Brasile: una grande nazione o “solo” una nazione grande? (prima parte)

Brasile: una grande nazione o “solo” una nazione grande? (prima parte)

Il sei Settembre scorso, il candidato favorito alle prossime presidenziali brasiliane, Jair Bolsonaro, liquidato politicamente dai media italiani come di “estrema destra”, veniva ferito durante una delle tante manifestazioni elettorali che stanno animando il gigante latinoamericano da ormai un anno.

Poche le immagini rubate dai soliti immancabili telefonini, e consegnate “alla rete” in tempo reale, nessuna spiegazione di cosa stia avvenendo in Brasile e del motivo per cui, incredibile a dirsi, non c’è più Lula al timone, figura un tempo molto amata dai progressisti nostrani, oggi stabilmente dietro le sbarre per corruzione, non c’è più la sua (ormai ex) pasionaria,  Dilma Rousseff, giubilata anch’essa con accuse medesime, e costretta oltre tutto nel 2016 a delle vergognose dimissioni dalla presidenza, cosa anche questa passata stranamente sotto silenzio dagli (ormai ex) estimatori italiani del milagre carioca in salsa social indigenista.

La domanda sorge spontanea: “Cos’è successo?”.

Appunto, perché quando all’ intellighenzia tricolore una nazione “piace”, per motivi certo giammai riconducibili ad una partigianeria ideologica, di ciò che avviene in quelle lande baciate dal sol dell’avvenire ci viene fatta la cronistoria quotidiana… ricordate gli Stati Uniti di Obama?

Ma quando l’esperimento naufraga rovinosamente, come nel caso del Brasile, ecco che un pudico silenzio scende come un sipario, fino a far scomparire dai radar dei media italici; nazione, personaggi ed eventi.

A quanto pare, il sei Settembre scorso, “scoprimmo” che in Brasile non soltanto il sol dell’avvenire in salsa indigenista è tramontato da un pezzo, ma che… Udite! Udite!

Il candidato favorito per le presidenziali di Ottobre non è niente meno che il truce rappresentante di quella fantomatica internazionale populista, che dalla vittoria di Donald Trump in poi ha turbato la “narrazione” del progressismo globale.

Ciò dovuto al semplice fatto che la nazione verde/oro è collassata economicamente, passando dallo status di “emergente”, a quello di “critica”. Inoltre, gli ultimi anni sono stati contraddistinti dalla messa in stato d’accusa per corruzione dell’ex Presidente Lula e di tutto il suo apparato politico, simboli e protagonisti della fase “emergente” del Brasile, fattore che ha aggravato di molto la già complicata situazione dell’economia carioca e della sua tenuta sociale.

Il milagre brasiliano, per l’appunto, coincise con la Presidenza Lula (2003/2011), e l’ascesa del suo partito, il Partito dei Lavoratori, i quali seppero sfruttare la congiuntura economica favorevole, ovvero l’aumento spropositato del costo delle materie prime a trazione cinese, per avviare tutta una serie di riforme e stimoli a carattere sociale, che avrebbero dovuto creare posti di lavoro, abbattere povertà, disuguaglianza, e favorire per il Brasile opportunità inimmaginabili. In un nostro lungo focus intitolato: “Il Brasile cerca un suo ruolo”, Rivista di Thule-Italia, Gennaio/Febbraio 2011, analizzammo quelli che erano stati i risultati nel breve termine portati da queste iniziative, fortemente caratterizzate da quello che noi definimmo per tutta l’America Latina l’era del “populismo indigenista”; un impianto ideologico sotto certi aspetti identitario, ma contraddistinto dalla retorica terzomondista e progressista, che ne alienava per noi ogni validità.

Il Brasile di Lula ottenne in quegli anni traguardi non solamente sostanziale, ma anche simbolici di prestigio; dai mondiali di calcio (svoltisi nel 2014) alle Olimpiadi (svoltesi nel 2016), oltre che importanti linee di credito in politica estera, grazie anche al supporto di Cina e Russia, che ne dovevano sugellare il successo quale sistema/modello per tutta l’America Latina anche, ma forse soprattutto, in contrapposizione con il Venezuela di Chavez, che proprio in quegli anni contendeva con il Brasile una sorta di “primato” regionale, oltre che un ruolo di livello mondiale, con il non mai troppo nascosto sogno di un seggio per Brasilia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’ambizione di Lula era quella di incarnare il successo del milagre carioca, facendo diventare il Brasile da “nazione grande”, in termini quantitativi, a “grande nazione” in termini di geopolitica e globalizzazione. Pianificando una linea d’azione senza soluzione di continuità, perseverando la propria influenza oltre i limiti dei mandati presidenziali previsti per legge, ed affidando infatti (momentaneamente) le redini del Brasile all’eterodiretta (ma fedelissima) Dilma Rousseff, cui sarebbe spettato il compito di tenere “in caldo” lo scranno presidenziale pro tempore, di modo da poter permettere a Lula di potersi ricandidare con tutti i crismi di costituzionalità.

Ormai, sia i sogni di Lula, che le aspettative del Brasile, sono andate in frantumi, e mentre l’ex leader del milagre trascorre giorni meno gloriosi in cella, e la nazione che lui voleva guidare verso la grandezza sprofonda, anno dopo anno, in una crisi strutturale, che ne ha messo a nudo tutte le fragilità e tutte le velleità.

Ma chi è allora questo Jair Bolsonaro?

(segue)

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