Che fine ha fatto? (rubrica estiva degli argomenti dispersi)

Che fine ha fatto? (rubrica estiva degli argomenti dispersi)

Con l’articolo di oggi, inauguriamo una rubrica estiva in cui tratteremo quegli argomenti che, un tempo forieri di grandi discussioni e scontri a livello nazionale, oggi sembrano del tutto o quasi dimenticati, triturati dalle impellenze di “stare sempre sul pezzo” dettate da un sistema mediatico che preferisce il sensazionalismo alla vera comunicazione.

Il primo “disperso” tratta una sintesi molto esaustiva sul famigerato tema TAV, che in realtà altro non era (ed è) che la vexata quaestio relativa allo snodo italo/francese della linea ferroviaria che, in teoria, avrebbe dovuto collegare Lione con Torino con treni ad alta velocità, nell’ambito di uno dei “corridoi” infrastrutturali pianificati dall’ex CEE, poi UE, nei primi anni ’90 del secolo scorso (sic!), e mai portati integralmente a compimento, in quanto sopraggiunte sostanziali modifiche sia all’asseto economico del Vecchio Continente, sia a quello geopolitico.

Ma partiamo dall’attuale situazione, attraverso il documento che vi proponiamo integralmente.

 

A questo punto ha davvero senso rinunciare alla Tav?

Alcune stime

Nella bozza finale del contratto di governo tra Lega e M5s si annuncia di voler “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Le reazioni e i conti di un possibile ripensamento che fa discutere. Articoli di Repubblica, Sole 24 Ore e Corriere.

Sì alla sospensione dei lavori per la TAV Torino-Lione. Anzi, no. Nelle bozze del contratto di governo Lega-M5s il tema dello stop dei lavori in corso del tunnel italo-francese è durato il tempo di una bozza. Nel documento finale, dopo tensioni, polemiche e correzioni di rotta, i due leader si impegnano a “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Luigi Di Maio ha insistito anche negli ultimi giorni: un’opera che forse andava bene 30 anni fa. “Leggetevi il contratto – la replica di Salvini – da nessuna parte c’è scritto che verranno bloccati lavori e cantieri. Alcuni grandi progetti fondamentali andranno avanti, alcuni potranno essere ridiscussi”.  Una posizione comunque non chiara è piaciuta Oltralpe.

 

I richiami della Francia e dell’Unione europea

La prima reazione seccata è arrivata da Bruxelles. “È difficile – ha detto la commissaria ai Trasporti, Violeta Bulc – speculare su cosa farà il nuovo governo, finché non presenta ufficialmente le sue richieste, ma è molto chiaro che il governo italiano nel 2014 ha firmato impegni per completare i corridoi Ten-T di cui fa parte la Tav”. “Aspettiamo e vediamo cosa propongono”, scrive il Sole 24 Ore.

​Sulla questione è intervenuto anche Etienne Blanc, vicepresidente (Les Républicains) della regione Auvergne-Rhône-Alpes con delega a seguire e sostenere i lavori della Lyon-Turin. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Blanc afferma che sarebbe assurdo fermarsi ora, dopo aver cominciato a scavare, ma soprattutto sottolinea che per “l’Italia sarebbe più costoso interrompere i lavori che proseguirli fino alla fine, come concordato”.

 

Non solo ingenti conseguenze economiche

Sarebbe dunque impossibile sospendere i lavori senza pagare un costo rilevante in termini di risorse spese inutilmente, fondi da restituire all’Unione europea, costi di ripristino dei luoghi, eventuali penali per i contratti in corso. Le prime stime parlano di due miliardi di euro, ma queste cifre non tengono conto né della perdita dei contributi della Ue (circa 2,4 miliardi), né del danno in termini di prestigio per l’Italia che straccerebbe unilateralmente un trattato internazionale con la Francia e azzererebbe una delle opere prioritarie previste dai programmi infrastrutturali europei.

