Una breve storia di Rivoluzione 4.0

Una breve storia di Rivoluzione 4.0

Di professione faccio l’autotrasportatore, le mie consegne e le mie prese sono sempre relative al settore industriale; macchinari, carpenteria, ecc.

Qualche giorno fa, un giorno come tanti, mi trovavo a dover consegnare dei grossi cestelli per la pastorizzazione dei contenitori tetrapak, presso un grosso consorzio di lavorazione del pomodoro, uno dei tanti nell’area tra Parma, Cremona e Mantova.

Tale consorzio, legato al gruppo Barilla, si sta ampliando, un’opera imponente, e la ditta per cui trasportavo i cestelli è incaricata per l’appunto di costruire un nuovo impianto per il confezionamento di ciò che si ricava dal prezioso ortaggio rosso.

Mi guardo in giro, sono curioso di natura e l’operazione di scarico è lunga, visto il peso dei cestelli ed il loro valore commerciale considerevole. Entro dentro al cantiere, se così può esser definito, e vedo la linea di confezionamento in fase di assemblaggio; sembra una stazione spaziale, non un impianto dell’industria alimentare per la lavorazione del pomodoro. Binari di trasporto, enormi autoclavi, tubi, quadri elettrici, qualche cosa che mi sembra una plancia di comando. La tecnologia ha un suo fascino futurista, questo è certo, però mi manca qualche cosa, sembra che lo spazio di lavoro sia saturo di macchine, e una sensazione di ostilità per lo spazio che dovrebbe essere riservato all’uomo sembra essere implicito in quest’opera tecnologica, torno all’esterno, l’operazione di scarico è giunta al termine.

Faccio firmare la bolla di consegna all’operatore, due convenevoli, poi mi viene da dirgli: “Bell’impianto! Sembra un’astronave”.

Risposta: “Vero? Un impianto della Madonna! E pensi che è tutto automatizzato fino alla pallettizzazione”.

Ribatto: “4.0 immagino”.

Risposta: “Esattamente! E chi ci ha commissionato il lavoro pretendeva ZERO OPERAI”.

Incredulo cerco una spiegazione: “Come zero operai? Nessuno in linea?”.

Risposta: “NESSUNO! Non volevano nessun operaio su linea, tutto automatizzato. Noi però abbiamo detto che servono almeno due operatori presenti su turni, giusto se c’è da fare qualche intervento pratico in emergenza, tipo se si rompe un vasetto sul nastro di trasporto, o se un tetrapak s’incastra da qualche parte, e così quelli del consorzio si rivolgeranno ad una cooperativa che piazza indiani… io li ho visti lavorare… per carità!”.

Riassumendo: un impianto che, solo in linea di confezionamento, avrebbe dato da lavorare ad una dozzina di persone su ogni turno, con specializzazioni di vario genere, sarà giusto controllata da qualche “risorsa” che costa poco, e farà un lavoro di bassa manovalanza. Il resto, sarà tutto automatizzato e controllato da un sistema operativo, in cui il fattore “uomo” sarà esterno ed estemporaneo.

Il mio interlocutore, visto il mio sorriso ironico, termina il breve scambio di battute con un’ultima considerazione, che forse riassume benissimo molte cose che ci dovremo attendere nel futuro prossimo:

“Vedrà! Adesso per noi che piazziamo l’impianto va bene, perché ci danno un sacco di soldi, ma un giorno la pagheremo cara tutta questa tecnologia!”. E scompare dentro il cantiere a dorso di muletto.

Lascio a voi lettori di questa breve storia ogni interpretazione ulteriore.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

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