Brasile: una grande nazione o “solo” una nazione grande? (ultima parte)

Brasile: una grande nazione o “solo” una nazione grande? (ultima parte)

Mentre scriviamo quest’articolo, si sta svolgendo il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, e da qui partiremo per rispondere alla domanda “Ma chi è Jair Bolsonaro?”.

I media schematizzano questo eclettico politico latinoamericano con l’appellativo di “Trump brasiliano”. Peccato che, per amor di verità, Bolsonaro non sia né ricco come il magnate a stelle e strisce, e nemmeno la sua piattaforma di progetti politici per il Brasile ha qualche affinità con quella dell’attuale Presidente USA.

In Italia solamente Limes si prese la briga di intervistarlo poco più di un anno fa (VEDI), e quel che emerge dalle parole di Bolsonaro è un progetto completamente agli antipodi con ciò che è stato il Brasile di Lula e dei suoi portaborse, ormai quasi tutti indagati o condannati per corruzione.

Bolsonaro piace ai brasiliani perché, dopo oltre un decennio di promesse e delusioni, di benessere economico intravisto e di collasso repentino, garantisce una linea politica pragmatica e concreta, senza la pretesa di fare della nazione verde/oro quel che non potrà mai essere; una super potenza mondiale.

L’ex Presidente Lula voleva un Brasile baricentro non soltanto del Sud America, ma anche pretendeva per esso un ruolo che, nei fatti, non avrebbe mai potuto sostenere; in quanto vulnerabile nei suoi fondamentali economici, ed altrettanto precario nella sua struttura politica e sociale. La grandeur del Presidente Lula, con il suo indigenismo progressista e terzomondista, la sua voglia di ribalta attraverso grandi appuntamenti internazionali e, quale corollario, il sogno di un seggio presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti, ha portato il Brasile sul crinale del baratro. Nel 2014, infatti, dopo un decennio di crescita economica, bastò il drastico ridimensionamento del prezzo delle materie prime a livello mondiale, per far frenare bruscamente ogni ambizione verde/oro, oltre che innescare una delle peggiori recessioni cui i brasiliani avessero memoria.

Bolsonaro vuole far tornare il Brasile “con i piedi per terra”, abbandonando utopie messianiche, e maldestri sogni di gloria.

I suoi punti di forza sono la lotta alla corruzione; ed indica proprio in Lula, nell’ex élite al potere e nella sua articolazione politica, il Partito dei Lavoratori, i responsabili di un aumento spropositato di tale fenomeno. E la conclamata nomea di “incorruttibile” lo aiuta ad essere molto credibile.

La lotta alla criminalità; il Brasile vede impuniti tutta una serie di reati, che Bolsonaro imputa essere “tollerati” per ragioni ideologiche, da una visione del mondo ispirata al “nessuno tocchi Caino”.

L’intenzione di ricollocare il Brasile tanto in ambito economico, quanto geopolitico, su binari più “sostenibili”, e che possano garantire una graduale uscita dalla recessione. Cosa che, dopo anni di crisi, ai brasiliani sembra interessare più di qualsivoglia cartello ideologico.

Per comprendere il motivo del successo di Bolsonaro, che non risiede nella forza di un partito, ma solamente sulla sua personalità prorompente ed eclettica, dobbiamo comprendere che l’America Latina sta uscendo da oltre un decennio di sperimentazione social/indigenista, da noi seguita con attenzione, tanto nella sua fase ascendente, quanto nella sua ormai inarrestabile caduta, ed i popoli che compongono questo continente, in cui gli Stati Uniti sono da sempre un’ingombrante ma irrinunciabile presenza, sembrano ormai rivolti ad una nuova offerta politica, che si distanzia in modo netto da quella precedente.

Nazioni come il Venezuela e la Bolivia sono ormai delle mosche bianche, i loro problemi interni ed il loro sostanziale isolamento, sono il simbolo del fallimento di un sistema/modello che, per quanto condivisibile nelle sue istanze d’indipendenza rispetto all’invadenza politica ed economica di Washington, non hanno tuttavia portato nel lungo termine a quel successo che era nelle premesse.

Tornando quindi al Brasile, inutile criticare la venatura filo statunitense di Bolsonaro, espressa in politica estera nel suo programma elettorale, in quanto Lula non fu in grado di offrire nulla di meglio, se non sostituire l’invadenza USA, con l’invadenza cinese; che agli inizi del secolo nuovo acquistava certamente grandi percentuali dell’export brasiliano in materie prime, pagandole profumatamente, ma per contro Pechino si fece garantire, con una serie di accordi bilaterali, una sorta di “corsia preferenziale” per i propri prodotti finiti in Brasile, che andarono facilmente ad invadere il mercato interno brasiliano in pochi anni.

Bolsonaro quindi propone null’altro che di seguire l’onda di altre nazioni dell’area che, prima del Brasile, hanno scelto non tanto di riallinearsi in maniera ferrea dietro a Washington, rispetto a Pechino, quanto di cercare una sorta di equidistanza dalle due super potenze in un’ottica multipolare; cosa tentata con un certo successo dalle nazioni dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Cile e Perù), successo che ha messo in crisi anche l’esistenza del MERCOSUR, l’unione economica più antica del continente, di cui il Brasile è la nazione principale.

Quest’ondata, che unisce liberismo economico e certi aspetti del nazionalismo latinoamericano, sono tipici della tradizione culturale e politica di quest’area grande che va dal Messico, fino a Cile ed Argentina, ed è difficile sintetizzarli attraverso i nostri canoni. Riguardo poi al fatto che di questo mutamento di rotta possa avvantaggiarsene Washington non è detto, in quanto, se per certi aspetti gli USA vedono di buon occhio il tramonto del social indigenismo, dall’altro potrebbero trovare meno spazi di manovra rispetto al XX secolo, in quanto gli Stati dell’America Latina potrebbero scoprirsi “maggiorenni”, quindi non più bisognosi di invadenti padrini.

I tratti distintivi culturali di Bolsonaro sono quelli del populismo borghese della regione, la sua linea di condotta nei riguardi di tematiche sociali ne rispecchia virtù e limiti, inutile però stracciarsi le vesti, parlando di “complotti” o di un ritorno dell’imperialismo a stelle e strisce nell’area, il popolo brasiliano crede che le ricette proposte da questo ex militare, dalla lunga gavetta politica, e dalla fedina penale pulita, siano in linea con le loro necessità impellenti; stabilità economica, rilancio dell’occupazione e sicurezza.

Vedremo quindi se, con la sua carica di aspettative, Bolsonaro riuscirà ad espugnare la presidenza, e se riuscirà a concretizzare quel che i brasiliani chiedono.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

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