Travaso comunicante: dalla società “aperta” alla società “liquida”

Travaso comunicante: dalla società “aperta” alla società “liquida”

Nel corso degli ultimi anni, e con un incedere sempre più deciso e categorico, quasi rasente il messianismo, s’è imposto nell’Europa contemporanea, quale spinta propulsiva di cambiamento radicale, un grande progetto di ridefinizione organica delle sue fondamenta, in ogni loro aspetto e manifestazione. Tuttavia, per esser precisi, tale progetto ha avuto inizi storici molto più profondi di quanto si possa immaginare, attraversando alterne fasi; alcune più palesi, altre meno evidenti. Tuttavia, è solamente nel decennio appena trascorso, senza apparente soluzione di continuità verso il futuro prossimo, che esso s’è spinto molto più avanti nella sua volontà d’imporsi quale “nuovo corso” fattuale, e fatale, avente caratteristiche d’irreversibilità ed il dogma dell’acriticità.

La crisi della globalizzazione nel 2007/2008, cui in passato abbiamo dedicato numerosi articoli, non ha solamente ridefinito i canoni del processo stesso d’internazionalizzazione dell’economia reale post moderna, attraverso un cambio di paradigma nel suo percorso di sviluppo, ma ha visto per l’Europa il venir meno di quel ritmo lento e, tutto sommato prudente, di creazione di uno spazio votato nella sua indole valoriale a fagocitare popoli ed identità nazionali, attuato nelle decadi precedenti senza eccessivi traumi. I bizantinismi pacati, i tempi lunghi nel processo d’integrazione politica, ed il sottile ruolo della moneta unica, quale schiacciasassi rivestito di velluto per un’omologazione economica continentale, hanno lasciato spazio a ben altre forzature e a ben altri ritmi.

Ovviamente l’Unione Europea, o l’euro, non sono altro che dei meri strumenti operativi, espressione di un ben più articolato sistema, che punta alla distruzione nella sua totalità di qualsiasi forma d’identità e di specificità VERE (non certo quelle stereotipate da guida turistica) interne al Vecchio Continente, un sistema che sta imponendo un progetto che va oltre la semplice messa in disparte degli Stati/nazione europei e delle loro prerogative politiche o d’indipendenza economica, e che ha quali sostenitori una polifonia di soggetti potenti ed influenti; tutti posti a dirigere tale progetto in modo via via più palese, trasversale ed incisivo.

Noi, con il presente articolo, non intendiamo dissertare sulla recente questione di politica spicciola, relativa allo scontro di visione tra “sovranismo” ed “europeismo”, bensì porre in luce quel che si trova sotto la superficie di ciò che si muove nell’attuale contesto storico del nostro continente, in quanto temiamo che non si valuti con la dovuta attenzione quanto, in modo disgregativo, si stiano creando i presupposti per rendere l’Europa un non luogo, aperto ad ogni sperimentazione, ad ogni ingegneria sociale, ad ogni postulato del pensiero debole dominante.

Partiamo da una domanda: “Quali sono i principi ed i valori dell’Europa nel XXI secolo?”.

Durante la decade dell’unilateralismo geopolitico statunitense (1998/2008), il Vecchio Continente ebbe l’ambizione di ergersi, attraverso l’agglomerato composito dell’Unione Europea, a superpotenza “morale” del pianeta, pur non avendo né una struttura di proiezione globale abbastanza forte da poter imporre tale primato, né tanto meno le sufficienti motivazioni interne ai singoli Stati membri per farlo. Ovviamente, con un simile disordine nella struttura e nell’agire, si palesarono le contraddizioni del processo d’integrazione continentale, che portarono a rotture sempre più marcate tra gli Stati principali ed alla creazione di quelle fazioni interne che, anche nell’attuale fase storica, sono ormai una costante della dialettica interna all’Unione.

