Che fine ha fatto? (rubrica estiva degli argomenti dispersi)

Che fine ha fatto? (rubrica estiva degli argomenti dispersi)

Il Donbass, e tutta quella crisi derivata dai fatti avvenuti in Ucraina nel Febbraio del 2014, il cui luogo simbolico fu Maidan Nezalezhnosti (Piazza Indipendenza), rappresentano uno di quegli argomenti “a tempo”, capaci di suscitare e polarizzare tifoserie contrappose, tanto veementi, quanto transitorie e superficiali.

Chi si ricorda più, a distanza di oltre quattro anni dal loro inizio, ed ormai lontane dal clamore mediatico, le ragioni che portarono alla guerra non dichiarata tra l’Ucraina, uscita dal collasso politico del Presidente Viktor Janukovyč, e la Russia?

Chi si ricorda più le modalità con cui prima la Crimea, con successo, poi la regione del Donbass, entrambe russofone, cercarono di separarsi da Kiev?

Chi si ricorda più dell’inizio del conflitto in Donbass?

All’epoca la vicenda divise i soggetti politicamente più attivi nei social network in “pro Ucraina” e “pro Russia”; in quanto fu subito chiaro a tutti che le fila dei separatisti in Crimea e nelle aree del Donbass erano tirate direttamente dal Cremlino. Mentre per la maggior parte dei “pro Ucraina” l’accento era volto ad una presunta filiazione della protesta del Febbraio 2014 ad un rinnovato spirito nazionalista, anti-russo o quanto meno pro europeo.

Non mancarono nemmeno accenni di chi riteneva che anche la russofilia delle popolazioni insorgenti fosse di stampo identitario, mentre ciò che era avvenuto a Kiev, ed i suoi protagonisti, erano posti in quel gran calderone che è il complottismo giudeo/massonico. I “pro” di entrambi gli schieramenti virtuali battagliarono a colpi di cartine geografiche, ragioni identitarie contrapposte, addirittura tra i “pro” che tifavano per la secessione delle due regioni russofone v’era chi rievocava la “guerra patriottica” che Stalin promosse quando la Germania invase l’URSS.

Mentre il sangue scorreva veramente in Ucraina orientale, con buona pace del senso della misura (e a volte anche del ridicolo), in Italia si discuteva animatamente di sanzioni contro la Russia, di quanti ebrei c’erano da una parte o dall’altra della barricata, di rune, di svastiche e di Eurasia. Nell’area dei sinistrati c’era chi parlava dell’Ucraina come una sorta di “nuova Spagna”, con riferimento alla guerra civile spagnola del secolo scorso. Mentre tra i destromani ci si divideva, sempre in un puro “Risiko!” virtuale, tra chi si sarebbe arruolato nel Battaglione Azov (guardandosi comunque bene dal farlo) e chi ormai ha da anni nel Presidente russo Putin il suo maschio alfa, cui tributare un’appartenenza ideologica lungi dall’essere mai stata dimostrata dallo stesso Putin.

Oggi, che il sangue continua ancora a scorrere in Ucraina orientale, come una ferita aperta che fa comodo a tutti i grandi giocatori coinvolti, meno che a quelle popolazioni congelate insieme al conflitto, il silenzio mediatico generalizzato è imbarazzante. Giusto ogni tanto spuntano fuori quelle pillole d’informazione prese a casaccio, che servono più che altro a riempire le pagine di giornali e siti internet.

Ma come?

E la “nuova Spagna”?

E il tasso di russofonia in Crimea?

E le rune del Battaglione Azov?

E quella geopolitica da passeggio, in cui tutti possono dire la loro?

Tutto archiviato; le discussioni appassionate, i post sui profili Facebook con le bandierine delle due tifoserie, le cartine geografiche dal Principato di Kiev al Reichskommissariat Ukraine, un profluvio di parole che è finito nel dimenticatoio.

Peccato… perché in quel pezzo di Europa non basta “abbandonare il gruppo”, per tornare alla realtà.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

Share

Lascia un Commento