“La Sezione transfrontaliera della Torino-Lione – si legge sul quotidiano La Repubblica – è un enorme cantiere in corso in cui sono già stati investiti oltre 1,4 miliardi in studi, progetti ed opere finanziati per metà dall’Unione Europea e al 25 per cento a testa tra Italia e Francia”. Lo scrive in un comunicato il presidente dell’Osservatorio per l’Asse ferroviario Torino-Lione, Paolo Foietta, che aggiunge: “L’Europa ha inoltre già assegnato una prima tranche di 813 milioni di euro di finanziamento, nell’ambito del programma Tent-T 2015-2019, per i lavori definitivi a finanziamento del 40 per cento dei costi sostenuti nel periodo”.

L’eventuale recesso dagli accordi per costruire la Tav Torino-Lione “avrebbe effetti inediti e costi enorme di complessa quantificazione” e il solo “costo diretto complessivo da restituire a Ue e Francia risulterebbe senz’altro superiore a 2 miliardi”: si tratterebbe di “un precedente assolutamente nuovo nelle relazioni europee e sarebbe necessario un nuovo trattato per dettagliare le penalità”.

 

A che punto sono i lavori

La realizzazione è attualmente in corso sulla base di quattro trattati stipulati con la Francia nel 1996, 2001, 2012 e 2015, integrato nel 2016. Il costo complessivo dell’opera è di 8,6 miliardi suddiviso fra Unione europea (40%), Italia (35%) e Francia (25%). La grande infrastruttura è lunga 65 chilometri di cui la parte principale è il tunnel di base del Moncenisio di 57,5 chilometri, di cui 45 in territorio francese e 12,5 in territorio italiano. Il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti.

Fonte www.agi.it

 

Per anni ed anni le vicende che ruotavano intorno al traforo della Lione/Torino, in Val di Susa, furono al centro di una pittoresca quanto stucchevole “battaglia” in cui si scontravano gli interessi dei soliti noti; Agnelli, Impregilo, imprenditori prestati alla politica, mafie varie, ecc.

In contrapposizione ad un caravanserraglio di ecologisti da strapazzo, perdigiorno locali, comunisti terminali, centrosocialioti, cantanti “impegnati”, partigiani incartapecoriti, ed un codazzo di progressisti da salotto, tipico di tali sfrangenti.

L’ex partitello di Fausto Bertinotti, Rifondazione Comunista, divenne provvisoriamente il cappello politico di questa protesta, facendo incetta di consensi elettorali in tutta la valle, salvo poi dimenticarsi le promesse fatte, appena divenuto azionista determinante dell’allora Governo Prodi II (2006/2008).

Anni di scontri (fin troppi), di soldi buttati (tanti), di drammi degni di un’operetta brasiliana, eppure, oggi come oggi, come si evince dal documento proposto, di quella vicenda resta un pallido strascico, fatto di mezze misure e tanti rinvii a data da destinarsi.

Abbiamo visto in loco le fasi ruggenti della protesta valsusina, nei primi anni del secolo, con i blindati a difesa dei cantieri, i presidi dei “No-TAV!”, ed una popolazione locale irragionevolmente convinta che tutto il male fosse in quel progetto ferroviario, e vorremmo vedere quello che resta, nel 2018, di tutta questa vicenda sgonfiatasi come un palloncino bucato.

Siamo convinti che l’unica posizione di critica valida al progetto TAV, che non fu mai presa in considerazione da nessuno, ma che noi elaborammo in tempi non sospetti, era quella che ruotava non tanto sullo specifico del tratto Lione/Torino, ma sull’intero impianto su cui si fondavano i “corridoi” pianificati in seno alle istituzioni europee, quasi tre decenni fa, e che sono ormai mutati nella loro essenza e nelle prospettive.

Il problema non sono le infrastrutture, bensì il la loro aderenza ad un calcolo di utilità e di operatività.

In realtà in Val Susa non ha vinto nessuno, ha solamente trionfato il pressapochismo che contraddistingue le classi dirigenti dell’Italia, ed i loro supporter “usa&getta”.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

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