La trama a fondamento del concetto di superpotenza “morale” che, pur ridefinito nei suoi aspetti più superficiali, resiste ancora oggi con maggior vigore quale architrave politica e valoriale, è che l’Europa, in quanto baricentro per cinque secoli del colonialismo suprematista “bianco”, ed epicentro di due conflitti mondiali, a carattere identitario, ideologico, ed imperiale, debba dissolvere ogni sua specificità, ed emendarsi da essa attraverso principi universalistici sempre più radicali nelle loro manifestazioni di devozione, ed applicati a senso unico, ovvero, solo ed esclusivamente per mortificare l’identitarismo di matrice razziale “bianca”. Ciò attraverso la creazione di una società integralmente “europea”, intesa nel senso di uno snaturamento di ogni identità specifica a vantaggio di una sorta d’ibridazione della società statunitense, permeabile a qualsiasi forma di mutamento di forma, in pratica, una società adattabile agli interessi di chi vede nell’uomo nulla di più che un potenziale consumatore globalizzato.

In questo senso ha fatto (e fa tuttora) da punto di riferimento filosofico la teorizzazione dell’open society, la “società aperta”, dell’apolide giudaita Karl Popper, che s’impose presso i circoli di potere dell’Europa a ridosso dell’ultimo conflitto mondiale, e la sua diffusione, quale binario ideologico parallelo al liberismo economico, ha di fatto caratterizzato lo sviluppo organico post bellico dell’Europa occidentale, quella porzione di continente sotto tutela statunitense, che avrebbe dovuto conformarsi all’atlantismo, divenendo poi motore dell’integrazione UE dopo il fatidico 1989, con la scomparsa della tutela sovietica dell’Europa orientale.

Questo in sintesi per rispondere alla domanda di partenza.

Andando più nello specifico, come affermato in principio, l’attacco all’identità dei popoli d’Europa ha radici lontane. L’importanza concettuale della “società aperta” ed i suoi risultati sempre più marcati e profondi, decennio dopo decennio, nel plasmare l’attuale fase storica di gran parte del Vecchio Continente, sono indiscutibili e vanno compresi nella loro portata disgregativa, che ha agito nel lungo termine, senza trovare forze d’opposizione efficaci. Infatti, la critica che muoviamo al populismo ed al sovranismo odierni, sovrastimati nella loro capacità di reazione a questo processo operato dal sistema vigente, si fonda sull’osservazione della loro superficialità nell’agire contro i postulati della “creatura” ideologica di Popper, “creatura” divenuta Idra di Lerna reale, concreta, capace di manifestarsi dalle cose più futili, come l’intrattenimento, fino all’azione di governi e di consigli d’amministrazione aziendali. Siamo convinti che a tutt’oggi non esistano in modo diffuso a livello popolare, o di massa, delle forze alternative concrete, che vadano nel profondo della disgregazione etnica e culturale d’Europa, tentando di fermarla in ogni sua connotazione; dalla più paese, a quella più sotto traccia.

L’open society ha cristallizzato ormai una visione del mondo nell’Europa contemporanea in cui l’accoglienza di ogni entità allogena, di QUALSIASI TIPO O MANIFESTAZIONE, deve essere apprezzata acriticamente ed integrata ad ogni costo; in quanto portatrice di arricchimento organico, di sviluppo sociale, culturale o economico. “Diversità” dalla norma e “devianza” da ciò che un tempo era regola, sono l’alfa e l’omega della sintesi popperiana, applicata su più livelli in gran parte dell’Europa del XXI secolo. Poco importa se ormai è evidente quanto la debolezza dell’accogliente che ne deriva sia deleteria, e non porti che a degli squilibri sociali, poco importa se la “devianza”, eretta a prassi incontestabile, sia portatrice di ulteriore decadenza, privando forza e consapevolezza alla reazione dell’accogliente. In quanto la “società aperta” ha un suo sbocco determinato, una sua foce ben precisa, che già s’intravvede nell’orizzonte di questa nostra epoca: la società “liquida”.

