Aung San Suu Kyi; la fine di una stella del pacifismo

Aung San Suu Kyi; la fine di una stella del pacifismo

Poco nota in Italia, o nella maggior parte dell’Europa continentale, una vera e propria icona invece nel mondo anglosassone che, fino a non molto tempo fa, le tributava grandi salamelecchi, financo il Nobel per la pace, ottenuto nel 1991, per il suo essere stata all’epoca un’incarnazione dell’idealismo libertario, e la ventennale leader/martire della causa per la democrazia in Myanmar (ex Birmania o ex Burma).

Questa era, fino a non molto tempo fa appunto, Aung San Suu Kyi, la pia ancella del pacifismo asiatico, decantata dai sempre verdi (ed onnisaccenti) Bono Vox e Bob Geldof, che mai si fanno mancare un’occasione per farsi affari che non li riguardano, pur rasentando ormai il ridicolo e l’infantilismo senile.

Infatti, per i due “artisti globalmente impegnati”, la cantonata è stata così grande, e di difficile comprensione, che hanno potuto/dovuto sconfessare la loro eroina dagli occhietti a mandorla, soltanto quando l’evidenza dei fatti era ormai poco taroccabile anche per il più stupido pacifista esistente sulla terra, tipo umano non poi così difficile da trovare.

E chi lo avrebbe mai detto!?

Aung San Suu Kyi, dopo aver lottato una vita intera contro la giunta militare birmana, al governo di questa sorta di Jugoslavia asiatica dal 1962, mobilitando intorno alla sua figura il gotha del progressismo mondiale, si ritrovò nel 2010 a coabitare con i generali stessi, che le garantirono una fetta consistente del potere, ed una prospettiva nel medio termine di assurgere al ruolo di Capo di Stato del Myanmar.

Da quel momento in avanti, come per una sorta di metamorfosi, Aung San Suu Kyi ha per prima cosa consolidato il controllo sul suo partito; la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), eliminando (anche fisicamente) oppositori e voci dissenzienti. Mostrando in poco tempo un piglio autoritario nella gestione del potere, con ogni probabilità fino ad allora prudentemente celato, ed una durezza non proprio gandhiana nell’affrontare le gravi questioni etniche e religiose, che affliggono da sempre l’ex Birmania fin da prima della sua indipendenza dalla Gran Bretagna, incassando così l’appoggio non soltanto dei militari, ma anche del loro alleato internazionale più importante; la Cina, cui molto sta a cuore la posizione strategica del Myanmar.

Il mondo del Politically Correct anglosassone ha dovuto così ingoiare il connubio sempre più stretto tra i truci militari birmani, la Cina e la loro ex beniamina, che non ha mancato di benedire la repressione di tutti i gruppi etnici non in linea con le prospettive di stabilità della nazione.

I popoli Shan e Karen, ad esempio, restano de facto discriminati, ma soprattutto, i gruppi che compongono l’etnia di fede islamica Rohingya sono da qualche anno oggetto di una vera e propria pulizia etnica, operata dai militari ma benedetta da Aung San Suu Kyi. Un genocidio ai suoi inizi, che ha già mietuto migliaia di vittime e centinaia di migliaia di profughi.

La reazione isterica dei “buoni e giusti” contro la rea di leso pacifismo non s’è fatta attendere, e la determinazione delle iniziative di ripicca hanno così assunto la consistenza di un budino.

In Gran Bretagna, il ritratto di Aung San Suu Kyi è stato tolto dalla galleria degli studenti celebri del St. Hugh’s college, così come, sempre in Gran Bretagna, la città di Edimburgo le ha tolto una sua prestigiosa menzione d’onore. Un’iniziativa analoga è stata adottata anche dal Museo dell’Olocausto di Washington, che ha revocato ad Aung San Suu Kyi il premio Elie Wiesel per i diritti umani. Il Governo canadese ha revocato la cittadinanza onoraria all’ormai ex eroina pacifista. Ed è al vaglio degli esperti della Fondazione Nobel l’eventuale revoca del riconoscimento ottenuto nel ’91, il famoso Premio Nobel per la pace. Non ultimi, come accennato poc’anzi, i due guru Bono&Geldof gridano al tradimento, ed inveiscono contro quella stessa persona, cui un tempo dedicavano mielosi e stucchevoli appelli per la sua liberazione.

Siamo certi che il futuro Presidente del Myanmar, Aung San Suu Kyi, non dorme sonni tranquilli, a causa di queste “bacchettate”.

Lo ammetiamo, è per noi divertente quando le icone mediatiche “buone e giuste” ed il pacifismo istituzionalizzato, che in Occidente trovano consensi acritici da pollaio, prendono delle sberle così grosse ed imbarazzanti. Ed è altrettanto divertente assistere alle conseguenti reazioni da pollaio.

Il discorso è molto semplice, quasi banale, tuttavia noi lo avevamo già ipotizzato in tempi passati. Aung San Suu Kyi, dopo una lotta di potere lunga e non certo facile, ha finalmente coronato il suo traguardo; essere al vertice. Quello stesso traguardo che avevano inseguito sia suo padre prima di lei, il generale Aung San (che strano, un militare!), che sua madre, due figure carismatiche dell’indipendenza birmana.

Poco importa se dovrà coabitare con la giunta militare ancora per qualche anno, infondo la strada verso la presidenza è spianata, e sono stati proprio i militari ad offrirgliela, in cambio di un peso decisionale nel futuro riassetto del potere, nell’ambito dello Stato e dell’economia nazionale.

Pechino osserva da vicino e benedice questo connubio, infondo la stabilità di questa nazione è strategica per la “nuova via della seta” cinese.

E per quanto riguarda i latrati di gente come Bono o Bob Geldof, siamo certi che Aung San Suu Kyi riuscirà a farsene una ragione, infondo “Parigi val bene una messa”.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

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