare

“Quanti siamo?”.

Questa dovrebbe essere la prima, e più importante domanda da porsi in una fase storica come questa che stiamo vivendo.

Sì, perché se non riusciamo a ponderare la forza disponibile, da un punto di vista meramente quantitativo, e successivamente qualitativo, non potemmo mai pretendere di agire nel concreto, nel reale, in modo efficace e con un buon rapporto azione/risultato.

Quindi non prendiamoci in giro!

Per decenni ci siamo illusi a torto o a ragione che, con l’estendersi delle forme comunicative in modo capillare presso le masse, anche l’identitarismo avrebbe avuto in Europa occidentale facile accesso ad una platea più ampia di persone; rispetto alle vecchie forme di propaganda, che potemmo definire “analogiche”, utilizzate fino all’avvento del nuovo secolo.

Si riteneva giunto il momento di uscire dalla marginalità, non dovendo più passare dalla censoria rete mainstream.

Appunto, ci siamo illusi, in quanto l’atomizzazione recata da Internet, quale effetto collaterale della propaganda “in rete” operata in modo grossolano, dai forum prima, e successivamente dai social network, ha prodotto come effetto il crearsi di un pensiero fluido anche in ambito d’identità, di cultura fondante l’identità, di movimenti identitari, e quindi si è passati direttamente dalla condizione psico/politica da “riserva indiana”, all’esasperazione patologica di un settarismo sterile, leguleio, privo per giunta di ogni appiglio con la realtà, in quanto divenuto fine a se stesso, ed incanalato in vere e proprie tribù che autocelebrano il loro isolamento, ed esaltano il concetto dei “pochi ma buoni”, o peggio dei “quattro amici al bar”, per nascondere l’inefficacia della loro stessa esistenza.

Per questo il “contarsi” è ormai da considerare quale primo atto di maturazione politica vera, e di consapevolezza delle potenzialità rivoluzionarie o di resistenza, che possono essere poste in atto, entro i ranghi di un raggio d’azione più ampio e diversificato.

Prima di qualsiasi discesa in campo, prima di qualsiasi operazione atta ad attirare l’attenzione dei media, o di ricercare consenso presso le masse, o presso categorie sociali specifiche.

Se, come singoli o gruppi identitari, lasciassimo da parte le beghe settarie, tanto quanto il tentativo maldestro di voler entrare dentro le strutture politiche del sistema per operare un’impossibile “rivoluzione interna”, e valutassimo la nostra forza numerica reale, effettiva, la presenza territoriale reale, effettiva e non virtuale, avemmo già compiuto un primo passo, difficile, in quanto necessita di una vera e propria disintossicazione da troppe comode condizioni ed alibi ma fondamentale, in quanto propedeutico ad un ulteriore incedere verso altri passaggi fondamentali per creare un vero blocco identitario, rivoluzionario e resistente.

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Gabriele Gruppo

 

 

 

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