L’Europa, quale anello debole dell’Occidente, per via del processo di colpevolizzazione della sua storia e della sua identità, diventa quindi “cavia da laboratorio” per la creazione di una società integralmente plasmabile dalle forze del mercato, che vogliono una conglomerazione esistenziale/umanoide “liquida” sì, ma ben controllata dalle ferree esigenze del profitto finanziario speculativo, sperimentazione operata da forze dichiaratamente apolidi e globaliste. Il fine ultimo è quello di espandere talmente tanto le maglie della open society, da rendere impossibile la difesa di qualsiasi bastione delle antiche tradizioni e culture del continente, o anche di un loro sviluppo per le future generazioni. Le nazioni dell’Europa occidentale, il vecchio cuore dell’Unione, sono già in avanzato processo di disintegrazione di tali bastioni da molto tempo, l’Europa orientale, invece, sembra mostrare migliori condizioni culturali identitarie, ed un rigetto di gran parte dei precetti del pensiero debole. Secondo il nostro giudizio, la brutalità materiale del sistema sovietico, e le sue forme espressive di potenza, hanno in un certo qual modo agito soltanto superficialmente sui popoli orientali d’Europa, così come, dopo il 1989, la brutalità dell’occidentalizzazione forzata si deve essere spinta forse un po’ più a fondo, ma senza andar oltre un certo limes. Questa condizione ha mantenuto nei popoli dell’Europa orientale gran parte di quelle prerogative di resistenza etnica o differenzialista, che oggi ritroviamo, ad esempio, nel rifiuto all’accoglienza di quote di allogeni afro/asiatici, quote imposte dalla tecnocrazia UE, o nel rigetto della sedicente “cultura gender”.

Ovviamente ciò che affermiamo non ha come fine l’idealizzazione dei popoli dell’Est europeo. Quanto la presa d’atto di una sostanziale diversità tra i due emisferi del Vecchio Continente; diversità su molti tra aspetti e condizioni ma non da prendere quale “assoluto”. Forse, i popoli dell’Europa orientale sono più legati alla loro identità, per via della loro esposizione storico/temporale più limitata agli ideali della “società aperta”, applicata oltretutto in maniera meno sottile rispetto all’emisfero occidentale.

Le residuali resistenze dell’Europa occidentale, purtroppo, hanno invece fondamenta valoriali più deboli, e si esprimono non tanto nella valorizzazione dell’identità, nei suoi precetti più nobili; quale complesso organico distintivo della comunità, entità di riferimento su cui far dirigere il fine ultimo della singolarità. Un comunitarismo responsabilizzante della singolarità, in un connubio equilibrato doveri/diritti. Quanto nella difesa di prerogative spesso individualistiche, e meramente materiali; sicurezza, lavoro, diritti, benessere. In nome di un perbenismo borghese, che ha come riferimento storico l’epoca del consumismo al suo apice nell’ultima parte del XX secolo.

Il problema è che il travaso dall’open society alla “società liquida”, nel quadro europeo, non è valutato nella sua reale portata politica, o nella sua reale gravità sociale e storica. Tale senso del pericolo non è diffuso in un’ottica di formazione più ampia, a livello di massa, restando confinato presso reti culturali più all’avanguardia ma di nicchia. Né ci sembrano essere ricercate delle soluzioni, non velleitarie, che possano essere sintetizzabili in un’ideologia identitaria forte, e di riflesso in un progetto di resistenza organizzata. Se già l’inventore del termine “società liquida”, il giudaita comunista Zygmunt Bauman, non sembra esser mai stato intenzionato a voler offrire alternative ad essa, facendo così intendere che il crisma dell’ineluttabilità, che la accompagna sottotraccia, è praticamente incontestabile, non possiamo certo illuderci che a fermare il travaso dall’open society alla società liquida, siano i tanti burattini mossi dal sistema imperante, oppure coloro che intendono cercare soluzioni all’interno del sistema stesso che, come già enunciato in altri lavori, dopo il rischio corso con il Nazionalsocialismo non si può più permettere cedimenti o di mostrarsi vulnerabile proprio al suo interno.

 

Gabriele Gruppo

 

Nota a margine: dopo quest’articolo di analisi del problema, svilupperemo una nostra risposta alle domande che, speriamo, si facciano in tanti sul “come” reagire.

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